martedì 8 ottobre 2013

Janice Mehlman - Intervista esclusiva


Ottavia Sartini intervista Janice Mehlman in esclusiva per FULL Magazine 

Janice Mehlman è una fotografa americana di fama internazionale, citata sui libri di fotografia per gli interessanti esiti raggiunti negli anni’80, momento culminante della sua carriera artistica. Oggi affianca alla sua attività di fotografa quella di Direttrice del Dipartimento Artistico al Kingsborough Community College della City University di New York dove è titolare della cattedra di Fotografia. Musei, gallerie e collezioni d’Europa e d’America hanno le sue foto in esposizione. E fino al 13 ottobre saranno eccezionalmente esposte presso LABottega di Marina di Pietrasanta nella mostra dal titolo “Janice Mehlman. Trascending Illusion”, a cura di Serena del Soldato e prefazione al catalogo di Valentina Fogher.

Janice, sei una fotografa ormai affermata ma come hai iniziato?
Io ho studiato arte, dipingevo, e i miei soggetti preferiti erano le persone, i loro volti. Poi ho iniziato a seguire un corso di fotografia e così ho cominciato scattando ritratti; mi è subito sembrato molto più diretto, più preciso, riprodurre un volto fotografandolo anziché dipingendolo. Perciò le mie prime fotografie sono ritratti. Strano, se pensi che ora il mio lavoro è tutto astratto!

Ecco, come è avvenuto il passaggio dai ritratti alla fotografia astratta per la quale ti conosciamo? 
Come ti dicevo all’inizio ho fatto ritratti, per due anni ho fotografato persone, anche in ambienti, in diversi contesti e poi quando ho approfondito lo studio della storia dell’arte e della fotografia ho continuato a fotografare persone ma magari dall’alto, e con punti di vista insoliti da cui potevano venire fuori interessanti giochi di luce/ombra. Mi sono concentrata e appassionata a questi giochi, li ho sviluppati al punto che piano piano le persone sono uscite completamente dalle mie fotografie. Poi ho messo insieme questa mia ricerca di luci e ombre con la mia passione per le architetture, per le geometrie, gli interni e gli esterni architettonici ed è così che il mio lavoro è diventato astratto.

La tua carriera è trentennale, da esperta di bianco e nero su pellicola sei arrivata fino alla stampa digitale, e a fare lavori di assoluta novità e contemporaneità…
Non ho mai abbandonato il mio amore per l’astrazione e per l’architettura ma chiaramente il mio lavoro è sempre stato ed è tutt’oggi  in evoluzione, cambia, dipende dalla vita. Ti faccio un esempio: io ho lavorato più di vent’anni in camera oscura diventando un’esperta, appunto, di bianco e nero ma ad un certo punto negli anni ’80 ho sentito la necessità di inserire nei miei lavori il colore e mi sono scontrata con una tecnica di stampa che allora non mi soddisfaceva sufficientemente. Fu per questo che decisi di stampare in b/n e dipingere, in un secondo momento, sulle foto!  Lavoravo con colori ad olio e lasciavo comunque che i b/n rimanessero prevalenti nell’immagine.  E’ stato grazie a questi lavori che ho ottenuto una certa fama e sono citata in diversi libri di storia della fotografia. 

Oltre ad essere una fotografa di successo sei anche madre. Quanto e come per una artista donna influisce la nascita di un figlio sulla propria arte?
Mia figlia Elena è comparsa in alcuni miei lavori. Quando lei era appena nata, era il ’96, io avevo questa bambina piccolissima con me, stavamo molto in casa, era difficile uscire, quindi ho cominciato a lavorare guardando il suo corpo. Quelle pieghette tipiche dei neonati le ho fotografate e fotografate, dai piccoli dettagli della sua pelle ho ricavato delle astrazioni. Erano risultati simili a quelli ottenuti con i miei lavori di geometrie e architetture però ero partita dal quel corpicino paffutello! A questo progetto ho continuato a lavorare fino ai quattro anni di mia figlia, poi il suo corpo è, chiaramente, cambiato e non si adattava più al mio lavoro per come l’avevo impostato e oltretutto lei cresceva e non stava più ferma ad aspettare che io scattassi!

E i lavori che vediamo esposti in mostra a LABottega di Marina di Pietrasanta, astratti, colorati e creati lavorando con Photoshop quando e come arrivano?
Ho iniziato a lavorare col digitale nel 2000. Io non sono un’esperta di Photoshop, inizialmente lavoravo ‘appoggiandomi’  ad una ditta per la stampa digitale; fotografavo su pellicola, poi le immagini venivano scannerizzate e stampate, sempre b/n, su una water color photographic paper, la mia carta preferita, bellissima, e perfetta per il mio lavoro. Ho iniziato a rendermi conto di quanto la tecnologia fosse avanzata e quindi ormai adatta a soddisfare i miei bisogni. Ho iniziato a lavorare col colore e a scannerizzare diapositive e la mia prima foto digitale è del 2005! Da allora ho continuato a lavorare col colore, ho comprato una grande stampante tutta per me, ho cominciato ad imparare tutta la tecnologia, il funzionamento, perché preferisco avere il pieno controllo del processo nelle mie mani anziché affidarmi alle spiegazioni di qualcun altro.

Sul catalogo della mostra si legge di un viaggio in Marocco che è stato molto importante per l’evoluzione della tua ricerca fotografica…
Sì in Marocco ho fatto diverse foto di moschee che una volta stampate sembravano immagini di fogli di carta ondulati in movimento più che architetture…..c’è stato chi vedendole mi chiedeva se quelle ‘cose’ esistessero davvero o se erano mie creazioni e io incredula rispondevo banalmente: “Mah, io fotografo cose che esistono!” Sembrava un qualcosa di leggero come la carta in volo, ma quello era pietra, cemento! Ho iniziato a lavorarci su, l’idea era quella di partire da scarti di cartoncino che avevo in studio, così volatile, leggero, e ottenere un senso di concretezza, lo stesso del cemento! I primi esiti sono state visioni simili all’architettura del Museo Guggenheim, ma era carta! In quel periodo poi stavo molto in casa e così lavoravo molto nel mio studio proprio con ritagli di carta, o dei margini delle mie fotografie;  gli ho montati insieme con Photoshop, che si è rivelato perfetto per prendere un dettaglio, una porzione di immagine e inserirla, sovrapporla, accostarla ad un’altra. Il problema dello stacco secco tra una visione e l’altra che già avevo incontrato nelle composizioni degli anni ’90 era risolto! Sono nate così le serie in orizzontale presenti in mostra a LABottega.

Poi ci sono delle fotografie dove intravediamo dei vetri rotti, come in Crossing Paths, Bordering Realty, Shattered Illusions. Sono molto forti, emozionanti, si percepisce il desiderio di un oltre, di una via di fuga…
Si, quello era un periodo molto brutto e difficile per me, mia madre stava morendo ed io stavo malissimo ed ho iniziato a guardare questi vetri rotti, oggetti rugginosi che erano la metafora di come io mi sentivo. La vita spezzata, il dolore, quello che stava accadendo nella mia vita somigliava a quei vetri. D’altronde quello che accade nella mia vita è sempre in qualche modo ‘uscito’ nei miei lavori. E allora ho cercato di trovare qualcosa di bello anche in queste visioni  ed è nata tutta questa serie che fra l’altro molti hanno preferito rispetto ai miei lavori precedenti; più cerebrali, geometrici i primi, pieni di tensione, di tristezza questi. 

La serie in cui giochi con luci e ombre create dalla trama traforata di un semplice cestino è molto divertente e l’idea è geniale!
Sì, questa serie è molto più felice e l’idea è nata grazie ad una mia amica; la foto più rappresentativa è Hope. Ma è anche vero che io ero in un momento molto buono e avevo voglia di lavorare coi colori, volevo esprimere felicità, gioia di vivere.  

Vivi a metà tra Pietrasanta e New York. Com’è vivere e lavorare in due paesi così diversi?
Qui a Pietrasanta la vita è molto più tranquilla, inutile dirlo, e io e la mia famiglia abbiamo bisogno di questo.
Io amo New York , io amo quella vita frenetica, io vado ogni settimana a vedere arte: a New York ci sono 400 gallerie d’arte. Vado spesso a Chelsea che è davvero un quartiere pieno di idee, tante volte non vedo niente di troppo interessante ma basta vedere una mostra a settimana che mi possa dare uno spunto, mi faccia scattare qualcosa. Questo è essenziale per un’artista, ricevere molti stimoli e New York è perfetta per questo. Però quando sono là non ho molto tempo per andare a fare foto. La mia vita là è molto più dentro casa, stampo, lavoro al pc. La mia vita in Italia invece è molto più fuori, perché passiamo qui l’estate e anche se veniamo in inverno non è molto freddo; inoltre quando sono in Europa vado molto più spesso a fare foto, quando viaggio sono molto disponibile a vedere nuove cose e scattare. Qua in Italia poi la luce è stupenda, quando entra nel mio studio e crea quei giochi favolosi, ahhh…bellissimo; anche qui, nel chiuso del mio studio di Pietrasanta, ho scattato molto. Diciamo che in America non ho abbastanza tempo per creare come in Italia! 

Si perché tu insegni anche Fotografia a New York, sei quindi costantemente a contatto con giovani aspiranti fotografi e appassionati. Cosa consiglieresti ad un giovane fotografo?
Io ti dico la verità, non è facile guadagnare facendo un lavoro artistico. Però sono anche convinta che nella fotografia ci sia il modo di guadagnare, anche perchè la puoi usare in tutta la vita. Io insegno fotografia a questi ragazzi che la utilizzano in vari campi lavorativi, ognuno certo, deve trovare la propria strada. Però se si vogliono fare i soldi questa non è la strada - Poi se si riesce a guadagnare meglio.  Io, per esempio, insegno, ed è un’attività che amo, amo stare a contatto con questi giovani da cui imparo sempre qualcosa di nuovo, ma questo è anche un modo per sentirmi libera dal dover vendere i miei lavori per vivere. Cioè io non voglio fare foto per vendere, perché ho bisogno di quei soldi per vivere, io voglio fare la mia arte e stop. Vorrei certo che il pubblico apprezzasse sempre di più i miei lavori ma non voglio dipendere dalle vendite, non voglio dover vivere con questo.

Tra le tue fotografie ce n’è una che ami più delle altre, alla quale sei particolarmente legata?
C’è una foto che ho fatto nell’82. È sempre rimasta molto importante nella mia carriera, fatta da sotto una scala in un palazzo a Pietrasanta . Tutte le volte che guardo questo lavoro mi sembra sempre contemporaneo, potrebbe essere una foto scattata ieri e questo mi piace molto.

Tra tutti gli artisti che New York propone tra musei, gallerie e fiere,  ce ne è qualcuno i cui lavori ti hanno colpito particolarmente?
Ricordo di aver incontrato uno giovane fotografo a New York, John Cyr, che mi ha molto colpito. Lui ha fatto una serie di fotografie delle vasche di sviluppo di alcuni importanti fotografi tra cui Emmet Gowin, Edward Mapplethorpe, Joel Peter Witkin, Elliot Erwith, George Eatsman e altri. Ha fatto le foto dritte alle vasche, da sopra, ed ognuna risulta diversa dall’altra, bianca, rossa, nera, per i residui dei Sali d’argento lasciati nell’acido. E’ un lavoro di grande eleganza, sembrano quadri. Un’idea geniale di una bellezza davvero commovente. 
Un altro fotografo interessante è Gregory Scott. Mi colpì molto il suo lavoro che riproduce una stanza dove all’interno c’è un quadro che in realtà è un video che trasmette la stessa scena rappresentata dalla foto. E’ come un gioco di matriosche, di foto nella foto, e di video. E’ una cosa magica, lui gioca con gli spazi, con la fotografia e le animazioni video, davvero originale. 

Un fotografo invece già affermato che stimi, di cui apprezzi sinceramente il lavoro?
Beh io ho molti amici e amiche artisti e fotografi con i quali mi incontro spesso per discutere dei nostri lavori e che sono miei preziosi consiglieri, come anche mio marito che è scultore ed è il mio primo critico! E mia figlia che ha un ottimo occhio e mi dice sempre se un lavoro le piace o no…anche se io so subito quando un mio lavoro è buono o no! 
Ma c’è Massimo Vitali, un fotografo che mi piace molto, io l’ho visto crescere professionalmente e lo conosco molto bene. Ricordo quando ha iniziato la serie delle spiagge stampando in piccoli formati e il grande impatto che gli stessi lavori hanno ottenuto con le stampe in grande formato. I dettagli delle persone, il bianco che viene fuori dai suoi lavori, io sono rimasta commossa dalle sue fotografie. E in molti lo stanno copiando, anche tra i fotografi affermati, e questo vuol dire che lui ha lasciato il segno, l’idea è venuta da Massimo.

Nuovi progetti?
Io devo sempre continuare la cosa che ho fatto prima per trovare la prossima. E’ difficile dire di preciso cosa verrà fuori dalle mie idee, è il lavoro che mi guida, di solito scopro dove mi porta nel momento stesso in cui questo accade.

La pubblicazione delle opere è stata autorizzata dall'autrice stessa attraverso LABottega - Spazio per la fotografia, gentile fornitrice delle immagini

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