lunedì 20 gennaio 2014

De structura. Un dialogo con Attilio Terragni.

Autore: Lorenzo Ricciarelli, Responsabile Architettura di FULL Magazine

Ore 15:00 di giovedì 7 novembre. Galleria d'arte contemporanea Statuto 13, Milano. Ad attendermi Attilio Terragni, architetto, artista che gentilissimo accoglie il mio invito a rispondere ad alcune domande e a presentarmi la sua nuova personale: De-Structura, a cura di Massimiliano Bisazza, esposta alla Galleria Statuto 13 di Milano dal 30 ottobre al 12 novembre scorsi. 

Così ne parla il curatore:
Disegni e modelli per un'architettura “dopo geometria” innovativa e ricca di spunti volti ai numerosi progetti effettuati durante il suo percorso collaborativo con il noto architetto internazionale Daniel Libeskind. Molte le eco provenienti dalle influenze del segno razionalista di suo zio Giuseppe Terragni. Questa è una lettura del lavoro artistico di Attilio Terragni che si pone, a mio avviso, di fronte a noi con due valenze:  quella collegabile alla geometria descrittiva dove vengono rappresentati su uno o più piani oggetti o ambienti bidimensionali o tridimensionali tramite la prospettiva e l'assonometria. L'altra valenza è invece intesa in senso più strettamente artistico-creativo. Meandri dell'anima di Terragni artista che vengono esternati in complessi disegni evocativi, ricchi di ideogrammi, simbologie, segni e tratti che quasi fuoriescono dal piano di rappresentazione; in modo spontaneo, con una sorta di automatismo segnico e grafico che a tratti ci collega al mondo del surreale. Una parallela realtà esplosa che si parcellizza nello spazio “vitruviano” a lei circostante. 

Avrei molte domande da fare, troppe le cose di cui discutere con chi ha alle spalle esperienza internazionale in campo di progettazione ed insegnamento. Tuttavia sono poche, pochissime le cose che contano. Voglio conoscere prima un uomo, poi almeno in parte la sua anima di artista e architetto. Mi è subito chiaro che con Attilio non si può rispettare una scaletta precisa di domande. Tanto meno è lecito attendere delle risposte rigidamente ancorate ai paletti della tua questione: questa è la parte più affascinante del dialogo. Di fronte due persone che con passione amano fare il proprio mestiere. A me piace scrivere, ad Attilio disegnare. Ecco che allora provo a raccontare ciò che lui ha disegnato con la china su carta.

La premessa con la quale mi accoglie è chiara: evitiamo di trattare i quadri come l'architettura. Questa ha sempre bisogno di una spiegazione, per i quadri non importa. Non importano neppure i titoli. Chiunque deve poter godere della libertà di vedere ciò che vuole. La spiegazione è frutto di un processo razionale, è di ostacolo alla libera espressione di creatività artistica. Perchè l'arte è una questione di gesti istintivi, un atto liberatorio naturale, spontaneo. Come tale deve rimanere e non può essere spiegato a priori. Al diavolo le spiegazioni! l'importante è disegnare linee, spazi, oggetti.

L'asse della conversazione poi si sbilancia e percorre lidi inaspettati... Mi lascio trasportare e cavalco l'onda. Mi accorgo che forse proprio questo è il miglior modo di interpretare l'arte di Terragni e in particolare De-structura: libertà di espressione. Vorrei chiedere quanta architettura c'è nell'opera di Terragni artista, ma la risposta me la ritrovo a poco a poco che il dialogo incede... A partire dai suoi quadri ci soffermiamo a parlare del nostro paese, l'Italia, della sua bellezza, della sua complessità, del suo dramma. L’italia è un paese “premoderno” dice Attilio. Il nostro dramma è che viviamo in un tardo-liberty con qualche punta tendente al futurismo. Ironica considerazione che fa luce sul vero dramma nostrano: i progressi sociale, politico e culturale in Italia viaggiano ad una velocità lentissima. L'architettura è espressione di questo disagio. Basta indagare lo spazio domestico di un italiano: pieno di cianfrusaglie. Le case all’estero, al contrario, sono vuote. Pochi pezzi di design, ma buoni, le caratterizzano. Questo perché nelle altre società le persone sono molto attente al mondo in cui vivono, al contrario nostro che denunciamo tutta la nostra incapacità di vivere nel presente. Si vive difatti
troppo ancorati al passato o troppo proiettati nel futuro. Il nostro vero grande marchio di fabbrica, che ci contraddistingue, è l’essere assenti nel “qui” e “ora”. Questo è, tra le altre cose, il vero motivo per cui le culture d’avanguardia non sono mai state popolari in Italia. Sempre e soltanto a posteriori se ne è riscoperta la portata. E notevole è l'importanza delle espressioni artistiche, soprattutto nel nostro paese. De-structura non è allora soltanto una personale di Terragni artista, è piuttosto una denuncia dell'importanza che riveste la libertà d'espressione, l'esternazione dell'intimo istinto creativo e la capacità di vivere il presente, calati nella esatta dimensione del presente. Il pericolo di non essere compresi non si deve neppure considerare: non si può avere paura della contemporaneità in un paese in cui questa neppure è conosciuta. C’è soltanto bisogno di combattere l'assurda ignoranza della contemporaneità al di la di qualsiasi catalogazione di stile. Lo stile rappresenta l’esigenza del nostro tempo ed è l'espressione della capacità di saper vedere nel profondo delle cose. Ciascuno di noi viene al mondo e ha il dono della vista. Ma questo non è sufficiente di per sè: bisogna saper guardare alle cose. Ed il buffo è che sono soltanto pochi, pochissimi ad accorgersi dell’evidenza. Giuseppe Terragni diceva sempre che bisogna saper vedere. Sembra strano perché i giovani di questo Paese
continuano ad essere conservatori.  Eppure proprio noi Italiani siamo diversi grazie all’architettura: camminare per le nostre strade significa calpestare architettura e scontrarsi continuamente con essa. Siamo stati capaci di distruggere tutto questo, ma nonostante ciò continuiamo a fare la differenza per l’architettura.

Ci soffermiamo poi a riflettere su De-Structura. E' Attilio che parla. De-structura... dal “De architettura”. In realtà ciò che si continua a fare ancora oggi  è una continua revisione Albertiana che si propaga nel tempo. Tutti questi concetti che ci pervadono tipo simmetria, asimmetria, disposizione, sottile, spesso etc etc subiscono continui processi di messa in discussione e hanno tutti valenze diverse nel tempo. Chiara anche la eco della corrente decostruzionista, tuttavia Attilio tende a precisare che il titolo della mostra focalizza l'attenzione su un aspetto: il suo lavoro non è de-costuzione ma è de-strutturazione. Derridà è stato uno scrittore importantissimo, dice Attilio, perché il suo lavoro è un lavoro di precisione che investe la sfera del linguaggio e arriva fino alla struttura. Un lavoro costante teso a mettere sempre in evidenza la metafisica che sta nelle parole nei segni e nei gesti. In tutta l’architettura ci si accorge che quei segni, quei gesti, quelle forme provengono da una metafisica che ha imprigionato la testa a pensare così. Quindi è una questione di liberazione: è necessario potersi liberare per costruire la propria metafisica. Atti liberatori che sembrano semplici ma che in realtà sono molto difficili: quando tiri le righe, dice ancora Attilio, ti viene addosso tutto il mondo, per non parlare di quando si disegna una finestra: sono autentici tir che ti arrivano addosso e fanno male.
Sono anni che nell'esperienza lavorativa e creativa egli ci lavora, dopo essere partito dalle cose più elementari. Interrogativi del tipo: che cosa è una riga forte? Che cosa è una riga debole? Domande cui non è per niente facile rispondere: è tutto da provare, da vedere, da sentire.. da visualizzare. Racconta Terragni: noi per anni avevamo uno studio a Londra in cui avevamo smesso di parlare. Disegnavamo e basta. Uno scambio di informazioni attraverso le emozioni prodotte dai segni tracciati su carta. E’ difficilissimo comunicare e liberarsi da questa pesantezza. Gli italiani hanno il solito problema… amano parlare, ma non sanno disegnare: non sanno neppure cosa vogliono fare. Tu prova a chiedere alle persone cosa sanno fare e non te lo dicono. Un artigiano te lo sa dire però

Tu cosa sai fare? Domando io. Io so disegnare. So giocare a tennis e so disegnare. Risponde Attilio. Nella vita ci sono due specie: quelli che hanno fatto sport e quelli che non hanno fatto sport. Gli architetti non hanno il senso della precisione, dello “chapeau”. Lo sport invece è basilare. Aiuta ad avere una mentalità differente. Lo sport aiuta a far riconoscere ciò che vale, ti aiuta ad esser serio. La serietà è precisione, da non confondersi con la perfezione. La perfezione è un concetto un po’ metafisico. La precisione no, è più concreta. Elogio alla precisione!

C’è tanta architettura nei disegni di Attilio Terragni. L’architettura è ovunque, dice lui. Gli uomini del tempo lo sentono, lo percepiscono questo, ma non lo sanno visualizzare. Prendiamo allora a prestito il concetto di tempo. L’unico modo per capire questo concetto è saper visualizzare il tempo, saperlo vedere (tanto per tornare a Giuseppe Terragni). Tutto ciò che noi architetti facciamo è visualizzare il tempo. Ma in realtà è ciò che fanno gli uomini in generale, quindi facciamo tutti architettura se visualizziamo bene il tempo. Visualizzare il tempo significa spazializzarlo. In realtà tutto ciò che fai lo fai veramente, e non è ripetizione, è spazializzazione del tempo, senso del tempo. Se non hai il senso del tempo non puoi spazializzare niente e se non spazializzi non c’è memoria. Questo è un po’ il concetto di ritmo.

La libertà con la quale parliamo ci porta ad una riflessione totalmente estemporanea, ma non estranea all'ambito d'interesse della conversazione: la grazia! E' diversa dalla forza, esclama Attilio. L’architettura è più forza o più grazia? Chiedo. L'architettura fa una gran cosa, come diceva l'Alberti: sposta i pesi. L'architettura è spostare pesi con grazia. L'Alberti dice cose tremendamente semplici che mi hanno sempre sconvolto... pensa allo spostare pesi... Per la miseria, tutto quello che faccio è spostare pesi. Anche il corpo fisicamente sposta i pesi... l'architettura lo fa con grazia. Ovviamente questa idea così apparentemente semplice alla radice si tira dietro un sacco di altre faccende assai più complesse: equilibrio, gravità, leggerezza etc. etc.  Comunque gli architetti non sono seri in Italia - prosegue ancora Terragni - io non capisco perchè c'è questa incapacità totale che ci circonda. Il disegno è importantissimo... Torniamo alla cultura umanistica che io sponsorizzo: per essere un buon architetto devi essere un manovale a bottega, poi diventi un pittore, poi uno scultore poi un architetto ingegnere... è una catena molto dura. Anche negli architetti contemporanei riconosci subito questa trafila: chi ha fatto una cosa e chi l'altra. Questa dimensione deve essere riconosciuta. 

Lancio allora una riflessione: le scuole di architettura in Italia e la difesa della cultura Moderna. Le nostre scuole di architettura sono fatte per creare caproni. L'università è fatta per i soldatini. Io me ne sono andato dal politecnico di Milano dopo tre anni. I ragazzi in Australia sono una figata pazzesca... ragazzi giovanissimi che sono curiosi, interessati, conoscitori di cose. In Italia tutto questo non c'è. Siamo circondati da squallore. Prima esercitazione che ho fatto fare agli studenti all'università: Trovare un posto, fare una buca, cacciarvisi dentro, fotografare e commentare l'esperienza... se vi dico che serve, fatelo con grinta!! Solo così vi accorgerete che cosa è la proprietà, chi ve lo fa fare, chi non ve lo fa fare, chi ti prende per matto, cosa vuol dire difendere la tua idea... In realtà la cosa non è stata capita assai bene: è successo un casino... E' una esperienza memorabile che ti ricordi per tutta la vita ed entra a far parte del tuo bagaglio e costituisce il tuo autoritratto.

Non si conosce niente dell'architettura Moderna. Lo si vede dalla disposizione delle cose, dall'abbigliamento. La cultura moderna non è mai entrata in Italia. La nostra sfortuna è che abbiamo avuto due tragedie, una in più dell'altra. In particolare la guerra civile che ha costituito l'impedimento per l'ingresso nella cultura civile della cultura moderna. Oggi siamo ancora in guerra civile, e non ci siamo mai ripresi da questa mentalità molto ferrea. Per questo la cultura Moderna non è neanche cominciata. La guerra civile è fatta di due parti, una parte ha sdoganato la cultura Moderna in un certo modo, l'altra parte nell'altro modo. Effettivamente però nessuno se ne è occupato nel profondo. Tutto questo è terribile! Abbiamo dato in mano la nostra cultura agli altri. Ciascuno l'ha trattata dal suo punto di vista. Io sono esterrefatto:  ho scritto un libro sul Danteum. Mi sono accorto che ogni cultura ha interpretato a proprio modo il Danteum. Ciascuna cultura ha il proprio Danteum. C'è quello fatto dai giapponesi, quello fatto dai tedeschi o quello degli spagnoli. Sono tutti diversi tra loro. Ognuno ha il suo Danteum tipico della propria cultura: quindi ciascuno si trascina dietro l'errore, la cosa in più o la cosa in meno tipica della matrice culturale cui appartiene. Ciascuna società civile ha messo dentro la propria cultura. Dico io, ad un certo punto sarebbe il caso di avere almeno la nostra versione. Come a dire: ci siamo anche noi! Anche perchè la nostra versione dei fatti proprio non cè! Ci sono queste versioni parziali, partigiane o interessate in particolare a qualcosa. Bruno Zevi, che io ho sempre adorato, lui si ha fatto un'operazione molto intelligente: doveva salvare gli artisti di destra perchè altrimenti sarebbero stati eliminati alla radice. Allora lui ha fatto questa operazione ideologica di dire che non erano in realtà di destra, ma di sinistra. In effetti Zevi è stato il traghettatore di questi artisti, perchè senza lui non ci sarebbe rimasto neanche più un Sironi o un Lingeri. E' un'operazione che fino agli anni Ottanta è servita. Però dopo sarebbe dovuto venir fuori qualcosa davvero. Invece no, mentre all'esterno hanno già fatto tutto, partita conclusa: siamo ormai catalogati come formalisti! Altra cosa che non ho mai sopportato. La cultura americana ci ha colonizzato, anche dal punto di vista critico. Siamo colonizzati dagli americani. E pensare che ci sono due campi in cui noi italiani abbiamo dato contributo in maniera continuativa nel tempo e fondamentale: musica ed architettura. Tutto questo questo lo abbiamo dato in mano alla cultura americana. E adesso è veramente difficile sovvertire questo equilibrio.

Come possiamo fare allora? Non lo so, Io disegno...

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