'Le Stanze Verticali' di Bruno Biondi

All'esordio la personale 'Aniconico' di Chiara Bevilacqua

giovedì 18 dicembre 2014

Elisa 'L'anima Vola Live in the Clubs' - Live review


Martedì 2 Dicembre 2014 - Obihall, Firenze

Recensione e foto originali: Andrea Scarfì 
Accreditato press/photo per l'evento

Sono le 21.15 all'Obihall di Firenze, si abbassano le luci.
Eccola Elisa, entra sul palco, si avvicina al pubblico, si inchina e senza perdere tempo si siede al piano intonando in acustico Fairy Girl, suo grande successo datato 2001.
Voce calda fin da subito, rompe il silenzio lasciando intuire quali saranno le sue intenzioni: trasmettere grande energia e abbattere l'armonia del 'salotto' fiorentino.
Ritmo incalzante, Elisa fa scoprire le nuove hit del suo ultimo lavoro, passando dalla title track L'Anima Vola, appunto, ad Ecco che scritta da Giuliano Sangiorgi dei Negramaro, passando da E scopro cos'è la felicita, composta invece da Tiziano Ferro, fino ad arrivare alla tenera A Modo Tuo, concepita da Ligabue per la figlia di Elisa.
Il punto più alto si raggiunge quando la cantante triestina si siede nuovamente al piano per intonare una struggente versione acustica di Dancing. Senza farsi accompagnare da nessuno, raggiunge note altissime che le pareti del Palatenda contengono a malapena. Tripudio. Pubblico in delirio.
Elisa tira fuori le unghie e scava dentro la sua anima rock. Rispolvera grandi successi del passato che tutti, dai più piccoli ai più grandi, non possono non conoscere e cantare assieme a lei: Broken, Heaven out of the hell, Together, il successo sanremese Luce (tramonti a nord est), The waves e Cure me, tutti suonati in piena escalation.
Si diverte e fa divertire Elisa, scherza e accoglie le richieste dei fans in qualche momento più soft. Ormai c'è totale feeling: è in ognuno di loro vice versa.
Ore 23.20, Elisa e la sua band salutano. Escono per poi rientrare a prendersi il giusto, meritato, lungo applauso che il pubblico toscano riserva loro.
Si accendono le luci, ma sul palco si continua a ballare. Sulle note di Positive Vibration del grande Bob Marley va a sfumare una serata che rimarrà sicuramente indelebile per chi si è voluto regalare due ore di
ottima musica, in compagnia di una grande artista che nei suoi ormai quasi quindici anni di carriera, ha saputo esprimersi al meglio e contraddistinguersi, in Italia e all'estero, come questo tour europeo ben sottolinea.









domenica 14 dicembre 2014

Falstaff al teatro dell'Opera di Firenze


Falstaff : “una commedia lirica che non somiglia a nessun'altra”.

Autore: Silvia Cosentino - Caporedattore di FULL Magazine e 4rum.it

Il programma del Teatro dell'Opera di Firenze ha deliziato il proprio pubblico con l'ultimo capolavoro verdiano, Falstaff, affidato a nomi stellari: direzione di Zubin Mehta, regia di Luca Ronconi e un cast di cantanti che perfettamente restituisce gli spassosi personaggi della commedia.

Il grande Giuseppe Verdi chiude la propria carriera nel modo più singolare possibile: ormai avanti negli anni, si mette ancora in gioco, componendo la sua prima Opera Buffa, che va a scardinare il dramma musicale ordinato per numeri chiusi. Ne emerge un declamato melodico, certamente ancora lontano dalla scrittura libera Verista e dalle pagine pucciniane, ma che per esse indubbiamente pone solide basi.

Su libretto di Arrigo Boito, il soggetto ruota intorno al personaggio di Sir John Falstaff, desunto dagli shakespeariani Le allegre comari di Windsor ed Enrico IV. Composta in tre atti, l'opera vede suddividere ognuno di essi in due parti: la prima ambientata presso l'Osteria della Giarrettiera, (dimora di Falstaff e sede delle sue conquiste amorose), la seconda presso i luoghi dei suoi avversari, casa Ford e la foresta della burla: ne emerge una contrapposizione tra due mondi, tra gli ideali del protagonista, incurante dello scorrere impietoso del tempo, e lo stravolgimento di essi attraverso gli inganni orditi dagli altri personaggi.

La scena spiazza lo spettatore offrendosi nuda agli occhi, con grandi teloni bianchi a delimitare le tre pareti, mossi da corde che, alzandosi e abbassandosi, scandiscono l'andirivieni di simpatici velocipedi di varia forma. Mossi da corde a vista, queste macchine introducono le varie maschere, i caratteri che vanno ad animare la vicenda, con esplicita volontà di creare un distacco dalla finzione, adoperando, quindi, la stessa acuta ironia che Verdi applica nella sua composizione, in un allontanamento dalle passioni e, allo stesso tempo, dai fasti della propria storia di musicista. Completano la scena pochi, fondamentali oggetti e complementi di arredo, come il grosso baule nel quale Falstaff si nasconde, l'enorme letto simbolo delle sue prodezze amorose, il paravento che cela il sentimento di Fenton e Nannetta. Suggestiva la scelta per la scena della tregenda nel bosco, con un imponente albero rovesciato che va a incombere con i suoi tanti rami sull'alcova del protagonista: la luminosa atmosfera vissuta per tutto lo scorrere della commedia (con luci perlopiù piazzate senza particolari movimenti, anche qui con evidente volontà di fissare, rendere atemporale una finzione) lascia il posto a una dimensione onirica dominata da scure maschere, ora richiamo della natura di Sogno di una notte di mezza estate, ora anticamera dell'Inferno di Don Giovanni.

La ricerca verdiana di disincantata ironia culmina nella gradevole scelta per la Fuga Buffa conclusiva, durante la quale tutti i personaggi, complice Maestro e Orchestra, sfondano la quarta parete andandosi a sedere con gambe penzoloni sul proscenio, coinvolgendo il pubblico nel frenetico Contrappunto, supremo simbolo di intrecci e beffe.

Precisa e misurata la performance dell'Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino, guidata da Zubin Mehta che, come sempre sapientemente, riesce a misurare i colori e i volumi del ridotto organico previsto dal compositore. Straordinario tutto il cast, su cui Ambrogio Maestri spicca l'immenso, ormai veterano nel ruolo di Falstaff; seguono, non meno degnamente, la potenza e la naturalezza del Ford di Roberto de Candia, tutto il gruppo delle donne, tra le quali spicca la melodiosa Ekaterina Sodvnikova nei panni della sognante Nannetta, e quello degli agguerriti uomini, di cui Fenton (Yijie Shi) risulta essere l'armonico contraltare.

Giuseppe Verdi chiude quindi con intelligenza e maestria il suo inimitabile percorso artistico, offrendo al pubblico quella che lui stesso definì una commedia lirica che non somiglia a nessun'altra: estrema parafrasi, come già detto, della volontà di fuggire all'autocelebrazione per operare una più sagace riflessione sul processo compositivo, che mai deve arrestarsi e rimanere uguale a se stesso ma, piuttosto, interrogarsi e mettersi sempre in discussione. 

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Recensione relativa alla replica di domenica 7 dicembre 2014

Falstaff

Commedia lirica in tre atti
Libretto di Arrigo Boito
Musica di Giuseppe Verdi

Editore proprietario: G. Ricordi & C., Milano
Coproduzione con Fondazione Teatro Petruzzelli di Bari
Cantato in italiano. Sovratitoli in inglese e italiano.

Direttore, Zubin Mehta  -  Regia, Luca Ronconi 

Scene, Tiziano Santi  -  Costumi, Maurizio Millenotti  - Disegno luci, A. J. Weissbard

Maestro del coro, Lorenzo Fratini

Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino

Sir John Falstaff, Ambrogio Maestri / Roberto De Candia (12)

Fenton, Yijie Shi

Ford, marito d'Alice, Roberto De Candia / Alessandro Luongo (2, 4, 12)

Mrs. Alice Ford, Eva Mei

Nannetta, figlia d'Alice, Ekaterina Sadovnikova

Mrs. Quickly, Elena Zilio

Mrs. Meg Page, Laura Polverelli

Bardolfo, Gianluca Sorrentino

Pistola, Mario Luperi

Dr. Cajus, Carlo Bosi

martedì 9 dicembre 2014

A Lucca Attilio Terragni con 'After geometry comes freedom'


Si intitola After geometry comes freedom l’esposizione lucchese delle opere di Attilio Terragni, eclettico artista del panorama internazionale. “Dopo la geometria viene la libertà”, quindi; ma anche “Oltre la geometria c’è la libertà”: un titolo volutamente ambiguo e per certi versi enigmatico.
Attilio Terragni, classe 1960, architetto e ingegnere, ha inaugurato la sua stagione creativa nel 1990 con un ciclo di opere sulle aree industriali dismesse della città contemporanea. Un rivoluzionario del disegno in architettura: suoi i progetti, tra gli altri, del Museo ebraico di Berlino, in collaborazione con l’architetto di fama internazionale Daniel Libeskind, e di Federation square a Melbourne. 
Negli ultimi anni si è dedicato al disegno a al dipinto mettendo a fuoco una vera e propria geometria dell’incerto capace di sciogliersi nei segni dei grandi maestri e di sovrastare con leggerezza l’onnipresenza della neutralità. C’è lotta, c’è danza, c’è tensione nella fervida ricerca grafica di Attilio Terragni. 
Disegni e dipinti inediti per un viaggio tra forme e visioni, onirico e materico al tempo stesso. L’autore individua nella trasfigurazione l'effetto autentico dell'arte e lo esprime nell'esperienza della geometria spirituale, che insiste sul mondo abitabile e ha il potere di cambiarlo. 
“Le opere esposte sono come partiture musicali, descrivono costellazioni geometriche che rimandano a edifici e città non ancora costruiti, come una partitura per il suono costruibile della libertà. Non sono utopie, ma piuttosto – parola di Attilio Terragni – orizzonti strutturati, che si potrebbero leggere anche come passaggi verso quello stato in cui lo Spazio ha assorbito una costruzione libera del Tempo”. 
Un bel regalo di Natale che la città di Lucca fa ai suoi abitanti e a tutti coloro che appositamente verranno. Si inizia alle 15 del 15 dicembre con una conferenza inaugurale che Attilio Terragni terrà nell’auditorium di IMT, Cappella Guinigi, in via della Quarquonia 1/A.
La mostra sarà poi visitabile tutti i giorni dal 15 dicembre 2014 all'11 gennaio 2015 presso i rinnovati locali della Casermetta San Salvatore, meglio nota come Ex Canile (Mura urbane, accesso da via dei Bacchettoni).
Lunedì - sabato: dalle 16 alle 19
Domenica: dalle 10 alle 13 e dalle 16 alle 19

Con il contributo della Cassa di Risparmio di Pistoia e della  Lucchesia e la collaborazione di Comune di Lucca, Opera delle Mura,  Ordine degli Architetti di Lucca, LAD Studio.

Lorenzo Ricciarelli, Marta Conforti, Elisa Tambellini

martedì 18 novembre 2014

'La Traviata' al Lirico di Cagliari



Si abbassano le luci e la delicatezza dei violini nello splendido preludio accompagna l’apertura del sipario, lasciando intravedere un ricco  salotto ottocentesco.
La scena si anima quando le note ci presentano il tema principale, che a suon di valzer anticipa il meraviglioso e solenne fil rouge che ci accompagnerà nell’intera opera. E così, alla dolcezza dell’apertura si contrappone il riempirsi della scena, che va di pari passo col crescendo musicale. I piatti anticipano lo scoppio dei tappi, che introducono al “libiamo”, dove il frizzante cinguettio di Irina Lungu, Violetta, ed il suono morbido e rotondo di Francesco Demuro, Alfredo, cominciano a distinguersi per i loro virtuosismi, contornati poi da un coro unanime di grande effetto, molto gradito dal pubblico.
Ma ora la scena deve concedere intimità a Violetta ed Alfredo, e così bellissimo è l’effetto di allontanamento della musica all’allontanarsi della scena. Abbiamo la sensazione di restare da soli in teatro, insieme a loro due, mentre la folla che riempiva il palco se ne va e la buca si svuota pian piano del suo suono corale, lasciando intravedere solo i gesti elegantissimi del Maestro Donato Renzetti.
Raramente mi è capitato di sentire un’interpretazione di Alfredo così scandita, tanto da consentire anche ai neofiti dell’opera di non dover distogliere lo sguardo dalla scena per cercare l’aiuto del display nella comprensione del testo. E dopo un duetto eseguito in purezza, viene perfettamente scandita l’entrata del coro dal crescendo di fiati, archi e percussioni.
Quanto forte e travolgente può essere la passione di una donna che, forse per la prima volta, scopre la bellezza di essere amata! Un sentimento tanto forte da riempire la scena di un suono caldo e rotondo. Violetta ora ripropone il tema introdotto da Alfredo, interpretandolo con lo stupore di scoprire l’amore. Poi però il delirio di ritenere folle il pensiero di questo amore, la fa giocare con un vibrando di gorgheggi perfetti. Sembra impossibile che una tale potenza possa sprigionarsi da quel vitino. “Libera e felice” sembrano suggerire nella loro leggiadria anche i fiati, che accompagnano nell’ascesa i virtuosismi del soprano.

Nell’introdurci al secondo atto il sipario scorre veloce stavolta. Il freddo invernale della scena si avverte anche in platea. Il monologo di Alfredo è accompagnato dall’orchestra in un suono leggero, che lo lascia completamente protagonista. Ma per la rabbia di quanto appreso da Annina (la brava Vittoria Lai), la sua voce si fa sempre più incalzante, accompagnata magistralmente dall’orchestra, ora coprotagonista.
La scena ci cattura e quasi ci fa dimenticare la presenza dei maestri nella buca, ma in realtà è impossibile non notare la passione con cui il Direttore partecipa in ogni momento, aggiungendo ad ogni scena una figura protagonista, quella della sua bacchetta, costantemente seguita dai due solisti, che si lasciano dirigere come strumenti.
Ora un duetto fra il baritono, Vittorio Vitelli (Germont, padre di Alfredo) e gli orchestrali, delinea un’armonia perfettamente scandita. E di fronte alla sofferenza di Violetta, il maestro alza la bacchetta con la destra, mentre la sinistra è protesa come in atto di preghiera. Bellissimi i crescendo dell’incalzare delle due voci, che si ergono appoggiandosi ai suoni dei maestri. Poi le voci vengono lasciate sole, per ritrovarsi in brevi e puntuali rintocchi, in perfetta sintonia con gli strumenti.
La tristezza di Violetta, impedita nell’amore, traspare prima dalla quasi funebre melodia degli archi, poi ribadita dalla solitudine del clarinetto. E la tensione dei suoni tradisce lo stato d’animo di Violetta, che esplode in uno straziante “Amami Alfredo”.
Ma la leggiadria di archi e flauti ci accompagna nell’illusorio ricordo della Provenza, cui il padre vuol riportare il figlio. Ma l’animo, palesemente inquieto, di Alfredo, torna ad essere evidente con l’incalzare di fiati, archi e percussioni.

Il clima festoso del secondo quadro riporta l’orchestra a riempire la scena, tanto quanto la drammaticità degli archi riporta alla disperazione di Violetta. L’inizio di questo quadro è caratterizzato da momenti corali tipicamente verdiani, in cui le voci preparate dal Maestro Faelli ci fanno apprezzare la loro bravura nei cori delle zingarelle e dei mattadori. Di grande effetto anche la coreografia, apparentemente azzardata per un teatro abituato al rigore ma di impatto scenico notevole.
Ora la musica dolcemente fa da cuscino alle parole di Violetta, che possono posarvisi. E di nuovo un valzer corale di voci e strumenti, dove la terza voce protagonista è ora rappresentata dal fagotto, che duetta con Violetta ed Alfredo.

Il sipario torna ad aprirsi nel terzo atto accompagnato dalla dolcezza/tristezza dell’armonia cullata dagli archi, coi fiati che poi scandiscono una marcia funebre. Uniti in un tutt’uno la voce di Violetta e il clarinetto, pian piano trasformano l’unisono in duetto.
Pur contorcendosi per il dolore, la voce del soprano riempie la scena e il pubblico soddisfatto, rispettando l’orchestra fino all’ultima nota, scoppia in un meritato applauso.
E ancora, al ritmo del un-due-tre, un-due-tre si allontanano le voci dei protagonisti per poi sovrapporsi e unirsi al clarinetto.
“Digli che vivere ancor vogli'io” e su queste parole suona come una condanna forte il corno. Poi l’incalzare tragico, e la scena si affolla concitata. Aria funebre accompagna l’eredità di Violetta: il ritratto dei giorni belli! Il baritono, pentito, e l’orchestra scandiscono la tragicità del momento, la cui massima espressione è data dalle percussioni, che sembrano sparare sul corpo di Violetta.

sabato 25 ottobre 2014

A Lucca "ARTE E SOLIDARIETÀ"


"ARTE E SOLIDARIETÀ": GLI ARTISTI TOSCANI DONANO LE LORO OPERE ALL’ORDINE DI MALTA PER UNA MOSTRA MERCATO DI BENEFICENZA A PALAZZO CENAMI

Martedì 28 ottobre 2014 alle ore 18, presso gli storici locali di Palazzo Cenami nella centralissima via Roma a Lucca, avrà luogo l’inaugurazione della mostra mercato di opere d’arte donate da noti artisti toscani, organizzata a scopo di beneficenza dalla Sezione di Lucca del Sovrano Militare Ordine di Malta (SMOM), appartenente alla Delegazione di Pisa. L’esposizione, curata da Marco Palamidessi e Davide Sallustio, durerà fino al 4 novembre e sarà inserita tra gli eventi di interesse segnalati dalla famosa manifestazione di livello europeo “Lucca Comics and Games”, svolgendosi anch’essa nel medesimo periodo. Il ricavato della vendita diretta dei dipinti e delle opere grafiche verrà impiegato dall’Ordine di Malta per la realizzazione ed il sostegno di diverse opere caritatevoli in aiuto dei malati e dei bisognosi, secondo il millenario motto melitense “Tuitio fidei et obsequieum pauperum” (difesa della fede e servizio ai poveri). Scrivono i curatori Palamidessi e Sallustio: “L’Arte, da quando l’uomo l’ha creata come più alto mezzo per reinventare se stesso, ha sempre portato in grembo il seme della bellezza e del riscatto, della gloria e della redenzione, della speranza e della salvezza, della vittoria della vita sulla morte, della luce su ogni buio. Mossa dagli spiriti eletti, per sua natura capace di far sognare e di rapire, quando incontra il sentimento della solidarietà ecco che si accende il fuoco di un’emozione difficile da estinguere: l’emozione che è negli occhi di coloro che provano gratitudine verso chi tende loro una mano in situazioni di disagio o sofferenza, nobile come l'immenso bagaglio di valori che da 960 anni di storia contraddistingue notoriamente l’Ordine Cavalleresco e Ospedaliero, organizzatore e promotore di questo importantissimo evento”.

Partecipano gli artisti:
Gabry Angeli, Fabrizio Barsotti, Luca Battini, Ilaria Bernardi, Giampaolo Bianchi, Riccardo Chirici, Cinzia Coronese, Alexander Daniloff, Chiara Del Grande, Raffaello Di Vecchio, Silvia Forlai, Giampaolo Frizzi, Anna Garibotti, Marco Gondoli, Gudrun Burgstaller, Lilly Janet Kay, Adolfo Lorenzetti, Giovanni Lorenzetti Fusari, Michele Lovi, Giuliana Luiso, Arianna Luporini, Elio Lutri, Gianfalco Masini, Marco Messina, Stefano Montagna, Tito Mucci, Angela Palese, Elisa Pasquini, Chiara Paolicchi, Franco Pegonzi, Antonio Possenti, Pier Luigi Puccini, Benedetta Regoli, Aleandro Roncarà, Sofia Rondelli, Eleonora Rossi, Lisandro Rota, Roberto Rota, Armando Scaramucci, Fabio Sciortino, Alma Sheik, Pietro Soriani, Sibilla Stefani, Taqka Kote, Paolo Vannucchi, Elisa Zadi, Francesco Zavattari

Si ringraziano per il prezioso contributo, oltre agli Artisti donatori,  Eleonora Rossi, Elisabetta Abela Presidente di “ArteinLucca”, Francesco Caredio Amministratore Unico di “Lucca Comics and Games”, Benedetta Regoli e Taqka Kote.

La mostra mercato “Arte e Solidarietà” si svolgerà a Palazzo Cenami, in via Roma a Lucca, osservando i seguenti orari: da mercoledì 29 ottobre a martedì 4 novembre orario continuato 10.00/20.00; venerdì 31 ottobre, sabato 1 e domenica 2 novembre orario
prolungato fino alle 22.00. Ingresso libero

martedì 9 settembre 2014

Costanza Mansueti in mostra con 'Stand Still'


Domenica 14 settembre 2014 alle 17,30 sarà inaugurata la mostra personale 'Stand Still' della fotografa Costanza Mansueti presso LABottega - Spazio per la Fotografia di Marina di Pietrasanta.
Stand Still è un'estratto del progetto che Costanza Mansueti ha maturato nei suoi viaggi negli Stati Uniti e Canada degli ultimi anni.

Come scrive la giornalista di Boston Silvia Cavallini nella prefazione del catalogo della mostra, 
“La bellezza che cattura Costanza non è una bellezza convenzionale. Piuttosto, il suo obiettivo ci mostra ciò che ci piacerebbe vedere se avessimo rallentato un po', se avessimo alzato lo sguardo dalle nostre liste di cose da fare...Vediamo più chiaramente in inverno, quando la vita è ridotto all'essenziale. Per parafrasare John Pawson, la forma perfetta si ottiene quando non si può più togliere. “

Apertura della mostra prevista per le ore 17,30. Alle 18,30 presentazione e aperitivo. 
L'esposizione rimarrà aperta fino al 5 ottobre con i seguenti orari: dal mercoledì e giovedì 15,30 -19,30 e week end 15,30 22,30.

INFO:
LABottega - Spazio per la Fotografia
Viale Apua 188 - Tel. 0584-22502

sabato 6 settembre 2014

60° FESTIVAL PUCCINI: 'Turandot' miglior allestimento secondo FULL Magazine e 4rum.it


Secondo la nostra testata, la Turandot  messa in scena da Angelo Bertini merita il 'gradino più alto' fra i vari allestimenti proposti quest'anno al Sessantesimo Festival Puccini. Miglior artista secondo FULL il soprano Serena Farnocchia.
Un ottimo bilancio complessivo per questa stagione in riva all'amato lago del Maestro: anche stavolta FULL Magazine è stato presente, ed ecco il (doppio...) resoconto del nostro spettacolo preferito.

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Di Francesco Zavattari - Direttore Editoriale di FULL Magazine e 4rum.it

Quella della Turandot di giovedì 14 agosto è stata probabilmente una delle migliori repliche che il Festival Pucciniano abbia offerto negli ultimi anni. A pochi minuti dal termine, incredibilmente dopo poche note dalla celebre conclusione della composizione da parte di Puccini, la forte pioggia aveva però rubato i meritatissimi applausi ai cantanti, all'orchestra e all'intero staff.

A distanza di tre giorni, fortunatamente, il problema non si è riproposto e l'intera messinscena di domenica 17 si è compiuta nel modo migliore, affinando, laddove possibile, le poche sfumature rivedibili della precedente serata.

Di rado capita di poter criticare tanto favorevolmente un lavoro a questo livello e, quando accade, è un piacere vero: trovare appunti negativi alla Turandot proposta quest'anno sul palco del Gran Teatro Puccini di Torre del Lago sarebbe un esercizio di ermetismo e 'spocchia' davvero inutile.

Plauso generale all'intero lavoro che risente e si alimenta evidentemente dell'ossimoro positivo fra l'entusiasmo e la freschezza di un approccio giovane e nuovo, unito all'esperienza che dai cantanti principali al Maestro è stata investita.

A tenere le redini Angelo Bertini, esordiente nel ruolo di un regista finemente attento e meticoloso in ogni dettaglio. La sua Turandot vive proprio di questo: l'attenzione al particolare. Una complessa e precisa rete di azioni, movimenti, simboli e manierismi ricercati in grado di tessere, scena dopo scena, figura dopo figura, un magnifico tappeto visivo per quella che è forse la più potente e completa (pur incompleta) opera del genio lucchese.

Ricercati e particolari i costumi con le rosse, povere e uniformate vesti del popolo di Pechino, le nere e inquietanti armature delle guardie, gli abiti sontuosi dei sacerdoti fino ai personaggi principali. Un fiero Calaf, magnificamente interpretato con fierezza, precisione, grande carisma ed energia da Walter Fraccaro, è rivestito in una suit per metà armatura e metà abito signorile che ben ne rappresenta la nobiltà d'animo e d'origine. Turandot, affidata alla più grande interprete vivente di questo ruolo, una splendida Giovanna Casolla, è rilucente in una semplice tunica bianca impreziosita da una fitta polvere di strass, un grande velo e, alla sua comparsa in scena, un importante coprispalle dorato che abbandona nel momento in cui Calaf scioglie l'ultimo dei tre enigmi.
Liù è vestita di un mantello verde che, pur rendendo la giusta idea dell'abito povero di una schiava, è in realtà realizzato in modo elegante e sofisticato. In questa Opera è lei la vera 'donna pucciniana' in grado di incarnare quel mix di passione, speranza e dolore tanto caro al Maestro. Ottime le scelte di regia che la riguardano: sul finire, subito prima del suo suicidio, la donna sveste il mantello mostrando al di sotto un abito completamente bianco, simile, pur in una più semplice versione, a quello indossato da Turandot. Il loro contrapporsi sul palco, in quel modo, è da brivido: la giovane schiava al seguito di Timur (molto ben reso dal basso Ing Sung Sim) e la Principessa a fronteggiarsi, spogliate del proprio status in eccesso e in difetto, semplicemente donne. Semplicemente persone il cui divario viene azzerato, anche visivamente, grazie a questa ottima trovata scenica.

Di grande impatto, inoltre, l'intera fase successiva al suicidio della piccola Liù che, presa in spalla dalle guardie, in un magnifico corteo funebre contrastato in nero e bianco, viene tumulata al di sotto del palco che si apre al centro per l'occasione. Il gesto, accompagnato dalla chiusura simbolica di un grande sipario sul retro della scena, diviene un potente e allegorico omaggio a Puccini, deceduto proprio al termine di questa fase compositiva. La lunga pausa dettata da un ottimo maestro Marco Balderi ci restituisce uno dei più intensi momenti della stagione.

L'ambientazione onirica di questo specifico allestimento ben rappresenta la Pechino 'al tempo delle favole' in cui Puccini volle la storia della sua Principessa: un imponente colonnato d'oro, incorniciato da un grande elemento nero tutto intorno alla scena in grado di conferire all'intero lavoro un gradevole appeal '16:9' fortemente cinematografico. Il tutto è impreziosito da un 'ricamo' di elementi concentrici che, pur richiamando lo stile orientale lo rivisitano in chiave moderna, a tratti quasi 'spaziale'. Senza tempo, origine o destinazione. 
Nei loro sgargianti abiti fucsia, corallo e rosso vivo, Ping, Pong e Pang (davvero ben interpretati rispettivamente dal baritono Park Joungmin e dai tenori Francesco PittariNicola Pamio), caratterizzano l'intero start del secondo atto, 'trattati' come marionette mosse in scena da altrettanti burattinai. L'ambientazione che si anima alle loro spalle durante la struggente melodia, caratterizzante il racconto di un felice e libero passato, diventa fondamentale per farci comprendere dove affonda le radici il concept visivo dell'allestimento di Bertini: un immaginifico paesaggio sviluppato con leggere sagome mobili, quasi delicati disegni di bambini 'ritagliati e intarsiati' nella carta.
Grande merito, quindi, anche alle scene curate dallo stesso regista.

Se questo è stato per FULL Magazine il miglior spettacolo dell'anno (e forse non solo...), dal punto di vista dei cast che si sono succeduti, menzione speciale della rivista va senz'altro a Serena Farnocchia, poetica, coinvolgente, melodiosa e struggente Liù, sintesi tecnica ed emozionale di un perfetto e delicato contraltare alla potente Giovanna Casolla: finalmente un'artista locale in grado di tenere testa a nomi internazionali.

Ringraziando l'intera organizzazione e, in particolare, la sempre professionale e attenta Responsabile dell'Ufficio Stampa, Alessandra Delle Fave, vi diamo appuntamento al prossimo anno in riva al lago.

mercoledì 6 agosto 2014

Gioni David Parra e la sua 'Secret Chamber'


Una stanza segreta. Una chiave che va cercata. Una caccia al tesoro che diviene unico modo per esperire le nuove opere dell’artista Gioni David Parra, utopiche, in transito, già in viaggio verso altri luoghi d’oltremare. 

Mistero e ricerca sono gli ingredienti di un vernissage decisamente originale, da cogliere al volo nella sua transitorietà, ai Magazzini Lisabetta Salviati il 13 Agosto 2014, alle ore 19.00.

In questa affascinante struttura ottocentesca nel parco di Migliarino, per volontà dei suoi proprietari Carlo e Francesca Centurione Scotto e di un’illuminata amministrazione comunale, si celebra da anni l’accoglienza di artisti invitati a dialogare con la natura e il genius loci di questa terra di incomparabile bellezza.

Parra impegnato da sempre in una ricerca evolutiva parte proprio dal momento della fondazione universale, nell’estrema tensione di riprodurre la materia e le sonorità di essa che non percepiamo. Un registro alto, che dà la percezione della voce e del suono della Creazione, in una camera che diventa wunderkammer e camera da musica a seconda delle prospettive. 

Venti tele ossimoriche, di oscura luminosità, si sviluppano in un linguaggio personalissimo, che riesce a ricreare la profondità del buio. Una installazione site specific che l’artista ha gelosamente chiuso nell’assoluto riserbo. 

“Ho voluto dare un sesto senso di quello che non c’è. Penso che sia un atto estremamente razionale  ritenere che anche i suoni che non udiamo esistano. Così il pensiero. Così tutto ciò che non passa attraverso i nostri sensi. E quindi razionalmente accettare  il mistero.” - spiega l’artista.

Il Maestro ritorna dunque a questo “sogno del cieco”, lavorando al tornio le infinite possibilità creative al di là del puro dato sensoriale, rinnovando però profondamente il linguaggio utilizzato nella mostra “Uscita di Insicurezza”, curata l’anno scorso da Maurizio Vanni e che aveva ottenuto grande successo.  

“Parra è un artista che ha fatto della vita una missione di evoluzione e ricerca e per questo lo amiamo”- dice la Marchesa Centurione- “molti artisti si mercificano, altri diventano la copia di se stessi e non procedono. Dopo il suo soggiorno londinese, dove ha ricevuto larghi consensi, Parra ha avuto la capacità di rinnovare ulteriormente il suo linguaggio raggiungendo un’estrema perfezione stilistica che va vista adesso.”

Nel salotto buono dei Magazzini Salviati sono stati ospitati nel corso degli anni, artisti di varia provenienza: musicisti, architetti impegnati nella valorizzazione del paesaggio, antropologi, scrittori alla ricerca di un comune denominatore che colleghi l’anima al territorio. Soul and Soil. Perché come scriveva da Migliarino Antonio Tabucchi: non c’è niente di più importante delle proprie radici.       

Questa cosmogonia teocritea del Parra vibra con il cielo stellato che si può ammirare dalla tenuta in tutta la sua bellezza estiva e consente anche un ottimo detour serale nella tenuta Salviati. 

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MOSTRA: Gioni David Parra. A secret chamber
SEDE: Magazzini Lisabetta Salviati per l’Arte, Migliarino pisano
DATE: dal 13 agosto al 13 settembre 2014 
INAUGURAZIONE: Mercoledì 13 agosto ore 19.00
CATALOGO: Zona Franca casa editrice con testi di Marcello Ciccuto, Matteo Galbiati,
Francesca Centurione Scotto Boschieri

INFO: La mostra sarà visitabile tutti i giorni solo su appuntamento tel. 3336392040

lunedì 4 agosto 2014

La Bohème di Ettore Scola


Di Francesco Zavattari, Direttore Editoriale di FULL Magazine e 4rum.it

Non di rado nel momento in cui un regista cinematografico viene prestato alla lirica, le sue scelte risultano essere poco convenzionali rispetto a quella che è la cifra media della direzione operistica. 
Ricordo ad esempio l'allestimento di Pagliacci e Cavalleria Rusticana che Martone realizzò tre anni fa alla Scala di Milano: sobborghi decadenti moderni e urban per la main scene della prima, una chiesa rappresentata da uno spazio completamente vuoto su fondo nero campeggiato da una enorme croce per le scene religiose della seconda, giusto per fare un esempio. 

Nel caso della Bohème diretta da Ettore Scola a Torre del lago in occasione del Sessantesimo Festival Pucciniano 2014, ciò che invece colpisce è una sostanziale attinenza a quelli che sono i canoni classici dell'opera scritta da Giacosa e Illica.

Attraverso le scene di Luciano Ricceri, la Parigi di inizio Ottocento è resa in pieno stile fiabesco-bohémien. Due ali laterali fisse formate da edifici riprodotti e, sullo sfondo, disegnati in prospettiva, incorniciano, mutando in funzione della storia, la fase centrale: un grande set rotatorio in grado di trasformarsi di atto in atto quando nella soffitta dei quattro protagonisti, quando nel celebre Caffè Momus oltre, naturalmente, alla Barrière d'Enfer. Un appeal visivo fresco e gradevole conferito a una pur classica impostazione scenica.

Una piccola partentesi per dare conto di una particolare scelta compiuta da Scola durante l'intero secondo atto. Mentre al centro della scena imperversano i festeggiamenti edonistici del Caffé Momus, all'estrema sinistra del palco prende forma una sorta di articolato tableau vivant in cui alcune comparse posano per un Édouard Manet intento a realizzare la famosa tela “Déjeuner sur l'herbe”. Scelta di gradevole impatto visivo certamente scevra da pretese di connotazione storica se si considera che l'opera pucciniana è ambientata trent'anni prima della nascita del dipinto.

L'imprinting più netto dettato da Scola sembra trovare soprattutto respiro nelle performance attoriali dei cantanti. La caratterizzazione dei personaggi risulta spesso decisamente interessante, a cominciare dai quattro amici, raramente così ben espressi e nella propria joie de vivre e nella disperazione che, atto dopo atto, come nella più profonda pantomima pucciniana, va via, via stagliandosi.

Interessante e sofisticato il lavoro che Valerio Alfieri compie con la propria fotografia. Particolari alcune scelte come quella di vestire la scena con toni freddi nel momento in cui avviene il primo incontro fra Rodolfo e Mimì. Tavolozza che viene poi ripresa al termine dell'atto finale quando, alla morte della protagonista, le luci di Parigi svaniscono e a essere irradiata è la sola scena centrale. Una volta che Mimì è spirata nel proprio letto, al culmine della tragedia, la luce va a svanire in un toccante fade out intrecciato alle ultime, maestose note del maestro lucchese.

L'intero impianto dell'opera, dai più goliardici e spensierati due atti di apertura, passando attraverso l'intenso terzo e il drammatico finale, è trapuntato dalla guida di Valerio Galli che alterna momenti di ampia fluidità a passaggi di ritmo incalzante. A tratti il giovane e talentuoso direttore sembra persino 'grattar via' attimi di pausa previsti come più corposi in talune scene, quasi a voler conferire un maggior 'tiro' al tutto senza particolare soluzione di continuità.

In merito ai cantanti,la coppia Dessì / Armiliato sembra mutuare la propria passione in scena dalla unione che li vede compagni anche nelle vita reale. Una presenza scenica ottima per due interpreti consacrati ormai da anni di ripetuti successi nazionali e internazionali. Fra i due sembra tuttavia essere Daniela Dessì in serata di grazia, perfettamente calata nei panni di una Mimì resa dolce e meravigliosa come una dama pucciniana non può evitare di essere.

Fra le performance mediamente soddisfacenti dell'intero cast, spicca il lavoro molto buono svolto da Alessandro Luongo nei panni di un profondo Marcello

Su tutto questo, il difetto della messinscena è forse il suo stesso connotato di 'pacatezza'. Una rappresentazione caratterizzata da 'tinte pastello' che evita particolari rischi o effervescenze per non uscire mai dai binari. Un lavoro di buon livello quindi, in grado di emozionare ma non pienamente in grado di coinvolgere. 

REPLICA DEL 2 AGOSTO 2014

venerdì 30 maggio 2014

FULL of BRIDES, FULL of KLEINFELD!


La rubrica FULL of FASHION del nuovo numero di FULL Magazine darà ampio spazio agli abiti nuziali più belli del 2014. Non solo. Grazie alla responsabile moda Costanza Spinetti, FULL ha raggiunto qualcosa di veramente eccezionale: un’esclusiva intervista a Terry Hall, fashion director di Kleinfeld, il negozio da sposa newyorchese più famoso al mondo e regno del programma cult “Say yes to the dress”

Un grande ringraziamento a Kleinfeld e alla nostra bravissima Costanza! 

mercoledì 28 maggio 2014

Antonio Rezza finalmente a Lucca!

Il grande Antonio Rezza è il protagonista dell'ultimo appuntamento della stagione teatrale di SPAM! inserito nella sezione Ponte di Primavera, in collaborazione con il Comune di Lucca e il Teatro del Giglio.

Venerdì 30 maggio alle h 21, al Teatro I. Nieri di Ponte a Moriano, Lucca (piazza Cesare Battisti) arriva l'attesissimo PITECUS, spettacolo ideato da Flavia Mastrella e Antonio Rezza, con uno strabiliante Rezza all'apice della sua forza trasformista.

Pitecus racconta un mondo caotico dove si mescola un’umanità sgraziata, qualunquista, anonima, eppure sfacciatamente narcisista, dall’incedere nevrotico e dalla recitazione caricaturale.
Il pubblico ride delle proprie paure, dei propri errori, di un mondo misero e impudentemente banale.
Rezza, grande virtuoso del non senso, con la sua comicità “letale”, lambisce in questa performance tutti i caratteri dell’individualismo umano: le sue miserie e le sue viltà; i suoi decori e le sue ambizioni.
Attore e scena sono in sinergia. Sul palcoscenico sale quasi materialmente il pubblico stesso. In questo mescolamento ingarbugliato non si capisce più chi ride di chi, se il pubblico dell’attore o l’attore dei malcapitati spettatori, coinvolti e bersagliati all’inverosimile da un’ironia tagliente che sfida ogni cinismo.
È un gioco paradossale in cui la scenografia, ideata da Flavia Mastrella, gioca un ruolo essenziale: tende multicolori e tagli dove Rezza infila la testa, una mano, una gamba. Mimo e comicità si intersecano in questa bizzarra  tecnica di quadri.
Non c’è storia: solo i tanti personaggi interpretati unicamente dal corpo di Rezza, dal suo volto plastico che irrompe sulla scena.


PITECUS
di
Flavia Mastrella  e Antonio Rezza 
con Antonio Rezza
quadri di scena Flavia Mastrella
(mai) scritto da Antonio Rezza
assistente alla creazione Massimo Camilli
consulente tecnico Mattia Vigo
disegno luci Maria Pastore


Ingresso:
Intero 15 / ridotto 12 euro
Prenotazioni: biglietteria Teatro del Giglio 0583 / 465320
www.teatrodelgiglio.it
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sede dello spettacolo 
Teatro Idelfonso Nieri, Piazza Cesare Battisti, Ponte a Moriano, Lucca
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Info - www.spamweb.it cell. 348-3213503, info@spamweb.it
Info stampa Eva Guidotti 349 7657066
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mercoledì 21 maggio 2014

POP ART MYTHS at Museo Thyssen‐Bornemisza


10 June to 14 September 2014 - Museo Thyssen‐Bornemisza
Curator: Paloma Alarcó 

This summer, the Museo Thyssen‐Bornemisza is presenting Pop Art Myths, the first exhibition on this subject in Madrid since Pop Art at the Museo Reina Sofía in 1992. More than twenty years later, the exhibition’s curator Paloma Alarcó, Head of Modern Painting at the Museo Thyssen‐Bornemisza, will offer a reassessment of this artistic trend from a 21st‐century viewpoint. Featuring more than 100 works ranging from pioneering British Pop Art to the classic American version and its expansion into Europe, the exhibition aims to trace the shared sources of international Pop Art and to undertake a revision of the myths that have traditionally defined the movement. It will reveal how the legendary images  created  by  artists  of  the  stature  of  Warhol,  Rauschenberg,  Wesselmann,  Lichtenstein, Hockney, Hamilton and Equipo Crónica, among many others, conceal an ironic and innovative code of perception of reality and one that still prevails in contemporary art today. The exhibition is sponsored by Japan Tobacco International (JTI) and will include works from more than fifty museums and private collections around the world, with important loans from the National Gallery of Washington, the Tate, London, the IVAM, Valencia, and the prestigious Mugrabi Collection in New York, to name but a few. 

More than any other modern art movement, Pop immediately captured the popular imagination. Its emergence in the late 1950s and early 1960s represented one of the most liberating moments in art history. Furthermore, it was not only attractive to the general public, as the radical nature of its challenge  and  its connections  with  underground  culture  also  appealed to  numerous  intellectual  circles.  In  contrast  to the widespread  weariness  at  the  time  with  the  idealism  of  the  modern movement, characterised by its introspective, utopian nature, Pop Art offered the new generations an exciting, secularised world in which there were no longer any boundaries between the artistic and the everyday. For Pop, every image was recyclable, every object could be transformed into art and its true aim, which time has demonstrated to have been achieved, was that of offering a new interpretation of the image of contemporary culture. 

In contrast to other thematic exhibitions on this movement  and the retrospectives on some of  its  leading artists that have taken place over the past few years and which have presented  Pop  as  the  forerunner  of numerous  artistic trends, the approach offered by the exhibition’s curator is to connect  Pop  with  the  past tradition  of  painting  and  to highlight these links, revealing them through the Museum’s own  Permanent Collection, which  concludes  its survey  of more than 700 years of the history of painting with works by some of the leading names of Pop. 

The  great  paradox  concealed  within  Pop  Art  lies  in  the combination of its desire for rupture and its respect for the art of the past. The structure of the exhibition aims to make that connection evident, with galleries organised according to the classic genres of portraiture, still life, history painting and landscape, displaying the work of leading figures of American and British Pop alongside that of Spanish, Italian, German and French artists who shared a similar attitude.

mercoledì 14 maggio 2014

Moda, graffiti e street art



Non si sa quanto la cosa sia stata voluta o sia semplicemente il frutto di una maturazione di un fenomeno che conta ormai quasi 50 anni di vita alle sue spalle, fatto sta che il graffitismo sta vivendo in quest’ultimo periodo una forte spinta evolutiva verso nuovi orizzonti espressivi in grado di conservare la missione originaria di quest’arte, senza mancare di esplorare nuovi modelli creativi.

In realtà questa è una novità solo per i non addetti ai lavori; la street art da una parte ed il “graffiti design” dall’altra avevano già spostato il focus dalla creazione estemporanea, che poteva concretizzarsi sotto la forma del classico tag piuttosto che di un vero e proprio disegno, verso sviluppi più razionali che non mancano di mostrare influenze delle arti grafiche e pubblicitarie.

Uno sviluppo che ha anche consentito una certa fase “istituzionalizzante” del graffitismo che oggi comincia a dare i suoi primi frutti come dimostra l’esperienza romana dove al maestro sudafricano William Kentridge è stato affidato il compito di creare uno dei più grandi murales al mondo, su circa mezzo chilometro di muro che si snoda sulle banchine del lungotevere capitolino.

Ma anche il mondo dell’alta moda sta giocando la sua parte in questa nuova fase istituzionalizzante andando ad attingere dal graffistimo nuovi filoni ispirativi. Questi si concretizzano all’interno di collezioni che vogliono essere nuovi paradigmi di stile indirizzati anche ai più famosi e-commerce di moda (come qui ad esempio) dove la texture di una semplice scarpa diventa un gioco di forme e colori.

Di esempi in materia ce ne sono in abbondanza. L’ultimo, solo in ordine di tempo, è quello di Miuccia Prada, madrina del Progetto “In Hear of the Multitude”. Di cosa si tratta? Di uno dei migliori progetti di integrazione tra moda e pittura su strada. 

Ai muralisti Miles “El Mac” Gregor, Mesa, Gabriel Specter (di cui pubblichiamo l'opera a sinistra) e Stinkfish e agli illustratori Jeanne Detallante e Pierre Mornet è stato affidato un pezzo delle pareti del centro Prada di via Fogazzaro a Milano con il compito di esprimere i temi del potere e della molteplicità, ed anche della femminilità. È stato inoltre richiesto di ispirarsi alle creazioni di artisti come Diego Rivera, David Alfaro Siqueiros e José Clemente Orozco
.
Nessuna riproduzione; solo opere originali, nate sì dalla mano del singolo artista ma (come si è potuto vedere) frutto anche di uno scambio di opinioni e di idee tra i vari designer presenti lungo la parete di via Fogazzaro. Le opere realizzate a suon di vernice si distinguono per la vivacità dei loro colori e non è detto che in un futuro non troppo lontano lo stesso marchio Prada non decida di “adottare” parte di queste opere all’interno delle proprie proposte creative.

Il risultato di questo lavoro è uno straordinario contenitore creativo che ha mostrato ancora una volta, laddove ce ne fosse bisogno, che la street art è forse l’unica vera espressione artistico figurativa dei nostri tempi, e che come tale va preservata e promossa affinché le generazioni a venire possano ritrovare in queste creazioni un segno ed un ricordo del nostro tempo come la nostra l’ha trovata nelle opere dei grandi maestri del passato.

lunedì 5 maggio 2014

Klimt. Alle origini di un mito


Dopo  il clamoroso successo della mostra di A. Warhol e dei suoi 200 mila biglietti staccati, il Comune di Milano è alla ricerca  di un nuovo successo : dal 12 marzo al 13 luglio 2014, Palazzo Reale ospita “Klimt. Alle origini di un mito” che intende guidare il visitatore alla scoperta dell’universo klimtiano partendo dai suoi studi giovanili alla Scuola di Arti Applicate di Vienna attraverso la sua passione per la musica, il teatro, le donne.


Gustav Klimt nasce nel 1862 a Baumgarten, quartiere di Vienna. Tutti i figli maschi della famiglia Klimt ebbero capacità artistiche: i fratelli minori di Gustav, Ernst e Georg, furono  pittori. Nel 1876 viene ammesso a frequentare la Kunstgewerbeschule, dove studierà fino al 1883. Tra il 1886 e il 1888 egli si dedica, con il fratello e l'amico, alla decorazione del Burgtheater di Vienna, in una serie di pannelli raffiguranti teatri dell'antichità o del mondo contemporaneo. Nel 1892, a pochi mesi dalla morte del padre, anche il fratello Ernst muore improvvisamente: Gustav deve farsi carico di entrambe le famiglie, e questo lutto lascia un segno anche nella sua produzione artistica. Nel 1898 si inaugura la prima mostra della Secessione viennese, movimento artistico costituitosi l'anno prima con Klimt presidente. Nel 1894 l'università di Vienna aveva commissionato all'artista la decorazione del soffitto dell'aula magna sul tema illuminista del trionfo della Luce sulle Tenebre, da sviluppare su tre facoltà: Filosofia, Medicina e Giurisprudenza. I lavori vengono rimandati per anni e, quando i pannelli verranno presentati, rispecchiano il mutamento stilistico del giovane pittore, influenzato dalla Secessione che egli stesso aveva fondato. Il primo pannello raffigurante la Filosofia  fu presentato da Klimt  nel 1900, in occasione della settima mostra della Secessione, noncurante delle critiche, Klimt presenta La Medicina nello stesso stile: corpi fluttuanti che simboleggiano la vita, in mezzo ai quali vi è la Morte. Il terzo pannello dedicato alla Giurisprudenza si stacca stilisticamente dagli altri due. La protesta del corpo docente arriva fino al parlamento: a questo punto, Klimt decide di rompere il contratto e restituisce l'anticipo già versato. Elemento chiave dei lavori di Klimt è la figura femminile rappresentata come donna fatale. Nonostante lo scandalo tra i benpensanti, Klimt trova i suoi mecenati tra le ricche famiglie ebree della borghesia viennese, che amano l'arte d'avanguardia. Alle mogli di questi influenti personaggi, Klimt dedicherà dei famosi ritratti. Nel 1903 Klimt si reca due volte a Ravenna, dove conosce lo sfarzo dei mosaici bizantini: l'oro musivo, eco dei lavori del padre e del fratello in oreficeria, gli suggerisce un nuovo modo di trasfigurare la realtà e modulare le parti piatte e plastiche con passaggi tonali, dall'opaco al brillante. Al ritorno da un viaggio in Romania, l'11 gennaio 1918, egli viene colpito da un ictus che lo condurrà alla morte il 6 febbraio. L'allievo ed amico Egon Schiele lo ritrarrà sul letto di morte. Gustav Klimt venne quasi immediatamente considerato il pittore più rappresentativo dell'art nouveau. La mostra , organizzata dal Comune di Milano in collaborazione con il Museo del Belvedere di Vienna che possiede il maggior numero di opere  di Klimt, è curata da Alfred Weidinger ed Eva Di Stefano, insigni studiosi dell’opera klimtiana. 

In mostra a Palazzo Reale sono esposte all’incirca 100 opere: il nucleo essenziale dell’esposizione è costituito da 20 dipinti di Gustav e prosegue con l’opera giovanile di Klimt i lavori dei suoi fratelli Ernst e Georg e di altri artisti suoi contemporanei, alla sua formazione presso la Kunstgewerbeschule viennese e ai suoi inizi come decoratore dei monumentali edifici di rappresentanza lungo il Ring fino a giungere ai lavori del periodo aureo e a quelli, più tardi, dove già si scorge l'influenza di Matisse e dei Fauves e di Egon Schiele. La prima parte dell’esposizione è dedicata ai  ritratti giovanili fatti da Klimt a membri della famiglia. Due sale sono dedicate, infatti, al ritratto e al paesaggio, generi prediletti da Klimt dalla fondazione della Secessione. Sono esposti tre importanti ritratti femminili - Signora davanti al caminetto e i due Ritratto femminile - eseguiti da Gustav Klimt tra il 1894 e il 1898 che  il rapporto dell’artista col genere femminile. Il rapporto con l’altro sesso è approfondito dai tre ritratti femminili, eseguiti tra il 1894 e il 1898, a cui si aggiunge il ritratto del 1909 dal titolo “Giuditta/Salomè“, che ritrae la giovane Alma Mahler, all’epoca 17enne. Il tratto distintivo di Klimt è l’ambiguità, che emerge sia nel titolo che nell’iconografia, dalla quale si può vedere una donna nuova, moderna, che all’alba del ’900 sta scoprendo le proprie possibilità di espressione. La Salomè del 1909, che conclude il periodo dello stile aureo del maestro iniziato con un dipinto dello stesso soggetto datato 1901, è l'immagine simbolo dell'esposizione milanese. Nella sala dei paesaggi, oltre a due importanti dipinti di Klimt – Dopo la pioggia e Mucche nella stalla - è possibile ammirare  una panoramica sul paesaggismo austriaco del tempo, dalle prime tendenze impressionistiche di fine Ottocento ai dipinti secessionisti di Carl Moll e di Koloman Moser.

La seconda parte della mostra è dedicata all’apprendistato dei fratelli Klimt alla Scuola d’Arte Viennese, nell’ambito della quale fondarono, insieme a Franz Matsch, la cosiddetta Künstler-Compagnie (Compagnia degli Artisti): le opere presenti illustrano la formazione di Klimt pittore storicista e il suo rapporto con l’arte di Hans Makart. 
La mostra termina in una grande sale interamente dedicata allo splendido “Fregio di Beethoven” – esposto Vienna all’interno del Palazzo Reale della Secessione costruito nel 1897- ispirato alla nona sinfonia del grande musicista tedesco L'opera esposta a Palazzo Reale è la replica originale risalente al 1902, che riprende in forma di dipinto il lavoro murario conservato presso il Palazzo della Secessione di Vienna.

Presenti anche disegni, stampe,molti documenti che consentono anche ai meno esperti di conoscere il genio di Klimt, in esposizione anche alcune lettere d’amore scritte a Emilie Flöge, scoperte in tempi recenti, che gettano luce sull’intimità della sua vita amorosa.  Altri due dipinti, Fuochi fatui e La famiglia, concludono l’esposizione.

mercoledì 30 aprile 2014

"Quando esce il prossimo numero di FULL Magazine?"



Da quando è nata, il seguito della rivista è andato via via aumentando, così, com'era auspicabile, è cresciuto anche l'interesse da parte di molte persone che, non di rado, ci scrivono per richiedere aggiornamenti.

Ne siamo felicissimi perché si tratta davvero del più pratico riscontro che il nostro lavoro possa ricevere, per cui ringraziamo tutti coloro che si interessano tanto all'attività di FULL e speriamo che continuino sempre a farlo.

Esistono, tuttavia, differenti tipi di interessamento, non sempre appassionato. A volte subentra un pizzico di 'zelo'. Questo, come il responsabile cucina della rivista potrebbe confermare, è ingrediente capace di rovinare anche la migliore delle ricette che, non di rado, vira la propria natura trasformando la passione in speculazione.

Con queste brevi righe teniamo a chiarire alcuni aspetti, uno su tutti:

FULL Magazine è nata come una testata libera e continua per sua natura a esserlo.

Lo studio che la produce è ancora il suo unico finanziatore diretto. Non trattandosi di una testata a scopo commerciale ma divulgativo, gli introiti non arrivano mai a ricoprire i costi di produzione e a noi sta bene così. C'è stato un momento, alcuni numeri fa, in cui abbiamo avuto modo di scegliere una direzione differente da questa: un'agenzia pubblicitaria che aveva particolarmente apprezzato il format, di cui 'è pietoso e saggio tacere anche il nome', propose un business plan molto articolato che prevedeva la trasformazione di FULL in una rivista 'vetrina'. Parte della loro raccolta pubblicitaria avrebbe garantito una certa copertura per ogni numero, il sogno di ogni editore, a tre condizioni però:

- Le uscite del magazine avrebbero dovuto essere regolari
- Gli spazi pubblicitari non discutibili in termini di grafica e contenuto
- Eventuali editoriali proposti in allegato alle pubblicità non avrebbero potuto essere declinati

Traduzione?
FULL trasformato in un giornaletto da bar come se ne trovano a quintali, in cui far comparire la pubblicità della nuova sala slot e VLT di zona e, peggio ancora, articoli di parenti, amici e cugini degli inserzionisti.

Il problema non si è nemmeno posto.
Andiamo avanti con la nostra costosa e soddisfacente sregolatezza.
Due numeri in quattro mesi e i successivi due a distanza di un anno uno dall'altro. Si. Quindi?

Man mano che cresciamo dobbiamo rendere conto a sempre più persone e rispettare un numero sempre maggiore di impegni. Solo da certi punti di vista però. Mai da altri. La struttura che tiene in piedi adesso il magazine, fuori e dentro, è un'intelaiatura di incredibile complessità. Costa moltissimo in termini di soldi e lavoro, anche quando tutto sembra tacere. Continua però a vantare un pregio assoluto: continua a essere 'leggera'. Leggera perché libera. Libera perché vincolata esclusivamente a impegni cui noi stessi scegliamo di adempiere e non imposti da nessuno.

L'uscita di FULL 9 era inizialmente prevista per marzo. Con ogni probabilità si concretizzerà a giugno.
Se si escludono alcuni punti fissi che caratterizzeranno questo numero, come la pubblicazione delle foto vincitrici del concorso 'FULL PHOTO CONTEST' dello scorso anno, nonché altri redazionali già impostati, gli ultimi mesi sono stati una continua fucina di proposte e collaborazioni a cui vogliamo dare riscontro.
In questo modo quello che avrebbe potuto essere un semplice numero 'di transizione' fra l'8 e l'importantissimo 10, ha acquisito una caratura e un'identità ben precisa, arricchito da contenuti che, con qualche mese di attesa, stanno diventando davvero notevoli.
Quindi, semplicemente, come sempre, attendiamo il momento migliore cercando di mantenere un equilibrio fra costi, impegni, fatica e soddisfazione. 

Su tutto questo, FULL Magazine continua a non costare niente a chi lo sfoglia e, ora come ora, questo piccolo dettaglio fa ancora la differenza. È il dettaglio che ci permette di decidere una data di uscita piuttosto che un'altra, o un articolo piuttosto che un altro, il numero di copie da stampare e persino se e quando farlo.
'Free Press' non inteso tanto e solo come 'gratuito', quanto, italianizzando il concetto, davvero 'libero' quindi.

Rendiamo conto a coloro con cui stabiliamo accordi numero per numero, ai nostri lettori e a chi scrive per noi con impegno. A nessun altro.
All'inizio di ogni numero sono posti i prestigiosi loghi dei nostri partner, sempre accompagnati dalla dicitura 'Le nostre partnership sono di carattere logistico, culturale e mediatico. Non è previsto alcun reciproco impegno economico'. Altro dettaglio di non poco valore.

Ogni giorno l'editoria è sempre più in discussione e moltissime storiche testate hanno 'chiuso bottega', si sono reinventate online o si sono trasformate in espositori di sola pubblicità. Noi continuiamo a stampare, con tutte le difficoltà, perché continuiamo a credere nel valore della carta. Quella giusta. Peraltro 'fuori registro' visto che il formato di FULL eccede abbondantemente i limiti del tradizionale (e molto più economico) A4.
Trattiamo argomenti che altre riviste riterrebbero 'di scarso interesse commerciale' e cerchiamo di dare spazio a realtà che difficilmente emergerebbero in altro modo.

FULL Magazine promuove bellezza e cultura, ma lo fa da sempre con il pragmatismo di chi sa che tutto questo costa moltissimo, da ogni punto di vista. La nostra utopia deve sempre alimentarsi di questa consapevolezza.

Sicuramente siamo ancora molto giovani come editori e, con altrettanta certezza, incappiamo in errori e vizi di forma che spesso non possono essere evitati. Dobbiamo senza dubbio scusarci con diverse persone perché non sempre è facile dare a tutti il giusto riscontro. Altrettanto, dobbiamo quotidianamente ringraziarne moltissime altre che hanno contribuito e contribuiscono anche adesso a far crescere il magazine. A cominciare da tutti coloro che vi collaborano attivamente.

Dobbiamo, però e soprattutto, ringraziare chi ci segue con passione. Chi ha compreso la natura del progetto a 360° nella sua bellezza e nella sua complessità. Alla loro versione della domanda 'quando esce il prossimo numero di FULL Magazine?' abbiamo già risposto alcuni paragrafi sopra. 
Più in generale potremmo rispondere che FULL Magazine esce quando è il momento più giusto per uscire.

A presto!

martedì 29 aprile 2014

Le parole di Sandro Lombardi per l'opera di Francesco Zavattari


Le repliche del nuovo spettacolo "Non si sa come", per la regia di Federico Tiezzi, non impediscono a Sandro Lombardi di occuparsi anche di altro: il grande attore e scrittore ha infatti regalato una splendida critica all'artista e designer toscano Francesco Zavattari, prossimo a debuttare con la nuova mostra "Universo instabile", che vedrà, tra maggio e giugno, due esposizioni, una a Lucca, l'altra a Milano. Già disponibile in anteprima sul sito ufficiale dell'artista, la critica comparirà sul prossimo catalogo relativo al nuovo ciclo di dipinti.

“Ma le opere per me più interessanti sono quelle in cui si affolla, solo a prima vista indistinto, il caos dell’esistenza, che a uno sguardo più attento trova invece un suo ordine: l’ordine della poesia, dello sguardo che vede al di là dell’apparenza delle cose. Chitarre, aeroplani, razzi interstellari, convivono con fiori stranamente antropomorfi, con fulmini e demoni, con bambini a testa in giù. E poi case semplificate e ridotte a un muro bianco, una porta rossa e un colossale comignolo, sovrastate e come protette da un enorme cuore rosso pulsante.”

Il lavoro di Zavattari, da sempre intrecciato al mondo del Teatro e dell'Opera, trova in Sandro Lombardi uno dei suoi più profondi ispiratori in termini di ricerca di elevatezza e potere espressivo.

Clicca qui per leggere l'intera critica

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