'Le Stanze Verticali' di Bruno Biondi

All'esordio la personale 'Aniconico' di Chiara Bevilacqua

martedì 6 ottobre 2015

L’Elevata Concezione di Zavattari esordisce a Lecce

Dodici nuove opere del famoso artista toscano all'Ex Conservatorio Sant’Anna
Dal 17 ottobre al 2 novembre 2015
Vernissage 17 ottobre ore 18

Una nuova serie ricca di spiritualità che assorbe colori e luci della terra che ne ospita l'esordio. Con il patrocinio dell’Accademia di Belle Arti e il proprio Patrocinio la Città di Lecce presenta 'Elevata Concezione – Pietra. Carta. Luce', l'ultima suite di opere firmate dell'affermato artista e designer toscano Francesco Zavattari. 
Vernissage sabato 17 ottobre alle ore 18 con gli interventi di Paolo Perrone Sindaco di Lecce, Luigi Coclite Assessore comunale alla Cultura, Claudio Delli Santi Sirettore dell’Accademia di Belle Arti di Lecce, Giusy Petracca e Antonietta Fulvio Co-Curatrici dell’evento per Il Raggio Verde insieme ad Ambra Biscuso  per l’associazione Le Ali di Pandora.

Parallelamente al fortunato svolgimento di esposizioni personali e numerose attività oltre i confini nazionali, con diverse ulteriori mostre previste nei prossimi mesi, Zavattari torna a esporre in Italia. Dopo il grande successo di pubblico e critica tributato all'antologica 'Poliedro' proposta nell'aprile scorso dalla prestigiosa Fondazione Lazzareschi di Lucca, ecco una nuova serie di dodici opere (dieci tele e due sculture) che troverà spazio nella suggestiva cornice dell'Ex Conservatorio S. Anna, nel cuore della 'Firenze del Sud'. 

Legatissimo da anni al capoluogo salentino, Zavattari ha realizzato ogni opera traendo un personale spunto, soprattutto in termini di cromie, dalle caratteristiche architettoniche e paesaggistiche del territorio. 
La pietra leccese, con la sua inconfondibile nuance, è infatti madre tonale dell'intera serie, facendosi elemento fondante del teatro in cui l'artista inscrive ogni scena. Sono in particolare le Sacre Scritture di Antico e Nuovo Testamento a suggerire le tematiche fondanti di 'Elevata Concezione'. Un viaggio tanto introspettivo quanto condiviso, attraverso la cifra Sacra che da sempre aleggia nell'opera di Zavattari e che trova appunto 'elevazione' e compimento in questo percorso tra arte, storia e fede.

In questa personale curata da Antonietta Fulvio e Giusy Petracca per 'Il Raggio Verde' e coordinata da Ambra Biscuso per l'associazione 'Le Ali di Pandora', si presenta tuttavia un lavoro universale che si rivolge a chiunque, credenti e non, attraverso il racconto di vicende umane prima ancora che divine. Ne è un esempio su tutti la grande tela intitolata 'Uno di Voi', personale lettura dell'Ultima Cena ambientata da Zavattari in un contesto di ispirazione fortemente salentina, in cui i sentimenti e le violente reazioni umane dei personaggi restituiscono un'idea di realismo che va oltre alla più convenzionale narrativa sacra.


Dopo il vernissage d'apertura che si terrà sabato 17 ottobre alle ore 18, lunedì 19 ottobre l'artista incontrerà presso la sede stessa della mostra alcune classi del Liceo Artistico di Lecce per cui realizzerà un opera in live painting performance, una delle sue più connotative attività. Prevista inoltre una lezione presso la prestigiosa Accademia delle Belle Arti di Lecce, durante la quale Zavattari avrà modo di condividere con gli studenti le proprie esperienze negli ambiti artistici e di design.

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Francesco Zavattari
'Elevata Concezione – Pietra. Carta. Luce'

Con il Patrocinio della Città di Lecce e dell’Accademia di Belle Arti di Lecce

Ex Conservatorio S. Anna
Via Giuseppe Libertini 1, Lecce
Dal 17/10 al 2/11/2015
Vernissage – Ingresso Libero
Sabato 17 ottobre 2015 ore 18
Apertura: tutti i giorni con orario 10-13 e 17-20

A cura di Antonietta Fulvio e Giusy Petracca
Coordinamento: Ambra Biscuso

Il Raggio Verde – Le Ali di Pandora

Advisor: Nico Maggi - Manuela Zavattari
Fotografo ufficiale: Siro Tolomei
Assistente: Jessica Lombardi
Ufficio stampa dell'evento: Il Raggio Verde
Ufficio stampa dell'artista: Studio Matitanera® - Silvia Cosentino
Logistica e trasporti: 'Posta Centrale' Lecce – Responsabile: Salvatore Manno
Catalogo: Il Raggio Verde edizioni

lunedì 3 agosto 2015

Frisoni "riflette" i grandi dell'arte

Autore: Alessandro Caprio

Inaugurata il 31 luglio scorso ‘Riflessioni temporali’ la mostra del pittore riminese che si confronta con i maestri della pittura di tutti i tempi: da Caravaggio a Rembrandt, fino a Tiziano, Cagnacci, Guercino e tanti altri. Aperta fino al 6 settembre al Museo Civico di Rimini.
In principio fu il Guercino. Nel 2010, un po’ seriamente, un po’ per gioco, Davide Frisoni, ormai celebre pittore riminese, interpretò a suo modo un quadro dell’artista esposto al Museo Civico di Rimini. “E per 3 anni non ho più trattato quel tema”. 

Poi cos’è successo?
Con la crisi sempre più forte di questi anni è nato in me il desiderio di rimettermi in gioco. Più che una crisi economica la nostra è una crisi di identità dell’Occidente. Mi sono chiesto: da dove vengo? Mi è tornato in mente quel quadro del 2010 e ho dedicato buona parte del 2013 alle opere della nostra tradizione artistica. Come si può fare arte oggi quando abbiamo alle spalle un passato così potente? Per capire chi sono mi sono dovuto chiedere: ‘da dove vengo?’. E ho iniziato a guardare i grandi maestri del passato.

Da chi sei partito?
Come elaborazione da Caravaggio, poi Rembrandt, fino ai maestri del passato recente come Alberto Burri, che è morto nel 1980. Riguardando queste opere non potevo non fare i conti con tutte le mie passioni: dall’archeologia alla storia dell’arte, fino alle situazioni che preferisco, come la strada. Per cui la prima cosa che mi è venuta in mente, riflettendo sul passato, cosa che poi ha anche dato il titolo alla mostra, è stata: ma se queste figure fossero riflesse su uno specchio antico? Lo specchio antico era una lamiera lucidata, per cui la restituzione dell’immagine non era definita, ma era una restituzione di sagome di colore e di luce. Non riflettevano pedissequamente l’immagine, ma ne erano un sunto, ne coglievano l’essenza: la luce e il colore. 

E ci hai messo dentro la pittura di Frisoni…
Sì, i miei quadri restituiscono, ad esempio, una riflessione profonda sulla luce in Caravaggio: sono figure che escono fuori dal buio. Alcuni sono capovolti, come fossero riflessi su uno specchio, altri sono in orizzontale, li giri e li rigiri. Sono loro che man mano hanno trovato il loro verso. È l’opera stessa che ti suggerisce il suo verso. Come diceva William Congdon: ‘Io dipingo finchè il quadro chiama’. Cioè fino a quando il quadro è compiuto. E non lo sai tu quando è compiuto, te lo dice lui quando è finito. Come questo quadro qui che ‘riflette’ il ‘Cristo alla colonna’ di Caravaggio: era sbilanciato, l’ho preso e l’ho messo via. Nel metterlo via l’ho girato e ho iniziato un altro quadro. Mi son girato e ho capito che era lui! Allora l’ho rimesso sul cavalletto così girato e l’ho finito. Io ho sempre detto che la realtà è più forte di ogni mia fantasia. Questo piccolo gesto, involontario, di girare il quadro mentre lo dipingevo, ha dato vita al quadro. Per cui l’osservazione della realtà è una cosa sempre attiva, sempre pronta. Se lo sguardo è vivo e attento, ti accorgi di quello che sta succedendo. Questo probabilmente fa parte anche di un talento, ma è anche frutto di un’educazione ricevuta e di anni e anni di studio. C’è dentro tutta la vita in questo modo di guardare la realtà.

Perché sei così affezionato alla strada?
È il luogo più banale e comune della vita. È il luogo dell’arrabbiatura quando c’è traffico. È il momento forse meno creativo che uno possa vivere nella giornata. In realtà è un luogo misterioso, perché questo asfalto che normalmente è grigio, una volta che viene bagnato diventa coloratissimo di tutte le luci che lo circondano: dalla nuvola grigia fino al lampione, allo stop…Tutto viene riflesso e centuplicato rispetto all’origine. È una realtà amplificata. Un’altra cosa rispetto a ciò che hai normalmente davanti agli occhi. Anche lo specchio ha questa caratteristica di rispecchiare l’anima. 

Eccoci al titolo della mostra: perché ‘Riflessioni temporali’?
Perché sono riflessioni che si rifanno a una tradizione. Parte dai maestri del passato per riflettersi in una contemporaneità. Oggi riguardo queste immagini con un altro occhio…

E cosa hai scoperto?
Ho scoperto che la pittura come metodo espressivo usa il colore per raccontare la luce. Attraverso la luce Caravaggio mette in evidenza le figure. Più che attraverso l’ombra, attraverso la luce. Se non ci fosse la luce non le vedresti le figure. La luce è ciò che dà vita. La mia lettura di Caravaggio è positiva. Aveva un animo tenebroso sì, ma con un grande desiderio di vita. 

A proposito di Caravaggio, come è nata questa figura che sembra la Darsena di Rimini, a partire dal ‘San Gerolamo scrivente’?
È stata una parte di me che è venuta fuori. Quando ho dipinto il primo quadro (quello piccolo: di ogni quadro ci sono due versioni, una grande e una piccola, ndr) al primo approccio, mi sono reso conto che io quell’immagine l’avevo già vista! E allora sono andato a cercare tra le mie migliaia di  fotografie questo elemento tondo e a un certo punto ho rivisto questa fotografia che avevo fatto qualche mese prima dalla Darsena verso il porto e… era lui! È Rimini! Questo mi ha stupito perché c’è una coincidenza totale! 

Cosa c’è di Rimini in questi tuoi quadri?
Ci sono io! (Ride) Io dico che il riminese è profondamente simpatico. Ha questa anima doppia. Sa essere profondissimo nel pensiero e leggerissimo nell’evidenza. Io sono un tipo abbastanza solare e gioviale, ma quando dipingo mi trasformo, viene fuori questa ‘terrosità’ classica del riminese. Perché Rimini non è una città di mare, ma è una città sul mare: non ha mai vissuto del mare, tant’è vero che nell’antichità i pescatori erano o veneti o turchi, e anche adesso sono pochi quelli del posto. Il riminese è profondamente uomo di terra, me ne accorgo quando dipingo di questa terrosità… Bisogna stare attenti ad avvicinarmi!

Com’è nata invece questa riflessione di  ‘San Matteo e l’angelo’ di Caravaggio?
A una prima lettura ho creato questa linea che non corrispondeva a punti precisi, poi ho creato una linea che corrispondeva a tre punti di luce ben precisi della figura di San Matteo e mentre dipingevo ho fatto una spatolata - rischiando quasi di tagliar la tela! - che li ha uniti in una sola linea e… era lei! È stato un gesto istintivo che ha dichiarato subito la sua giustezza: la linea di forza era quella. 

Tornando alla sfida che ti eri posto all’inizio, cos’hai scoperto rispetto alla crisi di identità dell’occidente?
Ho scoperto che oggi c’è ancora un rapporto con la tradizione che è buono. Innovarsi è giusto ma l’innovazione fine a se stessa non dice niente, invece l’innovazione con delle radici crea il futuro. Per me ha voluto dire ricominciare, fare un passo ulteriore, con una possibilità di linguaggio nuovo, anche con le persone. Perché chi mi ha seguito fino ad oggi guarda questi quadri e mi chiede: ‘cosa è successo?’ (Ride) In realtà io continuo a guardare la realtà, le cose, anche i quadri, con lo stesso sguardo con cui guardo le strade. Con lo stesso desiderio di felicità, con lo stesso desiderio che quello che vivo sia per me, profondamente. Tanto fortemente per me che lo dipingo, che sono portato a creare, ricreare, rivisitare e dire qualcosa di nuovo.

domenica 26 aprile 2015

Invito alla lettura di "Carpe diem" di Emiliano Sarti

Autore: Silvia Cosentino - Caporedattore di FULL Magazine e 4rum.it

Consigliamo vivamente la lettura dell'ultima opera letteraria di Emiliano Sarti, stimato scrittore e professore di latino e greco.

Carpe Diem dà l'opportunità a tutti gli appassionati di ripercorrere memorabili passi di poesia latina del I secolo a. C., da Catullo sino agli elegiaci, in un'elegante alternanza tra testi originali e commenti dell'autore, puntuali, ma mai eccessivi. 

Un affascinante viaggio attraverso il canzoniere di Catullo, dall'amore travolgente e assoluto per Clodia (Lesbia nei versi) ai carmina docta, caratterizzati da struttura e tematiche ricercate, passando attraverso il racconto di amicizie, rivalità e  scherni tipici della vita sociale di Roma.

Si prosegue con Orazio e la sua totale dedizione alla poesia come unico progetto di vita: tratto caratteristico della sua produzione è certamente il tanto citato (e inflazionato) carpe diem, quella riflessione sulla caducità del tempo che inevitabilmente va a condizionare la sua visione di amicizia e amore. Tale sentimento è infatti qui concepito come qualcosa di fuggevole, non certo concentrato su  una sola donna e, di conseguenza, avvolto da maggior leggerezza.

L'ultima parte del volume è dedicata all'elegia e, in particolare, alla produzione di Tibullo e Properzio, rivolta a un pubblico colto e lontano dai venti di guerra; in particolare, il primo canta di una vita serena in campagna, lontana da lusso e sfarzo, mentre il secondo si concentra sull'amore per Cinzia, che diviene la protagonista assoluta del suo universo letterario.

Una lettura gradevole e scorrevole pur nella sua complessità, che certamente farà battere il cuore agli amanti di poesia latina e, perché no, potrà incuriosire anche i neofiti grazie non solo alla traduzione dei testi originali, ma anche alla fluida prosa dell'autore.


Emiliano Sarti
Carpe Diem
Pagine di poesia latina

Copertina di Glauco Dal Pino, 2015, pagine 308, euro 17,50, I.S.B.N. 88-471-0773-1
Collana Sos/Storia o storie 
Marco Del Bucchia Editore

sabato 25 aprile 2015

Macbeth al Teatro Verdi di Pisa per la regia di Dario Argento

Autore: Silvia Cosentino - Caporedattore di FULL Magazine e 4rum.it

Nell'ultimo fine settimana di marzo, la Stagione Lirica del Teatro Verdi di Pisa ha proposto Macbeth di Giuseppe Verdi: tratti peculiari di questa messinscena, la presenza di Dimitra Theodossiou come principale interprete femminile e la regia dell'italiano maestro del brivido Dario Argento, qui al suo esordio nella lirica.


Con questa opera, rappresentata per la prima volta al Teatro Della Pergola di Firenze nel 1847, Giuseppe Verdi si confrontò con quello che può essere definito il dramma più dark di William Shakespeare: la storia della coppia sanguinaria dei Macbeth e di una sete di potere che porta alla distruzione. Il grande compositore concepisce per questa opera momenti musicali dall'inquietante veemenza, in cui la mano di un destino di morte incombe anche nei passaggi più leggeri.

Nell'allestimento in questione, tutto ciò che riguarda musica e canto non fa altro che riprodurre con puntualità ed esaltare tali caratteristiche, in gran parte grazie alla presenza della grande interprete verdiana Dimitra Theodossiou: sempre garanzia di qualità e ispirazione, il soprano greco dà splendida vita alla tremenda protagonista femminile, spietata e volitiva.

Sarebbe tuttavia ipocrita negare che la più incisiva attrattiva di questo spettacolo fosse costituita dall'illustre mano del regista Dario Argento, indiscusso maestro dell'horror. E quale scelta migliore se non quella di affidare proprio al suo estro, alla sua genialità e, perché no, alla sua "follia espressiva" la concretizzazione scenica di un dramma che dell'orrore fa appunto una delle caratteristiche principali?

Ora, accade spesso che registi cinematografici (o di prosa teatrale), una volta alle prese con la direzione della lirica, applichino una sorta di autocensura sulla propria cifra stilistica, una depurazione da ciò che più comunemente guida la loro mano in fase di lettura e interpretazione. Come se nell'accostarsi a libretto e musica scattasse una sorta di panico sacro, di soggezione, di paura di sporcare con il proprio intervento la bellezza già completa di note e parole. Il risultato è (non sempre, ma spesso), quello di messinscene slavate, minimaliste, alquanto algide che, se da un lato sviliscono l'estro del regista stesso, dall'altro non raggiungono l'intento di non contaminare l'opera. Anzi. Due esempi fra tanti: la nuda Cavalleria Rusticana di Mario Martone, nella quale la fondamentale ambientazione siciliana costituisce solo un ricordo al quale il pubblico deve cercare di aggrapparsi a tutti i costi; Falstaff di Luca Ronconi (che, ahimé, da poco ci ha lasciato orfani), sicuramente simpatico e intriso di idee che definiremmo carine, ma che ben sono lontane dalla genialità del Maestro del teatro italiano.

Dario Argento non è purtroppo rimasto immune da tutto ciò: questo Macbeth è impersonale, non tanto fuori dal tempo, quanto piuttosto senza spessore, senza corteccia. Se è vero (e in tanti altri contesti lo abbiamo detto) che l'opera lirica contiene in sé tutto ciò di cui ha bisogno e che quindi è sempre rischioso strafare, è anche vero che, in questo caso specifico, ciò che avviene sul palco viene come abbandonato, lasciato scorrere senza l'apporto di una lettura registica. Ampie scene vuote, senza distinzione tra esterni e interni se non quella dettata da (pochi) complementi di arredo, oggetti e accenni di edifici e vegetazione. Costumi pervasi dal monotono e totalmente incuranti della psicologia dei personaggi: Lady Macbeth è fasciata da un tailleur nero, non è forse riduttivo relegarla al ruolo di donna in carriera?


Non c'è niente che anche lontanamente ricordi la suspense, quell'intelligente brivido che solo Dario Argento sa dare al proprio pubblico che con questa opera tanto bene avrebbe potuto esprimersi. Il regista romano si concede solo due vezzi, che peraltro ci lasciano perplessi: l'uccisione del Re di Scozia, citazione colta dell'omicidio della medium di fronte a un inerme David Hemmings in Profondo Rosso, e l'effetto speciale della testa mozzata di Macbeth alla fine della rappresentazione.


Per come conosciamo e amiamo Argento, avremmo sicuramente preferito un sottile, incisivo e inesorabile filo di tensione a percorrere tutta l'opera al posto di simili "fuochi d'artificio" sicuramente di impatto, ma vuoti di significato. L'augurio che possiamo fare a un grande artista come lui è quello di rimanere se stesso anche nella lirica, poiché essa può avere bisogno di una fonte di ispirazione preziosa come la sua.




Recensione relativa alla replica di domenica 29 marzo.


venerdì 27 marzo 2015 ore 20.30, turno A
domenica 29 marzo ore 16, turno B
(promozionale scuole mercoledì 25 marzo ore 16)

Giuseppe Verdi
MACBETH
melodramma in quattro atti
libretto di Francesco Maria Piave, dall'omonimo tragedia di W. Shakespeare

Macbeth: Giuseppe Altomare
Lady Macbeth: Dimitra Theodossiou
Banco: Giorgio Giuseppini
Dama di Lady Macbeth: Elena Bakanova
Macduff: Emanuele Servidio
Malcolm: Emanuele Giannino
Medico: Juan Josè Navarro
Streghe: Alessandra Bordino, Beatrice Bosso, Chiara Silvestri


Direttore: Simon Krečič
Regia: Dario Argento
Scene e luci: Angelo Linzalata

Orchestra Festival Pucciniano

Coro Artisti del Coro di Parma
Maestro del Coro Fabrizio Cassi

Allestimento del Teatrro Coccia di Novara
Coproduzione TTeatro Coccia di Novara e Teatro di Pisa



Photocredit Giulia Ponti e Mario Finotti

venerdì 24 aprile 2015

Il viaggio poliedrico di Francesco Zavattari

Di Alessandro Caprio

Avventurarsi in ‘Poliedro’, la mostra di Francesco Zavattari, vuol dire immergersi in un turbine variopinto di figure e mondi che tolgono il respiro. Ma che tornano familiari, come li avessimo già vissuti, senza riuscire a spiegarci bene il dove e il quando. 
Siamo attratti profondamente da questo ‘Universo Instabile’ ma armonioso, fatto di azzurri magnifici e rossi intergalattici. Astronauti e marziani ci portano a spasso per la nostra infanzia, tra giorni innocenti e momenti di buio. Pianeti circondati da satelliti, angeli ed extraterrestri. E ancora missili, come potrebbe disegnarli un bimbo, nella purezza e la precisione del gioco, ma con la tenacia adulta della lotta per vivere e difendere i propri ideali. Come ‘In difesa di una fede’, con il cavaliere medievale pronto a difendere con la spada i valori in cui crede. Merce oggi sempre più rara, nel pantano del politically correct. 
La vita che si dipana dal grande ‘Poliedro’, visibile al centro della stanza al piano interrato, origine e destinazione del percorso, è un cammino verso il proprio ‘perché’, dove per la prima volta è possibile vedere insieme, in una mostra monografica, le tre raccolte fondamentali di Francesco Zavattari: ‘Indagine sull’ombra’, ‘Ambidexter’ e ‘Universo instabile’. L’esistenza è un percorso nel tempo che ci è dato, come avvertono le impietose lancette dell’orologio della vita di ‘Inesorabilmente’, a separare la felicità del paradiso dalla rabbia dell’inferno. In una sorta di giudizio universale contemporaneo. È una strada in salita, come in ‘Bethel’, eppure gioiosa e ridente, tra angeli festanti e colori pieni di luce ed energia, con ai piedi i due simboli evangelici dei pani e dei pesci a segnare il passo.
La vita è anche il grido sordo dell’uomo di ‘Ten minutes alone’ - forse un richiamo al celeberrimo ‘Urlo’ di Munch - che apre la porta dei propri fantasmi dimenticati nell’ombra, e li sfida alla luce che irrompe nella stanza buia. Fantasmi e ombre che si moltiplicano in ‘More minutes alone’ e chiudono l’uomo in un’oscura disperazione, a cui fa da contraltare l’uso gioioso del colore di ‘Memento Audere Semper’: ‘ricordati di osare sempre’: quasi un motto per l’opera piena di vita di Zavattari. 
Chiudiamo con una suggestione sulla figura del poliedro, che dà il titolo alla mostra, figura geometrica tanto cara a Papa Francesco, che l’ha più volte contrapposta alla sfera. Mentre quest’ultima rappresenta infatti, con la sua superficie sempre uguale a se stessa, l’omologazione della globalizzazione, il poliedro, con le sue facce armoniose ma diverse, rappresenta l’unità nella diversità, salvando l’unicità e l’irriducibilità della persona.


giovedì 19 marzo 2015

'POLIEDRO' - Personale di Zavattari alla Fondazione Lazzareschi



Fondazione Giuseppe Lazzareschi
'POLIEDRO' – Personale di Francesco Zavattari
18 aprile / 17 maggio 2015

La Fondazione Giuseppe Lazzareschi di Porcari (LU), ospita in una nuova importante esposizione le opere di Francesco Zavattari. Dopo numerosi successi, fra cui la celebre mostra dedicata al genio di Andy Warhol, la Fondazione torna così a proporre arte contemporanea al proprio pubblico, dando al designer toscano modo di esporre nuovamente nella propria provincia oltre alle continue attività e live painting performance.

Il Palazzo di Vetro sarà in questo caso location di un particolare allestimento rivolto al lavoro di quello che si sta confermando come uno dei più attivi e innovatori artisti del panorama odierno.
L'ampio piano terreno ospiterà una suggestiva carrellata delle opere realizzate negli ultimi anni, dalla ripresa dell'attività ufficiale nel 2012 con la serie Indagine sull'ombra fino al grande successo di Universo Instabile, che nel 2014 ha conosciuto un importante riscontro in termini di apprezzamento da parte di pubblico e critica. Esposta interamente anche Ambidexter – L'evoluzione dello spazio/tempo, nuova serie di dieci tele presentata in anteprima in Umbria lo scorso dicembre, vero e proprio tripudio di particolari geometrie sviluppate attraverso ampia sperimentazione di materiali e con una tecnica che ha previsto l'utilizzo di entrambe le mani. A tutto questo si affiancheranno numerosi disegni su carta appositamente realizzati in occasione della mostra stessa.

Il concept 'POLIEDRO' si abbina a molteplici particolarità di questo evento a partire dalle geometriche forme decise dell'edificio che lo ospita. Oltre a questo l'opera di Zavattari è caratterizzata da un preciso equilibrio fra tecnica e istinto, che vede in molte delle tele una costruzione spaziale ispirata proprio ai solidi archimedei. Poliedrico, infine, è il lavoro di questo artista che in quindici anni di attività ha saputo proporre infinite combinazioni di format creativi ed espositivi.

Questo viaggio nel tempo tra forme e colori cela però un'ulteriore sorpresa, tutta da scoprire, nel seminterrato della Fondazione, dove i visitatori verranno avvolti da un'esperienza plurisensoriale che andrà al di là della pittura, dei colori e della materia.

Curata da Roberto Giorgetti e coordinata da Andrea Scarfì, la mostra vede il patrocinio del Comune di Porcari.
Durante il mese di apertura, 'POLIEDRO' offre alla Fondazione e all'artista stesso occasione per una serie di incontri collaterali rivolti alle scuole e non solo, versante sul quale Zavattari è già da tempo
costantemente attivo.

Dopo questo rilevante evento locale, l'artista sarà impegnato in una tournée che lo vedrà protagonista di live performance, incontri ed esposizioni in varie città del Portogallo.

INFO
Orari: dal martedì al venerdì dalle 10 alle 13 e dalle 16 alle 19. Sabato e domenica dalle 16 alle 19. Chiuso il lunedì.
Vernissage sabato 18 aprile ore 17
Info: Tel. 0583.298163 - info@fondazionelazzareschi.it
www.fondazionelazzareschi.it – www.zavattari.com

Con il patrocinio del Comune di Porcari
Media Partner: La Nazione – FULL Magazine – 4rum.it
A cura di: Roberto Giorgetti
Coordinamento: Andrea Scarfì
Responsabile Allestimento / Fotografo: Siro Tolomei
Assistente allestimento: Katiuska Jennifer Lazaro Vasquez

giovedì 26 febbraio 2015

Dopo il silenzio


Cosa c’è dopo il silenzio? Un vento che spazzerà via il dolore, un vento di ritrovata morale.
Questo l’interrogativo che rappresenta il fulcro narrativo dello spettacolo andato in scena lo scorso sabato 31 gennaio al Teatro Pacini di Pescia. Suggestiva ed emozionante pièce teatrale che in novanta minuti ha restituito l’impressione di una tragedia classica contemporanea con una narrazione fortemente simbolica, sostenuta da due grandi del palcoscenico e un giovane di belle speranze. Mentre il teatro ahinoi stenta a riempirsi, e fuori dalle mura si è appena eletto il primo Presidente della Repubblica siciliano, in scena si travalica l’esperienza individuale e si ritrovano elementi di un racconto scenico che non si limita ad un resoconto di cronaca, ma vola verso le sembianze della Tragedia per affrontare la coscienza in lotta con la giustizia e con la morte. Il messaggio arriva forte e carico di amarezza: la mafia è dentro di noi, la mafia siamo noi, la mafia non è altro che un atteggiamento sbagliato di noi.
Il palcoscenico diventa il luogo della Storia collettiva raccontata attraverso i frammenti di vicende personali di ognuno di noi: mogli, insegnanti, magistrati, preti, adolescenti, generali… e getta le fondamenta di un possibile ripensamento del nostro essere italiani. Un dialogo acceso e vibrante che mette a nudo generazioni diverse, fronti opposti del vivere la vita. In una condizione fuori dal tempo e dallo spazio, i destini di un uomo e di un giovane si incontrano per fare i conti con la coscienza. Al limite del tempo utile, che sta per scadere, il giovane e l’uomo fanno un viaggio interiore, consapevole discussione di vita e delle scelte. Diritto e morale a confronto. Quel ragazzo e quell’uomo sono due facce di noi : la coscienza del degrado di cui la Mafia è solo la punta più evidente. Dall’altra parte l’incoscienza del
non sapere, del non voler capire e del non voler leggere la realtà che ci circonda.Tra questi due uomini, nel metaspazio della memoria fatto di volti, nomi, luoghi, che accendono la scena, c’è una donna che pone la speranza della trasformazione e che impone la conoscenza ed il sapere come strade verso il futuro. La donna che si pone accanto all’uomo come educatrice, eticamente rivolta verso il giovane, è un fatto importante di questo bel racconto teatrale. Questa è una storia collettiva di uomini ma anche di donne che hanno vissuto con naturalezza scelte importanti, che hanno portato lutti profondi con quella capacità di accoglienza che porta con sé il femminile. E’ proprio la donna che antepone alla cultura del sangue, la cultura dell’amore. Bisogna imparare a non aver paura.

DOPO IL SILENZIO
tratto da LIBERI TUTTI di Pietro Grasso (ed. Sperling & Kupfer)
di Francesco Niccolini e Margherita Rubino
con
Sebastiano Lo Monaco
Mariangela D'Abbracccio
Turi Moricca

regia Alessio Pizzech

scene Giacomo Tringali
costumi Cristina Darold
musiche Dario Arcidiacono
luci Luigi Ascione
interventi video Giacomo Verde
aiuto regia Vincenzo Borrino
canti originali Carlo Muratori
coro Discantus
diretto dal maestro Salvo Sampieri
foto di scena Tommaso Le Pera

produzione Sicilia Teatro

martedì 27 gennaio 2015

L'Enrico IV di Branciaroli 'folle per scelta' al Giglio di Lucca

Autore: Silvia Cosentino, Caporedattore di FULL Magazine e 4rum.it

Il 23, 24 e 25 gennaio il cartellone di prosa del Teatro del Giglio di Lucca ha offerto al proprio pubblico Enrico IV, interpretato e diretto dal grande Franco Branciaroli, per la prima volta alle prese con un testo pirandelliano: non ci stupisce che il risultato sia, come sempre, originale e sorprendente nelle scelte registiche e recitative.

Dopo Servo di Scena, il Teatrante e Don Chisciotte, Branciaroli continua il suo interessante studio su rapporto tra realtà e finzione, tra il teatro e la vita vera, che inevitabilmente arrivano a fondersi e intrecciarsi senza possibilità di distinzione. Questa volta il pretesto di riflessione trova fondamento in uno dei capolavori pirandelliani, la storia di un tale che, preda di uno stato di follia in seguito a una rovinosa caduta da cavallo, decide lucidamente di perpetrare tale condizione anche dopo essere rinsavito; il protagonista, di cui mai si conoscerà il vero nome, è infatti conscio del fatto che solo nell'alterazione della pazzia risiede la possibilità di rendere la vita vera sopportabile, essendo la maschera condizione necessaria per la sopravvivenza dell'uomo.

Branciaroli restituisce tutto questo con scelte estremamente coinvolgenti, che contribuiscono a ridare nuova linfa a un testo che, seppur pietra miliare della drammaturgia italiana e non solo, risente di un andamento verbale non propriamente attuale. Questa messinscena non concede sconti, né escamotage che vadano a sfoltire la lunga parte dialettica che precede l'entrata del protagonista: ogni parola è sviscerata e pesata, accompagnata da una recitazione spesso sopra le righe, volutamente artefatta, con l'intento di calare lo spettatore in un mondo tutt'altro che reale. 

Da un lato ci sono coloro che accudiscono il folle, in abiti d'epoca, ormai alterati in movenze e parole, come se un certo tipo di stato mentale li avesse contagiati; dall'altro, quellli convenuti per attestare l'effettivo stato di pazzia del protagonista, personaggi moderni nell'abbigliamento, ma non per questo meno surreali. Tra questi, spicca Melania Giglio, nei panni di una marchesa esasperata in parole e gesti, come se la finzione fosse insita in tutta la sua persona. 

Sviluppata su praticabili di varia altezza, la scena ci appare piena di suggestioni visive: porte laterali che tentano di delimitare il confine tra realtà e finzione, drappi verticali calati dall'alto a riprodurre soggetti cavallereschi, due ritratti valorizzati da un'illuminazione proveniente dalle cornici irregolari a richiamare la gioventù ormai passata, due cavalli da giostra simbolo della festa mascherata durante la quale avvenne la caduta.

L'entrata in scena di Branciaroli e il suo conquistarsi il palco va progressivamente a scardinare l'ambiente creatosi: man mano che la pazzia, esaltata da un eloquio impostato fino allo stremo, lascia campo alla solitudine di una lucida consapevolezza, lo spazio si svuota facendo predominare un fondale asettico e infinito color carta di zucchero. Restano solo l'imponente fisicità del protagonista, la sua voce che assume tratti più naturali nella spietata riflessione della sua condizione di uomo imprigionato in uno stato di alterazione volutamente conservato. Pur nel turbinio di parole, la messinscena procede verso la consepevolezza dell'impossibilità di delimitare ciò che è vero da ciò che solo appare, la genuinità del gesto dall'azione artefatta. 

Ancora plauso, quindi, a Branciaroli, che non si sottrae a questa complessità di tema e drammaturgia: non c'è volontà di semplificare o di rendere più “digeribile” Pirandello, quanto di attraversarlo coraggiosamente in questa “stanza di tortura”, trovando personali soluzioni registiche e interpretative che altro non fanno che impreziosire il genio dell'autore agrigentino.

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Recensione relativa alla replica di venerdì 23 gennaio 2015

Enrico IV
di Luigi Pirandello

regia Franco Branciaroli
scene e costumi Margherita Palli
luci Gigi Saccomandi

con Franco Branciaroli
Melania Giglio, Giorgio Lanza, Antonio Zanoletti

e con (in o.a.) Sebastiano Bottari, Andrea Carabelli, Tommaso Cardarelli, Pierpaolo D’Alessandro, Daniele Griggio, Mattia Sartoni, Valentina Violo

produzione CTB Teatro Stabile di Brescia -Teatro de Gli Incamminati

venerdì 23 e sabato 24 gennaio ore 21
domenica 25 gennaio ore 16.30

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