'Le Stanze Verticali' di Bruno Biondi

All'esordio la personale 'Aniconico' di Chiara Bevilacqua

domenica 26 gennaio 2014

"Nabucco" al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino

Autore: Silvia Cosentino - Caporedattore di 4rum.it e FULL Magazine
Dal 21 al 31 di Gennaio il prestigioso cartellone del Maggio Musicale Fiorentino propone Nabucco, terza opera verdiana che nel 1842 decretò il successo del Cigno di Busseto; al Teatro Comunale è possibile assistere a questo capolavoro nell'allestimento diretto da Leo Muscato, vincitore del Premio Abbiati per la miglior regia nel 2012.

Universalmente conosciuta grazie al celeberrimo coro del Va', pensiero, ormai associato a una fervente (quanto, in questo caso, limitante) forma di patriottismo, l'opera è incentrata sulle drammatiche vicende del re babilonese Nabucodonosor II e del conflittuale rapporto con il popolo ebreo. In linea quindi con una dicotomia tra le vicende personali dei protagonisti e la loro veste pubblica, l'allestimento imposta un impianto scenografico di ampio respiro, con un grande spazio dal richiamo materico nei toni della pietra, adatto a ospitare i tanti momenti di coralità, in cui cantanti e comparse si dispongono sul palco in modo organico e movimentato, offrendo tableaux vivants di intenso impatto emotivo. In contrapposizione a questo, le situazioni più intime, intrise di un forte senso di solitudine, vengono individuate grazie a sezioni sceniche con aperture e chiusure dei fondali e dalle luci che, con fumosi incroci orizzontali da sinistra a destra, infondono un'aura misteriosa, quasi onirica alla vicenda.
Seppur validi tutti gli interpreti, nessuno spicca particolarmente né per vocalità né per interpretazione; sicuramente il plauso maggiore va al coro, capace di gestire con armonia la complessità tanto del canto quanto dei movimenti in scena, conferendo estrema naturalezza e spontaneità a una storia indubbiamente percepita come astratta nel tempo e nello spazio, al di là dei riferimenti storici.

In generale, l'allestimento risulta gradevole senza però destare particolare coinvolgimento emotivo, non riuscendo a sviscerare un impianto che, se da un lato è uno dei più importanti nel panorama operistico, dall'altro non risulta essere al pari dei capolavori che Verdi comporrà in seguito e che, per la loro stessa natura, quasi ne facilitano l'espressione. Il valore di questa regia consiste comunque nel riuscire a dare adeguata forma per una platea sì preparata, ma ad ogni modo eterogenea, a un'opera di per sè tra le più imponenti e famose, al di là dei luoghi comuni e delle parti musicali a tutti note e, proprio per questo, spesso maltrattate e svilite.

Teatro Comunale
dal 21 al 31 Gennaio

Nabucco
di Giuseppe Verdi
Libretto di Temistocle Solera



Direttore Renato Palumbo
Regia Leo Muscato
Scene Tiziano Santi
Costumi Silvia Aymonino
ripresi da Virginia Gentili
Luci Alessandro Verazzi
riprese da Gianni Paolo Mirenda

Nabucco Dalibor Jenis / Leo Nucci (26, 30)
Ismaele Luciano Ganci
Zaccaria Riccardo Zanellato / Raymond Aceto (24, 28, 31)
Abigaille Anna Pirozzi / Anna Markarova (24, 28, 31)
Fenena Annalisa Stroppa / Rossana Rinaldi (24, 31)
Gran Sacerdote Dario Russo
Abdallo Enrico Cossutta
Anna Valeria Sepe

Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Maestro del Coro Lorenzo Fratini

Nuova produzione
Allestimento del Teatro Lirico di Cagliari
e dell’Ente Concerti Marialisa De Carolis di Sassari


Premio Abbiati 2012 per la miglior regia


Foto di Marco Borrelli per gentile concessione del Maggio Musicale Fiorentino

venerdì 24 gennaio 2014

Indagine sulla luce - Colour state of mind



Attraverso una serie di dodici tele in totale, nel 2011 Francesco Zavattari ha dato vita al progetto 'Indagine sull'ombra' diffuso in tre diverse esposizioni.
Oggi, a pochi mesi dagli eventi 'UBIQUA' e 'It's Tissue World Tour', che hanno portato l'opera dell'artista toscano in giro per il mondo, è all'esordio il nuovo progetto 'Indagine sulla luce - Colour state of mind', evoluzione della serie di tre anni fa.
Nessuna tela caratterizza però questa iniziativa, che è in realtà una vera e propria ricerca che da mesi Zavattari sta conducendo relativamente all'uso tecnico e concettuale del colore.
'Indagine sulla luce' rappresenta infatti un trait d'union fra l'attività artistica e quella professionale del designer.

Il lavoro tende a sviluppare una complessa tavolozza cromatica (corredata da un'ampia analisi testuale) che Studio Matitanera lancerà nei prossimi mesi quale applicativo commerciale mediante un'innovativa operazione di branding internazionale. Saranno coinvolti, tra gli altri, la rivista FULL Magazine con i portali Paperstreet.it e 4rum.it come divulgatori della ricerca, Matitanera ATD (Advanced Technology Division) per l'aspetto tecnico e la linea di taccuini Noteblack quale partner di sviluppo nella delicata sessione test di stampa.

Una delle salienti fasi conclusive del progetto consisterà nell'approfondimento condotto su decine di opere 'campione' dislocate nei tre principali musei madrileni. Il già intenso rapporto fra l'artista e la capitale spagnola si incrementerà ulteriormente grazie allo studio in loco di una vasta gamma di dipinti selezionati preventivamente tra epoche, correnti e autori straordinari: i musei Del Prado, Reina Sofía e Thyssen-Bornemisza ospiteranno infatti Francesco Zavattari nei primi giorni di febbraio 2014.

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Indagine sulla luce
Colour state of mind
2014

Official page: www.zavattari.com
Coordinamento: Silvia Cosentino (silvia@fullmagazine.it)
Press: Viviana Di Meglio (viviana@matitanera.com)

Un vivo ringraziamento agli addetti stampa dei rispettivi musei madrileni coinvolti

lunedì 20 gennaio 2014

Statuto 13 - Spazio di incontri per arte architettura e design

Autore: Lorenzo Ricciarelli, Responsabile Architettura di FULL Magazine

Statuto 13 non è soltanto una galleria d’ arte contemporanea,  è un progetto culturale che nasce da un connubio di lavoro tra Massimiliano Bisazza, curatore d'arte e direttore artistico della galleria Statuto 13, e Paolo Ciabattini, titolare gallerista. Statuto 13 - ci dice proprio Massimiliano Bisazza - vede la luce con l'intento di creare un luogo di interscambio culturale a Milano che possa essere sinergico, nuovo, perchè in Italia c'è molta chiusura rispetto all'estero. La società attuale ha difatti bisogno di dar voce all'interscambio culturale, che proprio una città come Milano può offrire, in termini di potenzialità troppo spesso limitate dalla mancanza di sinergie tra discipline artistiche ed operatori culturali. L'intento – spiega Bisazza - è quello di essere una galleria d'arte contemporanea a tutto tondo in cui gli artisti, sia affermati che emergenti, possano esprimersi. Ovviamente l'artista emergente, accuratamente selezionato, può contare sul vantaggio della presenza in galleria di artisti più noti. In questo modo si aiuta anche l'arte emergente senza l'omissione di alcun tipo di tecnica. Difatti in galleria si espone fotografia, performing art, pittura, scultura, video arte e si cura inoltre la presentazione di libri legati a tematiche di mostre specifiche. Si organizzano dibattiti e conferenze: un autentico luogo di e per la cultura. Ancora Bisazza spiega che ogni artista è seguito non soltanto per il periodo della mostra ma anche durante tutto l'anno. Statuto 13 costruisce una rete, un network di artisti che rimangono in contatto tra loro. L'ideale perseguito è quello di far esporre una volta all'anno ciascun artista per curarne anche la propria crescita professionale ed artistica. 
La galleria è frequentata da molti critici, da professori dell'Accademia e gode del confronto con la vicina Accademia di Belle Arti di  Brera. Lo spazio, proprio nel centro di Brera, nell’area che per antonomasia è sempre stata il cuore pulsante della creatività milanese e non solo, offre se stesso come punto di incontro, d’interscambio, di dialogo creativo e culturale, aperto a tutti; aperto anche all’avvento dell’Expo 2015, aperto alle idee, ai progetti che permettano una crescita costruttiva e proattiva.  Il nome della galleria suona come un “Manifesto” nuovo e fervido, vero e possibile. Oltre ad essere ubicata nella medesima via dalla quale prende il nome, la galleria echeggia la possibilità di innovarsi e di aprirsi dunque allo “STATUTO13” dell’arte a Milano. Un luogo dunque per la cultura con cui si vuol dare un nuovo Statuto (appunto) dell'arte di Milano.


Statuto 13 – Galleria d’arte contemporanea e spazio di incontri per arte architettura e design.
Via Statuto, 13 – 20121 Milano Italy

De structura. Un dialogo con Attilio Terragni.

Autore: Lorenzo Ricciarelli, Responsabile Architettura di FULL Magazine

Ore 15:00 di giovedì 7 novembre. Galleria d'arte contemporanea Statuto 13, Milano. Ad attendermi Attilio Terragni, architetto, artista che gentilissimo accoglie il mio invito a rispondere ad alcune domande e a presentarmi la sua nuova personale: De-Structura, a cura di Massimiliano Bisazza, esposta alla Galleria Statuto 13 di Milano dal 30 ottobre al 12 novembre scorsi. 

Così ne parla il curatore:
Disegni e modelli per un'architettura “dopo geometria” innovativa e ricca di spunti volti ai numerosi progetti effettuati durante il suo percorso collaborativo con il noto architetto internazionale Daniel Libeskind. Molte le eco provenienti dalle influenze del segno razionalista di suo zio Giuseppe Terragni. Questa è una lettura del lavoro artistico di Attilio Terragni che si pone, a mio avviso, di fronte a noi con due valenze:  quella collegabile alla geometria descrittiva dove vengono rappresentati su uno o più piani oggetti o ambienti bidimensionali o tridimensionali tramite la prospettiva e l'assonometria. L'altra valenza è invece intesa in senso più strettamente artistico-creativo. Meandri dell'anima di Terragni artista che vengono esternati in complessi disegni evocativi, ricchi di ideogrammi, simbologie, segni e tratti che quasi fuoriescono dal piano di rappresentazione; in modo spontaneo, con una sorta di automatismo segnico e grafico che a tratti ci collega al mondo del surreale. Una parallela realtà esplosa che si parcellizza nello spazio “vitruviano” a lei circostante. 

Avrei molte domande da fare, troppe le cose di cui discutere con chi ha alle spalle esperienza internazionale in campo di progettazione ed insegnamento. Tuttavia sono poche, pochissime le cose che contano. Voglio conoscere prima un uomo, poi almeno in parte la sua anima di artista e architetto. Mi è subito chiaro che con Attilio non si può rispettare una scaletta precisa di domande. Tanto meno è lecito attendere delle risposte rigidamente ancorate ai paletti della tua questione: questa è la parte più affascinante del dialogo. Di fronte due persone che con passione amano fare il proprio mestiere. A me piace scrivere, ad Attilio disegnare. Ecco che allora provo a raccontare ciò che lui ha disegnato con la china su carta.

La premessa con la quale mi accoglie è chiara: evitiamo di trattare i quadri come l'architettura. Questa ha sempre bisogno di una spiegazione, per i quadri non importa. Non importano neppure i titoli. Chiunque deve poter godere della libertà di vedere ciò che vuole. La spiegazione è frutto di un processo razionale, è di ostacolo alla libera espressione di creatività artistica. Perchè l'arte è una questione di gesti istintivi, un atto liberatorio naturale, spontaneo. Come tale deve rimanere e non può essere spiegato a priori. Al diavolo le spiegazioni! l'importante è disegnare linee, spazi, oggetti.

L'asse della conversazione poi si sbilancia e percorre lidi inaspettati... Mi lascio trasportare e cavalco l'onda. Mi accorgo che forse proprio questo è il miglior modo di interpretare l'arte di Terragni e in particolare De-structura: libertà di espressione. Vorrei chiedere quanta architettura c'è nell'opera di Terragni artista, ma la risposta me la ritrovo a poco a poco che il dialogo incede... A partire dai suoi quadri ci soffermiamo a parlare del nostro paese, l'Italia, della sua bellezza, della sua complessità, del suo dramma. L’italia è un paese “premoderno” dice Attilio. Il nostro dramma è che viviamo in un tardo-liberty con qualche punta tendente al futurismo. Ironica considerazione che fa luce sul vero dramma nostrano: i progressi sociale, politico e culturale in Italia viaggiano ad una velocità lentissima. L'architettura è espressione di questo disagio. Basta indagare lo spazio domestico di un italiano: pieno di cianfrusaglie. Le case all’estero, al contrario, sono vuote. Pochi pezzi di design, ma buoni, le caratterizzano. Questo perché nelle altre società le persone sono molto attente al mondo in cui vivono, al contrario nostro che denunciamo tutta la nostra incapacità di vivere nel presente. Si vive difatti
troppo ancorati al passato o troppo proiettati nel futuro. Il nostro vero grande marchio di fabbrica, che ci contraddistingue, è l’essere assenti nel “qui” e “ora”. Questo è, tra le altre cose, il vero motivo per cui le culture d’avanguardia non sono mai state popolari in Italia. Sempre e soltanto a posteriori se ne è riscoperta la portata. E notevole è l'importanza delle espressioni artistiche, soprattutto nel nostro paese. De-structura non è allora soltanto una personale di Terragni artista, è piuttosto una denuncia dell'importanza che riveste la libertà d'espressione, l'esternazione dell'intimo istinto creativo e la capacità di vivere il presente, calati nella esatta dimensione del presente. Il pericolo di non essere compresi non si deve neppure considerare: non si può avere paura della contemporaneità in un paese in cui questa neppure è conosciuta. C’è soltanto bisogno di combattere l'assurda ignoranza della contemporaneità al di la di qualsiasi catalogazione di stile. Lo stile rappresenta l’esigenza del nostro tempo ed è l'espressione della capacità di saper vedere nel profondo delle cose. Ciascuno di noi viene al mondo e ha il dono della vista. Ma questo non è sufficiente di per sè: bisogna saper guardare alle cose. Ed il buffo è che sono soltanto pochi, pochissimi ad accorgersi dell’evidenza. Giuseppe Terragni diceva sempre che bisogna saper vedere. Sembra strano perché i giovani di questo Paese
continuano ad essere conservatori.  Eppure proprio noi Italiani siamo diversi grazie all’architettura: camminare per le nostre strade significa calpestare architettura e scontrarsi continuamente con essa. Siamo stati capaci di distruggere tutto questo, ma nonostante ciò continuiamo a fare la differenza per l’architettura.

Ci soffermiamo poi a riflettere su De-Structura. E' Attilio che parla. De-structura... dal “De architettura”. In realtà ciò che si continua a fare ancora oggi  è una continua revisione Albertiana che si propaga nel tempo. Tutti questi concetti che ci pervadono tipo simmetria, asimmetria, disposizione, sottile, spesso etc etc subiscono continui processi di messa in discussione e hanno tutti valenze diverse nel tempo. Chiara anche la eco della corrente decostruzionista, tuttavia Attilio tende a precisare che il titolo della mostra focalizza l'attenzione su un aspetto: il suo lavoro non è de-costuzione ma è de-strutturazione. Derridà è stato uno scrittore importantissimo, dice Attilio, perché il suo lavoro è un lavoro di precisione che investe la sfera del linguaggio e arriva fino alla struttura. Un lavoro costante teso a mettere sempre in evidenza la metafisica che sta nelle parole nei segni e nei gesti. In tutta l’architettura ci si accorge che quei segni, quei gesti, quelle forme provengono da una metafisica che ha imprigionato la testa a pensare così. Quindi è una questione di liberazione: è necessario potersi liberare per costruire la propria metafisica. Atti liberatori che sembrano semplici ma che in realtà sono molto difficili: quando tiri le righe, dice ancora Attilio, ti viene addosso tutto il mondo, per non parlare di quando si disegna una finestra: sono autentici tir che ti arrivano addosso e fanno male.
Sono anni che nell'esperienza lavorativa e creativa egli ci lavora, dopo essere partito dalle cose più elementari. Interrogativi del tipo: che cosa è una riga forte? Che cosa è una riga debole? Domande cui non è per niente facile rispondere: è tutto da provare, da vedere, da sentire.. da visualizzare. Racconta Terragni: noi per anni avevamo uno studio a Londra in cui avevamo smesso di parlare. Disegnavamo e basta. Uno scambio di informazioni attraverso le emozioni prodotte dai segni tracciati su carta. E’ difficilissimo comunicare e liberarsi da questa pesantezza. Gli italiani hanno il solito problema… amano parlare, ma non sanno disegnare: non sanno neppure cosa vogliono fare. Tu prova a chiedere alle persone cosa sanno fare e non te lo dicono. Un artigiano te lo sa dire però

Tu cosa sai fare? Domando io. Io so disegnare. So giocare a tennis e so disegnare. Risponde Attilio. Nella vita ci sono due specie: quelli che hanno fatto sport e quelli che non hanno fatto sport. Gli architetti non hanno il senso della precisione, dello “chapeau”. Lo sport invece è basilare. Aiuta ad avere una mentalità differente. Lo sport aiuta a far riconoscere ciò che vale, ti aiuta ad esser serio. La serietà è precisione, da non confondersi con la perfezione. La perfezione è un concetto un po’ metafisico. La precisione no, è più concreta. Elogio alla precisione!

C’è tanta architettura nei disegni di Attilio Terragni. L’architettura è ovunque, dice lui. Gli uomini del tempo lo sentono, lo percepiscono questo, ma non lo sanno visualizzare. Prendiamo allora a prestito il concetto di tempo. L’unico modo per capire questo concetto è saper visualizzare il tempo, saperlo vedere (tanto per tornare a Giuseppe Terragni). Tutto ciò che noi architetti facciamo è visualizzare il tempo. Ma in realtà è ciò che fanno gli uomini in generale, quindi facciamo tutti architettura se visualizziamo bene il tempo. Visualizzare il tempo significa spazializzarlo. In realtà tutto ciò che fai lo fai veramente, e non è ripetizione, è spazializzazione del tempo, senso del tempo. Se non hai il senso del tempo non puoi spazializzare niente e se non spazializzi non c’è memoria. Questo è un po’ il concetto di ritmo.

La libertà con la quale parliamo ci porta ad una riflessione totalmente estemporanea, ma non estranea all'ambito d'interesse della conversazione: la grazia! E' diversa dalla forza, esclama Attilio. L’architettura è più forza o più grazia? Chiedo. L'architettura fa una gran cosa, come diceva l'Alberti: sposta i pesi. L'architettura è spostare pesi con grazia. L'Alberti dice cose tremendamente semplici che mi hanno sempre sconvolto... pensa allo spostare pesi... Per la miseria, tutto quello che faccio è spostare pesi. Anche il corpo fisicamente sposta i pesi... l'architettura lo fa con grazia. Ovviamente questa idea così apparentemente semplice alla radice si tira dietro un sacco di altre faccende assai più complesse: equilibrio, gravità, leggerezza etc. etc.  Comunque gli architetti non sono seri in Italia - prosegue ancora Terragni - io non capisco perchè c'è questa incapacità totale che ci circonda. Il disegno è importantissimo... Torniamo alla cultura umanistica che io sponsorizzo: per essere un buon architetto devi essere un manovale a bottega, poi diventi un pittore, poi uno scultore poi un architetto ingegnere... è una catena molto dura. Anche negli architetti contemporanei riconosci subito questa trafila: chi ha fatto una cosa e chi l'altra. Questa dimensione deve essere riconosciuta. 

Lancio allora una riflessione: le scuole di architettura in Italia e la difesa della cultura Moderna. Le nostre scuole di architettura sono fatte per creare caproni. L'università è fatta per i soldatini. Io me ne sono andato dal politecnico di Milano dopo tre anni. I ragazzi in Australia sono una figata pazzesca... ragazzi giovanissimi che sono curiosi, interessati, conoscitori di cose. In Italia tutto questo non c'è. Siamo circondati da squallore. Prima esercitazione che ho fatto fare agli studenti all'università: Trovare un posto, fare una buca, cacciarvisi dentro, fotografare e commentare l'esperienza... se vi dico che serve, fatelo con grinta!! Solo così vi accorgerete che cosa è la proprietà, chi ve lo fa fare, chi non ve lo fa fare, chi ti prende per matto, cosa vuol dire difendere la tua idea... In realtà la cosa non è stata capita assai bene: è successo un casino... E' una esperienza memorabile che ti ricordi per tutta la vita ed entra a far parte del tuo bagaglio e costituisce il tuo autoritratto.

Non si conosce niente dell'architettura Moderna. Lo si vede dalla disposizione delle cose, dall'abbigliamento. La cultura moderna non è mai entrata in Italia. La nostra sfortuna è che abbiamo avuto due tragedie, una in più dell'altra. In particolare la guerra civile che ha costituito l'impedimento per l'ingresso nella cultura civile della cultura moderna. Oggi siamo ancora in guerra civile, e non ci siamo mai ripresi da questa mentalità molto ferrea. Per questo la cultura Moderna non è neanche cominciata. La guerra civile è fatta di due parti, una parte ha sdoganato la cultura Moderna in un certo modo, l'altra parte nell'altro modo. Effettivamente però nessuno se ne è occupato nel profondo. Tutto questo è terribile! Abbiamo dato in mano la nostra cultura agli altri. Ciascuno l'ha trattata dal suo punto di vista. Io sono esterrefatto:  ho scritto un libro sul Danteum. Mi sono accorto che ogni cultura ha interpretato a proprio modo il Danteum. Ciascuna cultura ha il proprio Danteum. C'è quello fatto dai giapponesi, quello fatto dai tedeschi o quello degli spagnoli. Sono tutti diversi tra loro. Ognuno ha il suo Danteum tipico della propria cultura: quindi ciascuno si trascina dietro l'errore, la cosa in più o la cosa in meno tipica della matrice culturale cui appartiene. Ciascuna società civile ha messo dentro la propria cultura. Dico io, ad un certo punto sarebbe il caso di avere almeno la nostra versione. Come a dire: ci siamo anche noi! Anche perchè la nostra versione dei fatti proprio non cè! Ci sono queste versioni parziali, partigiane o interessate in particolare a qualcosa. Bruno Zevi, che io ho sempre adorato, lui si ha fatto un'operazione molto intelligente: doveva salvare gli artisti di destra perchè altrimenti sarebbero stati eliminati alla radice. Allora lui ha fatto questa operazione ideologica di dire che non erano in realtà di destra, ma di sinistra. In effetti Zevi è stato il traghettatore di questi artisti, perchè senza lui non ci sarebbe rimasto neanche più un Sironi o un Lingeri. E' un'operazione che fino agli anni Ottanta è servita. Però dopo sarebbe dovuto venir fuori qualcosa davvero. Invece no, mentre all'esterno hanno già fatto tutto, partita conclusa: siamo ormai catalogati come formalisti! Altra cosa che non ho mai sopportato. La cultura americana ci ha colonizzato, anche dal punto di vista critico. Siamo colonizzati dagli americani. E pensare che ci sono due campi in cui noi italiani abbiamo dato contributo in maniera continuativa nel tempo e fondamentale: musica ed architettura. Tutto questo questo lo abbiamo dato in mano alla cultura americana. E adesso è veramente difficile sovvertire questo equilibrio.

Come possiamo fare allora? Non lo so, Io disegno...

domenica 12 gennaio 2014

La cinica poetica del 'teatrante'

Autore: Silvia Cosentino - Caporedattore di 4rum.it e FULL Magazine 
Dal 9 al 12 Gennaio il bel cartellone del Teatro Metastasio di Prato ha proposto Il teatrante, testo poco rappresentato dell'autore austriaco Thomas Bernhard. Protagonista assoluto della pièce come attore e regista, il grande Franco Branciaroli continua così la sua riflessione sul teatro, già recentemente portata avanti con lo spettacolo Servo di scena di Ronald Harwood.

Una pittoresca osteria di un paesino sperduto chissà dove nella campagna austriaca: una struttura a semicerchio che lascia in bella vista, in un secondo piano rialzato, uno spaccato di macelleria con tanto di carne appesa; tavoli e sedie dal taglio povero, un'accozzaglia di quadri alle pareti disposti in modo totalmente casuale; sul lato destro, una pedana e un binario per sipario individuano una "zona teatrale" di fortuna. Questa è l'unica, intima ambientazione in cui prende forma la vicenda, questo il povero palco su cui dovrà esibirsi il protagonista, in giro per una strampalata tournée con tanto di moglie e figli, improvvisati attori, al seguito. Lo spettacolo ha il suo lungo incipit nel soliloquio del mattatore, che, con andatura pomposa e con voce oltremodo impostata anche nel più quotidiano eloquio, mostra insofferenza verso l'infelice contesto nel quale sarà costretto a mettere in scena il suo La ruota della storia, improbabile vicenda che dovrebbe vedere come protagonisti personaggi come Hitler, Napoleone, Metternich... Il tutto di fronte a un silenzioso, perplesso, in parte incuriosito e affascinato oste che (esattamente come il pubblico) molto probabilmente non può fare a meno di domandarsi come possa essere finito da quelle parti colui che si professa essere un così grande artista.

Se fin da subito il protagonista risulta grottesco e a tratti ridicolo nel suo desiderio di perseverare in un'arte impagliata, stantia, fatta di canoni privi di significato, il tutto diviene ancor più pietoso con l'arrivo degli altri sgangerati componenti della famiglia: una moglie muta (per scelta psicologica) quasi inebetita dalle nevrosi del marito, che trova nell'ipocrondria l'unica ancora di salvezza; un figlio e una figlia totalmente inadatti a vivere, prima ancor che a fare teatro. Nella frenesia dei preparativi per la messa in scena, tra momenti di comicità e altri in cui diventa forte la pena per questo illuso autore-attore, la storia si conclude con un fallimento che arriva prima che lo spettacolo abbia inizio, con un incendio che cattura l'attenzione dei paesani non ancora convenuti all'osteria. La compagnia resta così senza pubblico, il palco vuoto senza rappresentazione, lo spettacolo a cui assistiamo si chiude in modo brusco, così come bruscamente il mattatore deve i fare i conti con una realtà ben diversa dalle sue aspirazioni teatrali.

Ciò che in assoluto rende maggiormente interessante la riflessione di Branciaroli risiede nella contradditorietà della sua riflessione: l'attore e regista scardina, esaspera e si fa beffa proprio di ciò che lui professa e di cui la sua arte fa uso. Il senso del teatro come alternativa alla morte (giacché il teatro ne è la più alta espressione), la maniacalità che contraddistingue i grandi uomini di teatro nei gesti, nell'impostazione della voce, nella perfezione della scena e dei più piccoli dettagli: l'attore, in questa lettura, non è altro che un uomo particolarmente coraggioso, o forse particolarmente codardo, che nasconde la propria fragilità dietro un'altisonante necessità di professarsi artista del palcoscenico, di rivestire la parola e l'azione di una sacralità diversamente non raggiungibile nella vita ordinaria. Così come Bernhard non salva i propri personaggi, Branciaroli non ci fornisce risposte, ma esplicita, seziona, pone sull'altare del sacrificio il senso e non senso della vera natura del teatro. Agli spettatori il compito di riflettere, di ammettere la fondamentale assurdità di ciò a cui non solo assistono, ma di cui sono partecipi e non meno colpevoli e inattendibili complici.



FRANCO BRANCIAROLI in

IL TEATRANTE

di Thomas Bernhard
traduzione Umberto Gandini
regia FRANCO BRANCIAROLI
scene e costumi Margherita Palli
luci Gigi Saccomandi
con (in ordine alfabetico) Barbara Abbondanza, Tommaso Cardarelli, Melania Giglio,
Daniele Griggio, Valentina Mandruzzato, Valentina Violo


produzione CTB TEATRO STABILE DI BRESCIA / TEATRO DE GLI INCAMMINATI


Foto per gentile concessione del Teatro Metastasio di Prato

sabato 11 gennaio 2014

Monet au coeur de la vie

Autore: Roberta Fameli

Dal 14 settembre 2013 al 2 febbraio 2014 le Scuderie del Castello di Pavia presentano una grande mostra dedicata a uno dei geni dell’impressionismo francese: Claude Monet.  La mostra – come suggerisce lo stesso nome – è un viaggio nel cuore della vita di Monet, “raccontato  attraverso le voci di sei personaggi chiave del suo percorso umano e artistico”. Gli incontri, i successi, così come i momenti difficili sono stati ricostruiti sulla base di preziose lettere - provenienti dal Musée des Lettres e de Manuscrits di Parigi ed esposte in mostra - in cui il pittore racconta momenti e stati d'animo della sua vita. Lungo il percorso,una serie di videoinstallazioni predispongono emotivamente il pubblico a rivivere i momenti fondamentali della vita di Monet e a comprenderne il rapporto con le opere presentate in mostra.

Claude Monet nacque a Parigi nel 1840,secondogenito di Claude Adolphe e di Louise Justine Aubrée. Nel 1845 i Monet si trasferirono a Le Havre, dove il padre iniziò a gestire un negozio di e insieme con il cognato. Appena quindicenne  Claude cominciò a disegnare a matita e a carboncino, e a vendere  caricature di personaggi della città. Dal 1856, studiò disegno e conobbe il pittore Eugène Boudin che lo indirizzò alla pittura del paesaggio en plein air. Il 24 maggio 1860 Monet pubblicò  la sua ultima caricatura,  quella di Lafenière, un noto attore dell'epoca,sulla rivista «Diogène».Nel mese di ottobre di quell'anno fu chiamato a prestare  il servizio militare,che all'epoca durava ben sette anni, a meno che non si trovasse qualcuno che intendesse svolgerlo al proprio posto: fu arruolato nel reggimento dei  Cacciatori d'Africa, di stanza ad Algeri, dove rimase  ammaliato dalla luce e dai colori di quei luoghi.  Nel 1862  in licenza di convalescenza, riprese a dipingere con  Boudin e con Johan Barthold Jongkind, che aveva conosciuto  casualmente e di cui ammirava la capacità di riprodurre il paesaggio in pochi schizzi,  per poi definirli sulla tela in studio. Nel 1866 si presenta al Salon di Parigi con la tela raffigurante “Camille in abito verde” e con il paesaggio “Saint Germain l'Auxerrois” che ottenne l'approvazione di Zola e Manet. La protagonista assoluta dell'opera è la brillantezza della luce tra le foglie degli alberi. Di lì a poco inizieranno i primi abbozzi di "Colazione sull'erba", ispirato alla famosa tela di Manet. Senonché l'opera non piace a Courbet e Monet lo accantona,  incompiuto, come pegno per il pagamento della pensione. Lo riprenderà nel 1884 in cattive condizioni: tagliato in due parti, è conservato al Musée d'Orsay. Gli ultimi anni della sua vita trascorsero pacificamente a Giverny, in Normandia, dove affittò un casolare sul fiume Epte. In questo luogo di pace e serenità , Monet si ritirò con la figlia Blanche. Morì nel 1926 di cancro ai polmoni. Egli disse di aver avuto un solo merito nella vita, " di aver dipinto direttamente di fronte alla natura”. 
Sotto il profilo culturale Monet rimase sempre piuttosto limitato, visto che non s'interessò mai alla cultura classica, al punto di non entrare quasi mai al Louvre. Tuttavia seppe compensare questo limite facendo della natura la sua unica fonte di ispirazione preferendo l'immediatezza della rappresentazione alla plasticità delle cose. Per quanto riguarda invece il termine  “impressionismo”, per descrivere le sue opere e quelle dei suoi contemporanei, esso fu coniato nel 1874 dal critico Louis Leroy che s'ispirò alla tela esposta da Manet nello studio del fotografo Nadar, in occasione della mostra del  gruppo Societè anonyme des peintres, sculpteurs et graveurs, a cui parteciparono tra gli  altri: Cèzanne, Pissarro, Degas, renoir e lo stesso Monet, con la tela "Impressione, levar del Sole". Sono questi gli anni in cui Monet dà il meglio di sé. Nella tela intitolata "Vela sulla Senna ad Argenteuil", per esempio, possiamo notare il superamento di alcuni limiti tecnici:innanzitutto scompaiono  i contrasti di tono che cedono il passo ad accostamenti tonali, così come dalla tavolozza scompare il nero, perché  le ombre vengono ricavate accentuando l'intensità del tono come aveva visto fare al Turner – pittore inglese scoperto durante un viaggio a Londra – che era solito dissolvere la forma mediante il colore. 

La mostra promossa dal Comune di Pavia  è curata da Philippe Cros che ci presenta una selezione di opere provenienti dai musei più prestigiosi del mondo: dal Columbus Museum of Art (Stati Uniti d’America), dal Musèe d’Orsay di Parigi, dalla Johannesburg  Art Gallery in Sud Africa, etc. Il percorso espositivo ripercorre le tappe fondamentali della produzione artistica, dalla formazione giovanile fino alla piena maturità. I dipinti esposti sono ventuno.L'esposizione ha inizio con i primi tentativi artistici della lunga carriera artistica di Claude Monet. Il racconto di questi anni è affidato al padre dell’artista, Adolphe Monet, che ebbe un rapporto piuttosto tormentato con il figlio del quale disapprovava sia le scelte  artistiche, sia per le sue scelte personali e sentimentali. 

Nella sala successiva ci accoglie  Eugene Boudin, primo maestro di Monet, senza il quale – egli ebbe a dire – non “sarebbe mai diventato pittore”. Sono esposte  alcune tra le migliori tele realizzate da Boudin con la tecnica en plein air. L’opera più rappresentativa di questa sezione è: "Bateaux à Etretat" (1883), in cui Monet adopera la stessa tecnica pittorica del suo maestro. 

Il percorso prosegue con le opere dedicate a Camille  Doncieux  - prima moglie e madre dei due figli di Monet -  che contraddistingue il periodo creativo più fecondo dell'artista. Camille  fu la sua musa e modella preferita dal 1860 al 1879,quando morì prematuramente a soli 32 anni. Appartengono a questo periodo: “La gare d’Argenteuil” (1872), i “Bateux de pêche a Honfleur” (1866) e “Printemp” (1873). Le opere dedicate a George Clemenceau , primo ministro francese dal 1906-09 e  dal 1917-20, invece, incarnano il periodo  più difficile della vita dell’artista. Fu proprio Clemenceau, nel 1921, a commissionargli le celebri Ninfee per il Musèe de l’Orangerie. In questa sala sono esposte opere di pittura accademica come “Paysage maritime” di J. Breton e “Les Pyrènèes” di M.R. Bonheur in contrapposizione con le opere di Monet “Pourville” (1881) e “Le Cap Martin” (1884), capolavori assoluti dell’impressionismo. 

Si prosegue con Alice Hoschedè, seconda moglie di Monet, che narrerà dei continui viaggi intrapresi dall’artista alla continua ricerca di nuovi stimoli, ispirazioni e soggetti da riprodurre, come il soggiorno in Norvegia per studiare gli effetti della luce sulla neve: ed è proprio  in questo periodo, 1880 al 1895,  che sono nati i più grandi capolavori del Maestro. Sono questi  gli anni , in cui l’artista si concentra quasi esclusivamente sul tema impressionista del paesaggio,con particolare interesse verso l’alone luminoso che circonda gli oggetti in natura. A tal proposito ricordiamo le opere “Il ponte di Waterloo” (1900) e la “Cathèdrale de Rouen” (1894).

La sesta ed ultima sezione della mostra è dedicata a Blanche Hoschedè, figlia di Alice ed unica allieva di Monet che trascorse con lei l’ultimo periodo della sua vita a Giverny. In questi anni (1914-1926) l’artista riuscì ad appagare finalmente  il suo desiderio di tranquillità rurale limitando la sua vita sociale a lunghe passeggiate in campagna in compagnia della sola Blanche. Furono anche gli anni dei primi sintomi  della cateratta che modificando sensibilmente la vista, cambieranno anche il modo di percepire i colori. Attraverso il racconto di Blanche, inoltre,   sappiamo delle lunghe ore trascorse dai due nel meraviglioso giardino della loro casa, in cui Monet  fece costruire persino un ponte giapponese, testimonianza del suo interesse per l’arte del Sol Levante. Tanto è vero che in questa sezione sono presenti anche le stampe di alcuni grandi artisti giapponesi, come K. Hokusai e Utagawa Hiroshige. 

Terminata la mostra è possibile seguire un itinerario turistico alla scoperta dei luoghi più suggestivi di Pavia, tra cui :   l'orto botanico del 1700,  la bellissima Cattedrale di San Michele,  la  Biblioteca Civica Bonetta,  i giardini Malaspina,  il Ponte Vecchio sul fiume Ticino. In ciascuno di questi luoghi, “il visitatore potrà riprendere la lettura del racconto dei sei personaggi riproposto in un'ambientazione reale” oltre a riscoprire una delle più belle ed antiche città d'Italia.

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