lunedì 3 agosto 2015

Frisoni "riflette" i grandi dell'arte

Autore: Alessandro Caprio

Inaugurata il 31 luglio scorso ‘Riflessioni temporali’ la mostra del pittore riminese che si confronta con i maestri della pittura di tutti i tempi: da Caravaggio a Rembrandt, fino a Tiziano, Cagnacci, Guercino e tanti altri. Aperta fino al 6 settembre al Museo Civico di Rimini.
In principio fu il Guercino. Nel 2010, un po’ seriamente, un po’ per gioco, Davide Frisoni, ormai celebre pittore riminese, interpretò a suo modo un quadro dell’artista esposto al Museo Civico di Rimini. “E per 3 anni non ho più trattato quel tema”. 

Poi cos’è successo?
Con la crisi sempre più forte di questi anni è nato in me il desiderio di rimettermi in gioco. Più che una crisi economica la nostra è una crisi di identità dell’Occidente. Mi sono chiesto: da dove vengo? Mi è tornato in mente quel quadro del 2010 e ho dedicato buona parte del 2013 alle opere della nostra tradizione artistica. Come si può fare arte oggi quando abbiamo alle spalle un passato così potente? Per capire chi sono mi sono dovuto chiedere: ‘da dove vengo?’. E ho iniziato a guardare i grandi maestri del passato.

Da chi sei partito?
Come elaborazione da Caravaggio, poi Rembrandt, fino ai maestri del passato recente come Alberto Burri, che è morto nel 1980. Riguardando queste opere non potevo non fare i conti con tutte le mie passioni: dall’archeologia alla storia dell’arte, fino alle situazioni che preferisco, come la strada. Per cui la prima cosa che mi è venuta in mente, riflettendo sul passato, cosa che poi ha anche dato il titolo alla mostra, è stata: ma se queste figure fossero riflesse su uno specchio antico? Lo specchio antico era una lamiera lucidata, per cui la restituzione dell’immagine non era definita, ma era una restituzione di sagome di colore e di luce. Non riflettevano pedissequamente l’immagine, ma ne erano un sunto, ne coglievano l’essenza: la luce e il colore. 

E ci hai messo dentro la pittura di Frisoni…
Sì, i miei quadri restituiscono, ad esempio, una riflessione profonda sulla luce in Caravaggio: sono figure che escono fuori dal buio. Alcuni sono capovolti, come fossero riflessi su uno specchio, altri sono in orizzontale, li giri e li rigiri. Sono loro che man mano hanno trovato il loro verso. È l’opera stessa che ti suggerisce il suo verso. Come diceva William Congdon: ‘Io dipingo finchè il quadro chiama’. Cioè fino a quando il quadro è compiuto. E non lo sai tu quando è compiuto, te lo dice lui quando è finito. Come questo quadro qui che ‘riflette’ il ‘Cristo alla colonna’ di Caravaggio: era sbilanciato, l’ho preso e l’ho messo via. Nel metterlo via l’ho girato e ho iniziato un altro quadro. Mi son girato e ho capito che era lui! Allora l’ho rimesso sul cavalletto così girato e l’ho finito. Io ho sempre detto che la realtà è più forte di ogni mia fantasia. Questo piccolo gesto, involontario, di girare il quadro mentre lo dipingevo, ha dato vita al quadro. Per cui l’osservazione della realtà è una cosa sempre attiva, sempre pronta. Se lo sguardo è vivo e attento, ti accorgi di quello che sta succedendo. Questo probabilmente fa parte anche di un talento, ma è anche frutto di un’educazione ricevuta e di anni e anni di studio. C’è dentro tutta la vita in questo modo di guardare la realtà.

Perché sei così affezionato alla strada?
È il luogo più banale e comune della vita. È il luogo dell’arrabbiatura quando c’è traffico. È il momento forse meno creativo che uno possa vivere nella giornata. In realtà è un luogo misterioso, perché questo asfalto che normalmente è grigio, una volta che viene bagnato diventa coloratissimo di tutte le luci che lo circondano: dalla nuvola grigia fino al lampione, allo stop…Tutto viene riflesso e centuplicato rispetto all’origine. È una realtà amplificata. Un’altra cosa rispetto a ciò che hai normalmente davanti agli occhi. Anche lo specchio ha questa caratteristica di rispecchiare l’anima. 

Eccoci al titolo della mostra: perché ‘Riflessioni temporali’?
Perché sono riflessioni che si rifanno a una tradizione. Parte dai maestri del passato per riflettersi in una contemporaneità. Oggi riguardo queste immagini con un altro occhio…

E cosa hai scoperto?
Ho scoperto che la pittura come metodo espressivo usa il colore per raccontare la luce. Attraverso la luce Caravaggio mette in evidenza le figure. Più che attraverso l’ombra, attraverso la luce. Se non ci fosse la luce non le vedresti le figure. La luce è ciò che dà vita. La mia lettura di Caravaggio è positiva. Aveva un animo tenebroso sì, ma con un grande desiderio di vita. 

A proposito di Caravaggio, come è nata questa figura che sembra la Darsena di Rimini, a partire dal ‘San Gerolamo scrivente’?
È stata una parte di me che è venuta fuori. Quando ho dipinto il primo quadro (quello piccolo: di ogni quadro ci sono due versioni, una grande e una piccola, ndr) al primo approccio, mi sono reso conto che io quell’immagine l’avevo già vista! E allora sono andato a cercare tra le mie migliaia di  fotografie questo elemento tondo e a un certo punto ho rivisto questa fotografia che avevo fatto qualche mese prima dalla Darsena verso il porto e… era lui! È Rimini! Questo mi ha stupito perché c’è una coincidenza totale! 

Cosa c’è di Rimini in questi tuoi quadri?
Ci sono io! (Ride) Io dico che il riminese è profondamente simpatico. Ha questa anima doppia. Sa essere profondissimo nel pensiero e leggerissimo nell’evidenza. Io sono un tipo abbastanza solare e gioviale, ma quando dipingo mi trasformo, viene fuori questa ‘terrosità’ classica del riminese. Perché Rimini non è una città di mare, ma è una città sul mare: non ha mai vissuto del mare, tant’è vero che nell’antichità i pescatori erano o veneti o turchi, e anche adesso sono pochi quelli del posto. Il riminese è profondamente uomo di terra, me ne accorgo quando dipingo di questa terrosità… Bisogna stare attenti ad avvicinarmi!

Com’è nata invece questa riflessione di  ‘San Matteo e l’angelo’ di Caravaggio?
A una prima lettura ho creato questa linea che non corrispondeva a punti precisi, poi ho creato una linea che corrispondeva a tre punti di luce ben precisi della figura di San Matteo e mentre dipingevo ho fatto una spatolata - rischiando quasi di tagliar la tela! - che li ha uniti in una sola linea e… era lei! È stato un gesto istintivo che ha dichiarato subito la sua giustezza: la linea di forza era quella. 

Tornando alla sfida che ti eri posto all’inizio, cos’hai scoperto rispetto alla crisi di identità dell’occidente?
Ho scoperto che oggi c’è ancora un rapporto con la tradizione che è buono. Innovarsi è giusto ma l’innovazione fine a se stessa non dice niente, invece l’innovazione con delle radici crea il futuro. Per me ha voluto dire ricominciare, fare un passo ulteriore, con una possibilità di linguaggio nuovo, anche con le persone. Perché chi mi ha seguito fino ad oggi guarda questi quadri e mi chiede: ‘cosa è successo?’ (Ride) In realtà io continuo a guardare la realtà, le cose, anche i quadri, con lo stesso sguardo con cui guardo le strade. Con lo stesso desiderio di felicità, con lo stesso desiderio che quello che vivo sia per me, profondamente. Tanto fortemente per me che lo dipingo, che sono portato a creare, ricreare, rivisitare e dire qualcosa di nuovo.

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