lunedì 4 agosto 2014

La Bohème di Ettore Scola


Di Francesco Zavattari, Direttore Editoriale di FULL Magazine e 4rum.it

Non di rado nel momento in cui un regista cinematografico viene prestato alla lirica, le sue scelte risultano essere poco convenzionali rispetto a quella che è la cifra media della direzione operistica. 
Ricordo ad esempio l'allestimento di Pagliacci e Cavalleria Rusticana che Martone realizzò tre anni fa alla Scala di Milano: sobborghi decadenti moderni e urban per la main scene della prima, una chiesa rappresentata da uno spazio completamente vuoto su fondo nero campeggiato da una enorme croce per le scene religiose della seconda, giusto per fare un esempio. 

Nel caso della Bohème diretta da Ettore Scola a Torre del lago in occasione del Sessantesimo Festival Pucciniano 2014, ciò che invece colpisce è una sostanziale attinenza a quelli che sono i canoni classici dell'opera scritta da Giacosa e Illica.

Attraverso le scene di Luciano Ricceri, la Parigi di inizio Ottocento è resa in pieno stile fiabesco-bohémien. Due ali laterali fisse formate da edifici riprodotti e, sullo sfondo, disegnati in prospettiva, incorniciano, mutando in funzione della storia, la fase centrale: un grande set rotatorio in grado di trasformarsi di atto in atto quando nella soffitta dei quattro protagonisti, quando nel celebre Caffè Momus oltre, naturalmente, alla Barrière d'Enfer. Un appeal visivo fresco e gradevole conferito a una pur classica impostazione scenica.

Una piccola partentesi per dare conto di una particolare scelta compiuta da Scola durante l'intero secondo atto. Mentre al centro della scena imperversano i festeggiamenti edonistici del Caffé Momus, all'estrema sinistra del palco prende forma una sorta di articolato tableau vivant in cui alcune comparse posano per un Édouard Manet intento a realizzare la famosa tela “Déjeuner sur l'herbe”. Scelta di gradevole impatto visivo certamente scevra da pretese di connotazione storica se si considera che l'opera pucciniana è ambientata trent'anni prima della nascita del dipinto.

L'imprinting più netto dettato da Scola sembra trovare soprattutto respiro nelle performance attoriali dei cantanti. La caratterizzazione dei personaggi risulta spesso decisamente interessante, a cominciare dai quattro amici, raramente così ben espressi e nella propria joie de vivre e nella disperazione che, atto dopo atto, come nella più profonda pantomima pucciniana, va via, via stagliandosi.

Interessante e sofisticato il lavoro che Valerio Alfieri compie con la propria fotografia. Particolari alcune scelte come quella di vestire la scena con toni freddi nel momento in cui avviene il primo incontro fra Rodolfo e Mimì. Tavolozza che viene poi ripresa al termine dell'atto finale quando, alla morte della protagonista, le luci di Parigi svaniscono e a essere irradiata è la sola scena centrale. Una volta che Mimì è spirata nel proprio letto, al culmine della tragedia, la luce va a svanire in un toccante fade out intrecciato alle ultime, maestose note del maestro lucchese.

L'intero impianto dell'opera, dai più goliardici e spensierati due atti di apertura, passando attraverso l'intenso terzo e il drammatico finale, è trapuntato dalla guida di Valerio Galli che alterna momenti di ampia fluidità a passaggi di ritmo incalzante. A tratti il giovane e talentuoso direttore sembra persino 'grattar via' attimi di pausa previsti come più corposi in talune scene, quasi a voler conferire un maggior 'tiro' al tutto senza particolare soluzione di continuità.

In merito ai cantanti,la coppia Dessì / Armiliato sembra mutuare la propria passione in scena dalla unione che li vede compagni anche nelle vita reale. Una presenza scenica ottima per due interpreti consacrati ormai da anni di ripetuti successi nazionali e internazionali. Fra i due sembra tuttavia essere Daniela Dessì in serata di grazia, perfettamente calata nei panni di una Mimì resa dolce e meravigliosa come una dama pucciniana non può evitare di essere.

Fra le performance mediamente soddisfacenti dell'intero cast, spicca il lavoro molto buono svolto da Alessandro Luongo nei panni di un profondo Marcello

Su tutto questo, il difetto della messinscena è forse il suo stesso connotato di 'pacatezza'. Una rappresentazione caratterizzata da 'tinte pastello' che evita particolari rischi o effervescenze per non uscire mai dai binari. Un lavoro di buon livello quindi, in grado di emozionare ma non pienamente in grado di coinvolgere. 

REPLICA DEL 2 AGOSTO 2014

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