martedì 18 novembre 2014

'La Traviata' al Lirico di Cagliari



Si abbassano le luci e la delicatezza dei violini nello splendido preludio accompagna l’apertura del sipario, lasciando intravedere un ricco  salotto ottocentesco.
La scena si anima quando le note ci presentano il tema principale, che a suon di valzer anticipa il meraviglioso e solenne fil rouge che ci accompagnerà nell’intera opera. E così, alla dolcezza dell’apertura si contrappone il riempirsi della scena, che va di pari passo col crescendo musicale. I piatti anticipano lo scoppio dei tappi, che introducono al “libiamo”, dove il frizzante cinguettio di Irina Lungu, Violetta, ed il suono morbido e rotondo di Francesco Demuro, Alfredo, cominciano a distinguersi per i loro virtuosismi, contornati poi da un coro unanime di grande effetto, molto gradito dal pubblico.
Ma ora la scena deve concedere intimità a Violetta ed Alfredo, e così bellissimo è l’effetto di allontanamento della musica all’allontanarsi della scena. Abbiamo la sensazione di restare da soli in teatro, insieme a loro due, mentre la folla che riempiva il palco se ne va e la buca si svuota pian piano del suo suono corale, lasciando intravedere solo i gesti elegantissimi del Maestro Donato Renzetti.
Raramente mi è capitato di sentire un’interpretazione di Alfredo così scandita, tanto da consentire anche ai neofiti dell’opera di non dover distogliere lo sguardo dalla scena per cercare l’aiuto del display nella comprensione del testo. E dopo un duetto eseguito in purezza, viene perfettamente scandita l’entrata del coro dal crescendo di fiati, archi e percussioni.
Quanto forte e travolgente può essere la passione di una donna che, forse per la prima volta, scopre la bellezza di essere amata! Un sentimento tanto forte da riempire la scena di un suono caldo e rotondo. Violetta ora ripropone il tema introdotto da Alfredo, interpretandolo con lo stupore di scoprire l’amore. Poi però il delirio di ritenere folle il pensiero di questo amore, la fa giocare con un vibrando di gorgheggi perfetti. Sembra impossibile che una tale potenza possa sprigionarsi da quel vitino. “Libera e felice” sembrano suggerire nella loro leggiadria anche i fiati, che accompagnano nell’ascesa i virtuosismi del soprano.

Nell’introdurci al secondo atto il sipario scorre veloce stavolta. Il freddo invernale della scena si avverte anche in platea. Il monologo di Alfredo è accompagnato dall’orchestra in un suono leggero, che lo lascia completamente protagonista. Ma per la rabbia di quanto appreso da Annina (la brava Vittoria Lai), la sua voce si fa sempre più incalzante, accompagnata magistralmente dall’orchestra, ora coprotagonista.
La scena ci cattura e quasi ci fa dimenticare la presenza dei maestri nella buca, ma in realtà è impossibile non notare la passione con cui il Direttore partecipa in ogni momento, aggiungendo ad ogni scena una figura protagonista, quella della sua bacchetta, costantemente seguita dai due solisti, che si lasciano dirigere come strumenti.
Ora un duetto fra il baritono, Vittorio Vitelli (Germont, padre di Alfredo) e gli orchestrali, delinea un’armonia perfettamente scandita. E di fronte alla sofferenza di Violetta, il maestro alza la bacchetta con la destra, mentre la sinistra è protesa come in atto di preghiera. Bellissimi i crescendo dell’incalzare delle due voci, che si ergono appoggiandosi ai suoni dei maestri. Poi le voci vengono lasciate sole, per ritrovarsi in brevi e puntuali rintocchi, in perfetta sintonia con gli strumenti.
La tristezza di Violetta, impedita nell’amore, traspare prima dalla quasi funebre melodia degli archi, poi ribadita dalla solitudine del clarinetto. E la tensione dei suoni tradisce lo stato d’animo di Violetta, che esplode in uno straziante “Amami Alfredo”.
Ma la leggiadria di archi e flauti ci accompagna nell’illusorio ricordo della Provenza, cui il padre vuol riportare il figlio. Ma l’animo, palesemente inquieto, di Alfredo, torna ad essere evidente con l’incalzare di fiati, archi e percussioni.

Il clima festoso del secondo quadro riporta l’orchestra a riempire la scena, tanto quanto la drammaticità degli archi riporta alla disperazione di Violetta. L’inizio di questo quadro è caratterizzato da momenti corali tipicamente verdiani, in cui le voci preparate dal Maestro Faelli ci fanno apprezzare la loro bravura nei cori delle zingarelle e dei mattadori. Di grande effetto anche la coreografia, apparentemente azzardata per un teatro abituato al rigore ma di impatto scenico notevole.
Ora la musica dolcemente fa da cuscino alle parole di Violetta, che possono posarvisi. E di nuovo un valzer corale di voci e strumenti, dove la terza voce protagonista è ora rappresentata dal fagotto, che duetta con Violetta ed Alfredo.

Il sipario torna ad aprirsi nel terzo atto accompagnato dalla dolcezza/tristezza dell’armonia cullata dagli archi, coi fiati che poi scandiscono una marcia funebre. Uniti in un tutt’uno la voce di Violetta e il clarinetto, pian piano trasformano l’unisono in duetto.
Pur contorcendosi per il dolore, la voce del soprano riempie la scena e il pubblico soddisfatto, rispettando l’orchestra fino all’ultima nota, scoppia in un meritato applauso.
E ancora, al ritmo del un-due-tre, un-due-tre si allontanano le voci dei protagonisti per poi sovrapporsi e unirsi al clarinetto.
“Digli che vivere ancor vogli'io” e su queste parole suona come una condanna forte il corno. Poi l’incalzare tragico, e la scena si affolla concitata. Aria funebre accompagna l’eredità di Violetta: il ritratto dei giorni belli! Il baritono, pentito, e l’orchestra scandiscono la tragicità del momento, la cui massima espressione è data dalle percussioni, che sembrano sparare sul corpo di Violetta.

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