venerdì 24 aprile 2015

Il viaggio poliedrico di Francesco Zavattari

Di Alessandro Caprio

Avventurarsi in ‘Poliedro’, la mostra di Francesco Zavattari, vuol dire immergersi in un turbine variopinto di figure e mondi che tolgono il respiro. Ma che tornano familiari, come li avessimo già vissuti, senza riuscire a spiegarci bene il dove e il quando. 
Siamo attratti profondamente da questo ‘Universo Instabile’ ma armonioso, fatto di azzurri magnifici e rossi intergalattici. Astronauti e marziani ci portano a spasso per la nostra infanzia, tra giorni innocenti e momenti di buio. Pianeti circondati da satelliti, angeli ed extraterrestri. E ancora missili, come potrebbe disegnarli un bimbo, nella purezza e la precisione del gioco, ma con la tenacia adulta della lotta per vivere e difendere i propri ideali. Come ‘In difesa di una fede’, con il cavaliere medievale pronto a difendere con la spada i valori in cui crede. Merce oggi sempre più rara, nel pantano del politically correct. 
La vita che si dipana dal grande ‘Poliedro’, visibile al centro della stanza al piano interrato, origine e destinazione del percorso, è un cammino verso il proprio ‘perché’, dove per la prima volta è possibile vedere insieme, in una mostra monografica, le tre raccolte fondamentali di Francesco Zavattari: ‘Indagine sull’ombra’, ‘Ambidexter’ e ‘Universo instabile’. L’esistenza è un percorso nel tempo che ci è dato, come avvertono le impietose lancette dell’orologio della vita di ‘Inesorabilmente’, a separare la felicità del paradiso dalla rabbia dell’inferno. In una sorta di giudizio universale contemporaneo. È una strada in salita, come in ‘Bethel’, eppure gioiosa e ridente, tra angeli festanti e colori pieni di luce ed energia, con ai piedi i due simboli evangelici dei pani e dei pesci a segnare il passo.
La vita è anche il grido sordo dell’uomo di ‘Ten minutes alone’ - forse un richiamo al celeberrimo ‘Urlo’ di Munch - che apre la porta dei propri fantasmi dimenticati nell’ombra, e li sfida alla luce che irrompe nella stanza buia. Fantasmi e ombre che si moltiplicano in ‘More minutes alone’ e chiudono l’uomo in un’oscura disperazione, a cui fa da contraltare l’uso gioioso del colore di ‘Memento Audere Semper’: ‘ricordati di osare sempre’: quasi un motto per l’opera piena di vita di Zavattari. 
Chiudiamo con una suggestione sulla figura del poliedro, che dà il titolo alla mostra, figura geometrica tanto cara a Papa Francesco, che l’ha più volte contrapposta alla sfera. Mentre quest’ultima rappresenta infatti, con la sua superficie sempre uguale a se stessa, l’omologazione della globalizzazione, il poliedro, con le sue facce armoniose ma diverse, rappresenta l’unità nella diversità, salvando l’unicità e l’irriducibilità della persona.


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