'Le Stanze Verticali' di Bruno Biondi

All'esordio la personale 'Aniconico' di Chiara Bevilacqua

giovedì 24 ottobre 2013

Intervista a Luca Cavana, patron di Artist Fair


FULL Magazine è uno dei media partner di Artist Fair, evento di prossima nascita con un carattere già molto ben delineato. Da venerdì 25 a domenica 27 ottobre 2013, saremo presenti in fiera con uno stand 'polifunzionale' in pieno stile 'FULL'.
Il nostro spazio, dove regaleremo molte copie della rivista e distribuiremo il catalogo ufficiale della manifestazione, sarà prima di tutto area espositiva dedicata alle tele della serie 'Indagine sull'ombra' firmate da Francesco Zavattari.

Chi meglio del patron di Artist Fair può raccontarci qualcosa in più?
Vi presentiamo Luca Cavana, giovane gallerista con una notevole esperienza alle spalle che, uscendo dai confini della propria galleria di La Spezia, ha voluto imbarcarsi in questo grande progetto. 

Luca, ti va di dirci qualcosa? Raccontaci 'la tua' Artist Fair! A chi si rivolge principalmente Artist Fair?
L’idea di Artist Fair nasce dal confronto con il collega ed ora socio Andrea Brandi (a destra nella foto): volevamo fare qualcosa con gli artisti, dare la possibilità a tanti artisti validi di esporre le proprie opere, farsi conoscere dai collezionisti e dagli addetti ai lavori, dando loro uno strumento valido come lo è la fiera.
Artist Fair si rivolge un po’ a tutti, in primo luogo, l’artista ha la possibilità di confrontarsi direttamente con i collezionisti e gli addetti ai lavori, ai collezionisti che possono confrontarsi e conoscere direttamente l’artista e capire la sua ricerca. Inoltre, i galleristi che verranno a trovarci in fiera avranno la possibilità di scoprire nuovi talenti con i quali intraprendere un nuovo percorso di collaborazione.

In un momento di tale crisi economica e sociale, come si riesce a sviluppare un format interamente incentrato sull'arte?
Innanzi tutto per noi l’arte e passione, siamo consapevoli dei momenti che stiamo attraversando ma siamo altresì convinti  che l’arte sia uno dei tanti veicoli per poter rilanciare l’economia.
Lo sviluppo della fiera è stato comunque possibile utilizzando la nostra esperienza decennale sia come collezionisti che galleristi, quindi stando dalla parte degli espositori e visitatori, conoscendo così le esigenze di tutti.

FULL Magazine è 'allergico' fin dalla propria nascita a tutto quello che è 'burocraticamente e istituzionalmente' limitante. Voi come vi siete trovati? Qual è stato l'approccio delle vostre amministrazioni locali? In che modo le istituzioni hanno recepito l'idea 'Artist Fair'?
Burocrazia limitante? E’ innegabile che delle difficoltà, come tutti, le abbiamo trovate ma siamo riusciti a superarle. In un primo momento, quando abbiamo presentato il nostro progetto, sinceramente non siamo stati capiti come speravamo. Soltanto la Provincia della Spezia  da subito ha sposato la nostra iniziativa concedendo il proprio patrocinio. Con il passare del tempo, anche le altre Istituzioni, visto il nostro impegno professionale e la grande domanda di partecipanti da tutta Italia, ci hanno fatto promesse di collaborazioni future.

Dove vedi il tuo evento di qui ai prossimi anni?
Vogliamo crescere e sicuramente lo faremo, intanto è importante partire bene, Artist Fair diventerà sicuramente un appuntamento annuale qui a La Spezia . Abbiamo pensato fin da subito ad identificare la nostra fiera con un nome generico, proprio per non precluderci la possibilità di spostare Artist Fair in altre città in  periodi diversi da quello spezzino.

Ottimo! Grazie mille e un grandissimo in bocca al lupo!

martedì 22 ottobre 2013

FULL Magazine e Francesco Zavattari ad Artist Fair


Clicca sull'immagine per ingrandirla

Prenderà vita in un ampio stand dedicato all'interno della fiera d'arte Artist Fair, la nuova tappa della serie 'Indagine sull'ombra' di Francesco Zavattari.

Dopo le personali presso la Fondazione Silvestro Marcucci e la galleria La marina del 2012, le dieci tele tornano così a mostrarsi al pubblico.

Dopo l'evento UBIQUA, ancora più presente la rivista FULL Magazine che, attraverso lo spazio espositivo, quale Media Partner, farà omaggio dei propri numeri a tutti gli ospiti di Artist Fair .

Appuntamento quindi dal 25 al 27 ottobre 2013.

Informazioni:

Francesco Zavattari
In collaborazione con FULL Magazine


Indagine sull’ombra
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Presso Fiera d’Arte Artist Fair
Spezia Expò - Via Vittorio Veneto, 28 - La Spezia

mercoledì 9 ottobre 2013

Una piccola anteprima della serie 'UBIQUA'


Mancano pochi giorni al 16 ottobre, giorno della mostra 'UBIQUA'. Dopo l'evento saranno pubblicate le immagini dell'intera 'striscia' composta dalle sei opere per un totale di 6 x 0,5 metri. Ecco intanto un piccolo anticipo video!



INFO:

Mostra – evento 'UBIQUA' di Francesco Zavattari
“30 anni . 6 opere . 6 città . 3 paesi . 1 solo giorno . 16 ottobre”
Madrid, Malta, Roma, Lucca, Lecce, Firenze

16 ottobre 2013 8:30 / 24:00

Location:
Madrid: Corral de la Moreria, Calle Morería 17
Malta: Hotel Ta’ Cenc & Spa, Cenc Street, Sannat SNT9049, Gozo
Roma: Il mondo dell'arte, Palazzo Margutta, via Margutta 55
Lucca: Lelemento Bistrot, via Francesco Carrara 18
Lecce: Libreria del Sole - Studio bibliografico restauro carta, via Francesco Rubichi 14
Firenze: A.N.G.E.L.O. Vintage Clothing, via dei Cimatori 25/R

Curatrice: Silvia Cosentino

Project Advisor: Luca Manno

Local Advisor: Madrid:  Marisa González / Malta: James Zammit / Roma: Anna Belperio /  Lucca: Lele e Kika Santini / Lecce: Diego Símini - Nico Maggi / Firenze: Costanza Spinetti - Angelo Barbato

Fotografo: Paolo Cerri
MEDIA-Partner: FULL Magazine - www.4rum.it

martedì 8 ottobre 2013

Janice Mehlman - Intervista esclusiva


Ottavia Sartini intervista Janice Mehlman in esclusiva per FULL Magazine 

Janice Mehlman è una fotografa americana di fama internazionale, citata sui libri di fotografia per gli interessanti esiti raggiunti negli anni’80, momento culminante della sua carriera artistica. Oggi affianca alla sua attività di fotografa quella di Direttrice del Dipartimento Artistico al Kingsborough Community College della City University di New York dove è titolare della cattedra di Fotografia. Musei, gallerie e collezioni d’Europa e d’America hanno le sue foto in esposizione. E fino al 13 ottobre saranno eccezionalmente esposte presso LABottega di Marina di Pietrasanta nella mostra dal titolo “Janice Mehlman. Trascending Illusion”, a cura di Serena del Soldato e prefazione al catalogo di Valentina Fogher.

Janice, sei una fotografa ormai affermata ma come hai iniziato?
Io ho studiato arte, dipingevo, e i miei soggetti preferiti erano le persone, i loro volti. Poi ho iniziato a seguire un corso di fotografia e così ho cominciato scattando ritratti; mi è subito sembrato molto più diretto, più preciso, riprodurre un volto fotografandolo anziché dipingendolo. Perciò le mie prime fotografie sono ritratti. Strano, se pensi che ora il mio lavoro è tutto astratto!

Ecco, come è avvenuto il passaggio dai ritratti alla fotografia astratta per la quale ti conosciamo? 
Come ti dicevo all’inizio ho fatto ritratti, per due anni ho fotografato persone, anche in ambienti, in diversi contesti e poi quando ho approfondito lo studio della storia dell’arte e della fotografia ho continuato a fotografare persone ma magari dall’alto, e con punti di vista insoliti da cui potevano venire fuori interessanti giochi di luce/ombra. Mi sono concentrata e appassionata a questi giochi, li ho sviluppati al punto che piano piano le persone sono uscite completamente dalle mie fotografie. Poi ho messo insieme questa mia ricerca di luci e ombre con la mia passione per le architetture, per le geometrie, gli interni e gli esterni architettonici ed è così che il mio lavoro è diventato astratto.

La tua carriera è trentennale, da esperta di bianco e nero su pellicola sei arrivata fino alla stampa digitale, e a fare lavori di assoluta novità e contemporaneità…
Non ho mai abbandonato il mio amore per l’astrazione e per l’architettura ma chiaramente il mio lavoro è sempre stato ed è tutt’oggi  in evoluzione, cambia, dipende dalla vita. Ti faccio un esempio: io ho lavorato più di vent’anni in camera oscura diventando un’esperta, appunto, di bianco e nero ma ad un certo punto negli anni ’80 ho sentito la necessità di inserire nei miei lavori il colore e mi sono scontrata con una tecnica di stampa che allora non mi soddisfaceva sufficientemente. Fu per questo che decisi di stampare in b/n e dipingere, in un secondo momento, sulle foto!  Lavoravo con colori ad olio e lasciavo comunque che i b/n rimanessero prevalenti nell’immagine.  E’ stato grazie a questi lavori che ho ottenuto una certa fama e sono citata in diversi libri di storia della fotografia. 

Oltre ad essere una fotografa di successo sei anche madre. Quanto e come per una artista donna influisce la nascita di un figlio sulla propria arte?
Mia figlia Elena è comparsa in alcuni miei lavori. Quando lei era appena nata, era il ’96, io avevo questa bambina piccolissima con me, stavamo molto in casa, era difficile uscire, quindi ho cominciato a lavorare guardando il suo corpo. Quelle pieghette tipiche dei neonati le ho fotografate e fotografate, dai piccoli dettagli della sua pelle ho ricavato delle astrazioni. Erano risultati simili a quelli ottenuti con i miei lavori di geometrie e architetture però ero partita dal quel corpicino paffutello! A questo progetto ho continuato a lavorare fino ai quattro anni di mia figlia, poi il suo corpo è, chiaramente, cambiato e non si adattava più al mio lavoro per come l’avevo impostato e oltretutto lei cresceva e non stava più ferma ad aspettare che io scattassi!

E i lavori che vediamo esposti in mostra a LABottega di Marina di Pietrasanta, astratti, colorati e creati lavorando con Photoshop quando e come arrivano?
Ho iniziato a lavorare col digitale nel 2000. Io non sono un’esperta di Photoshop, inizialmente lavoravo ‘appoggiandomi’  ad una ditta per la stampa digitale; fotografavo su pellicola, poi le immagini venivano scannerizzate e stampate, sempre b/n, su una water color photographic paper, la mia carta preferita, bellissima, e perfetta per il mio lavoro. Ho iniziato a rendermi conto di quanto la tecnologia fosse avanzata e quindi ormai adatta a soddisfare i miei bisogni. Ho iniziato a lavorare col colore e a scannerizzare diapositive e la mia prima foto digitale è del 2005! Da allora ho continuato a lavorare col colore, ho comprato una grande stampante tutta per me, ho cominciato ad imparare tutta la tecnologia, il funzionamento, perché preferisco avere il pieno controllo del processo nelle mie mani anziché affidarmi alle spiegazioni di qualcun altro.

Sul catalogo della mostra si legge di un viaggio in Marocco che è stato molto importante per l’evoluzione della tua ricerca fotografica…
Sì in Marocco ho fatto diverse foto di moschee che una volta stampate sembravano immagini di fogli di carta ondulati in movimento più che architetture…..c’è stato chi vedendole mi chiedeva se quelle ‘cose’ esistessero davvero o se erano mie creazioni e io incredula rispondevo banalmente: “Mah, io fotografo cose che esistono!” Sembrava un qualcosa di leggero come la carta in volo, ma quello era pietra, cemento! Ho iniziato a lavorarci su, l’idea era quella di partire da scarti di cartoncino che avevo in studio, così volatile, leggero, e ottenere un senso di concretezza, lo stesso del cemento! I primi esiti sono state visioni simili all’architettura del Museo Guggenheim, ma era carta! In quel periodo poi stavo molto in casa e così lavoravo molto nel mio studio proprio con ritagli di carta, o dei margini delle mie fotografie;  gli ho montati insieme con Photoshop, che si è rivelato perfetto per prendere un dettaglio, una porzione di immagine e inserirla, sovrapporla, accostarla ad un’altra. Il problema dello stacco secco tra una visione e l’altra che già avevo incontrato nelle composizioni degli anni ’90 era risolto! Sono nate così le serie in orizzontale presenti in mostra a LABottega.

Poi ci sono delle fotografie dove intravediamo dei vetri rotti, come in Crossing Paths, Bordering Realty, Shattered Illusions. Sono molto forti, emozionanti, si percepisce il desiderio di un oltre, di una via di fuga…
Si, quello era un periodo molto brutto e difficile per me, mia madre stava morendo ed io stavo malissimo ed ho iniziato a guardare questi vetri rotti, oggetti rugginosi che erano la metafora di come io mi sentivo. La vita spezzata, il dolore, quello che stava accadendo nella mia vita somigliava a quei vetri. D’altronde quello che accade nella mia vita è sempre in qualche modo ‘uscito’ nei miei lavori. E allora ho cercato di trovare qualcosa di bello anche in queste visioni  ed è nata tutta questa serie che fra l’altro molti hanno preferito rispetto ai miei lavori precedenti; più cerebrali, geometrici i primi, pieni di tensione, di tristezza questi. 

La serie in cui giochi con luci e ombre create dalla trama traforata di un semplice cestino è molto divertente e l’idea è geniale!
Sì, questa serie è molto più felice e l’idea è nata grazie ad una mia amica; la foto più rappresentativa è Hope. Ma è anche vero che io ero in un momento molto buono e avevo voglia di lavorare coi colori, volevo esprimere felicità, gioia di vivere.  

Vivi a metà tra Pietrasanta e New York. Com’è vivere e lavorare in due paesi così diversi?
Qui a Pietrasanta la vita è molto più tranquilla, inutile dirlo, e io e la mia famiglia abbiamo bisogno di questo.
Io amo New York , io amo quella vita frenetica, io vado ogni settimana a vedere arte: a New York ci sono 400 gallerie d’arte. Vado spesso a Chelsea che è davvero un quartiere pieno di idee, tante volte non vedo niente di troppo interessante ma basta vedere una mostra a settimana che mi possa dare uno spunto, mi faccia scattare qualcosa. Questo è essenziale per un’artista, ricevere molti stimoli e New York è perfetta per questo. Però quando sono là non ho molto tempo per andare a fare foto. La mia vita là è molto più dentro casa, stampo, lavoro al pc. La mia vita in Italia invece è molto più fuori, perché passiamo qui l’estate e anche se veniamo in inverno non è molto freddo; inoltre quando sono in Europa vado molto più spesso a fare foto, quando viaggio sono molto disponibile a vedere nuove cose e scattare. Qua in Italia poi la luce è stupenda, quando entra nel mio studio e crea quei giochi favolosi, ahhh…bellissimo; anche qui, nel chiuso del mio studio di Pietrasanta, ho scattato molto. Diciamo che in America non ho abbastanza tempo per creare come in Italia! 

Si perché tu insegni anche Fotografia a New York, sei quindi costantemente a contatto con giovani aspiranti fotografi e appassionati. Cosa consiglieresti ad un giovane fotografo?
Io ti dico la verità, non è facile guadagnare facendo un lavoro artistico. Però sono anche convinta che nella fotografia ci sia il modo di guadagnare, anche perchè la puoi usare in tutta la vita. Io insegno fotografia a questi ragazzi che la utilizzano in vari campi lavorativi, ognuno certo, deve trovare la propria strada. Però se si vogliono fare i soldi questa non è la strada - Poi se si riesce a guadagnare meglio.  Io, per esempio, insegno, ed è un’attività che amo, amo stare a contatto con questi giovani da cui imparo sempre qualcosa di nuovo, ma questo è anche un modo per sentirmi libera dal dover vendere i miei lavori per vivere. Cioè io non voglio fare foto per vendere, perché ho bisogno di quei soldi per vivere, io voglio fare la mia arte e stop. Vorrei certo che il pubblico apprezzasse sempre di più i miei lavori ma non voglio dipendere dalle vendite, non voglio dover vivere con questo.

Tra le tue fotografie ce n’è una che ami più delle altre, alla quale sei particolarmente legata?
C’è una foto che ho fatto nell’82. È sempre rimasta molto importante nella mia carriera, fatta da sotto una scala in un palazzo a Pietrasanta . Tutte le volte che guardo questo lavoro mi sembra sempre contemporaneo, potrebbe essere una foto scattata ieri e questo mi piace molto.

Tra tutti gli artisti che New York propone tra musei, gallerie e fiere,  ce ne è qualcuno i cui lavori ti hanno colpito particolarmente?
Ricordo di aver incontrato uno giovane fotografo a New York, John Cyr, che mi ha molto colpito. Lui ha fatto una serie di fotografie delle vasche di sviluppo di alcuni importanti fotografi tra cui Emmet Gowin, Edward Mapplethorpe, Joel Peter Witkin, Elliot Erwith, George Eatsman e altri. Ha fatto le foto dritte alle vasche, da sopra, ed ognuna risulta diversa dall’altra, bianca, rossa, nera, per i residui dei Sali d’argento lasciati nell’acido. E’ un lavoro di grande eleganza, sembrano quadri. Un’idea geniale di una bellezza davvero commovente. 
Un altro fotografo interessante è Gregory Scott. Mi colpì molto il suo lavoro che riproduce una stanza dove all’interno c’è un quadro che in realtà è un video che trasmette la stessa scena rappresentata dalla foto. E’ come un gioco di matriosche, di foto nella foto, e di video. E’ una cosa magica, lui gioca con gli spazi, con la fotografia e le animazioni video, davvero originale. 

Un fotografo invece già affermato che stimi, di cui apprezzi sinceramente il lavoro?
Beh io ho molti amici e amiche artisti e fotografi con i quali mi incontro spesso per discutere dei nostri lavori e che sono miei preziosi consiglieri, come anche mio marito che è scultore ed è il mio primo critico! E mia figlia che ha un ottimo occhio e mi dice sempre se un lavoro le piace o no…anche se io so subito quando un mio lavoro è buono o no! 
Ma c’è Massimo Vitali, un fotografo che mi piace molto, io l’ho visto crescere professionalmente e lo conosco molto bene. Ricordo quando ha iniziato la serie delle spiagge stampando in piccoli formati e il grande impatto che gli stessi lavori hanno ottenuto con le stampe in grande formato. I dettagli delle persone, il bianco che viene fuori dai suoi lavori, io sono rimasta commossa dalle sue fotografie. E in molti lo stanno copiando, anche tra i fotografi affermati, e questo vuol dire che lui ha lasciato il segno, l’idea è venuta da Massimo.

Nuovi progetti?
Io devo sempre continuare la cosa che ho fatto prima per trovare la prossima. E’ difficile dire di preciso cosa verrà fuori dalle mie idee, è il lavoro che mi guida, di solito scopro dove mi porta nel momento stesso in cui questo accade.

La pubblicazione delle opere è stata autorizzata dall'autrice stessa attraverso LABottega - Spazio per la fotografia, gentile fornitrice delle immagini

Pollock e gli irascibili a Milano

Dal 24 settembre 2013 al 16 febbraio 2014 a Palazzo Reale di  Milano è in mostra Jackson Pollock e i suoi “irascibili”.L’esposizione propone l’Espressionismo astratto degli artisti americani dagli anni Quaranta agli anni Sessanta,  periodo in cui  l’arte si rivoluziona scoprendo nuovi mezzi espressivi  e spostando  definitivamente l’asse culturale mondiale dall’Europa all’America.  

Autore: Roberta Fameli

L’autunno milanese ha da poco avuto inizio con la bellissima mostra dedicata a Jackson Pollock e “gli irascibili” a cura di Carter Foster con la collaborazione di Luca Beatrice. Ma chi erano gli irascibili? Ebbene è con questo nome che  un gruppo di 18 artisti fu definito  in seguito alla protesta che inscenarono contro il Metropolitan Museum of Art di New York. Nel gruppo degli irascibili c’era Pollock,ma non solo: anche Rothko, De kooning,Kline e tanti altri che con il loro n uovo modo di interpretare la tela – intesa come uno spazio per la libertà di pensiero e d’azione dell’individuo- diedero scuola alla cosiddetta “Scuola di New York” che travolse l’Arte Moderna di tutto il mondo. L’action painting di Pollock si impose da subito, infatti, come un’arte di protesta e di sfogo che non rinnega l’arte europea, bensì la sviluppa dal punto di vista sensoriale, spaziando  dalla Scuola di Parigi al Surrealismo di Kandinsky, approdando ad un minimalismo che sarà poi la base della Pop Art e di Andy Warhol.Una rivoluzione che travolgerà anche l’ Europa alla ricerca di una nuova identità: basti pensare a Lucio Fontana che taglia la tela per sfondare lo spazio bidimensionale.  Per apprezzare fino in fondo la mostra di Palazzo Reale di Milano “Pollock e gli irascibili” bisogna immergersi nella cultura americana di quei tempi: opere come “Sulla Strada” di Jack Kerouac, “Urlo” di Allen Ginsberg, “Il giovane Holden” di Salinger, oppure , nel campo cinematografico, Marlon Brando in “Fronte del Porto” o “Il selvaggio”, James Dean nel “La Valle dell’Eden”. Naturalmente, all’inizio, gli “irascibili” furono boicottati dai circoli culturali e dalle gallerie istituzionali che non accettavano questa rivoluzione. Soltanto con il passare del tempo si comprese la svolta epocale impressa da Pollock all’arte: l’uso del colore puro e dello sgocciolamento (dripping) ,il bisogno di gettar via il cavalletto e dipingere sul pavimento indicano una cesura con il passato e la necessità di esprimere liberamente la propria creatività. 
La mostra comprende 60 capolavori provenienti del Whitney Museum di New York tra cui la celeberrima opera Number 27 di Pollock: una tela dipinta a olio,smalto e pittura d’ alluminio  di dimensioni straordinarie  - 3 metri di lunghezza -  estremamente fragile e difficile da trasportare a cui, per tute queste ragioni, Palazzo Reale dedicherà un’intera sala. L’opera realizzata nel 1950, può considerarsi  il manifesto creativo dell'artista americano. La Number 27 – chiamata così perché era la ventisettesima pittura a realizzare quell’anno-   rappresenta l’apice del periodo “drip”. Altre opere celebri che Milano ha l’onore e il piacere di ospitare ricorderemo Mahoning, ( olio su carta) dipinto da Franz Kline nel 1956: poche pennellate decise e morbide compongono sul foglio un mondo  irregolare e in bianco e nero. Untitled (Blue, Yellow, Green on Red) , di Mark Rothko,: Woman Accabonac di Willem de Koonig, David Smith in Hudson River Landscape ,le geometrie di Barnett Newman fino alle figure morbide di William Baziotes, The Crest di A. Gottlieb, Senza Titolo di Clyfford Still.  A completare la mostra, voglio citare un dato di costume messo in evidenza dal curatore della mostra Luca Beatrice: «nel 1951 la rivista Life pubblicò una foto emblematica, scattata da Nina Leen: ritraeva 15 dei 18 irascibili vestiti da banchieri». «Nell'album fotografico della storia dell'arte,quello degli Irascibili è tra gli scatti più famosi. (...) E gli Irascibili, nonostante l'aspetto tutto sommato bonario, sono "tecnicamente" arrabbiati. Tanto da fare fronte comune, lavorare insieme, condividere successi ed eventuali difficoltà in maniera compatta». 

giovedì 3 ottobre 2013

"Ancora cinque minuti" - partito il crowdfunding per il nuovo progetto Middle Crossing



"Ancora cinque minuti" Quante volte nella vita l'avete detto? Un'infinità, immagino. Questa è la mia ultima volta.
Un uomo.
Un film. In breve?
Una storia.

Ancora Cinque Minuti è il nuovo film di Lucio Laugelli, già coautore de La Conseguenza di Te e numerosi altri audiovisivi. Il lavoro è prodotto dalla casa di produzione indipendente Middle Crossing, progetto parallelo di Paper Street, di cui Lucio Laugelli è direttore.

Per fare un ulteriore salto di qualità dal punto di vista non solo artistico ma anche della diffusione della pellicola, delle professionalità coinvolte, delle dotazioni tecniche, della qualificata e ampia troupe Middle Crossing ha deciso per la prima volta di presentare un progetto di crowdfunding tramite Eppela, il sito internet italiano leader nella gestione delle campagne di finanziamento dal basso.

Se la rete è stata fin dalla nascita di Middle Crossing il principale veicolo attraverso cui abbiamo lanciato al pubblico i nostri lavori, raccogliendo via via consensi e soddisfazioni oggi alla Rete ci rivolgiamo per coinvolgere i nostri stessi spettatori, coloro che ci seguono e tutti quelli che possono essere interessati alla causa del cinema indipendente per trovare le risorse necessarie a fare un ulteriore passo avanti. Il crowdfunding è un modello di finanziamento dal basso, partecipativo e sociale che permette a chiunque di donare una cifra a propria scelta in cambio di una “ricompensa” stabilita a priori, si va dal nome nei titoli di coda alle copie del film all’accreditamento come Produttore. Tutte le offerte saranno significative proprio perché simboliche di un’attenzione e di una partecipazione che speriamo sia il più possibile larga e condivisa perché significherà avere tanti creatori in più intorno al nostro progetto.

Intanto, in questa fase di preproduzione, siamo già orgogliosi di poter annunciare che tra le professionalità coinvolte in Ancora cinque minuti ci sarà, come Guest Star e Art Director, Sergio Pappalettera, fondatore dello Studio Prodesign, realtà attraverso la quale ha stretto collaborazioni con alcuni tra i più grandi artisti italiani realizzando le cover per le loro produzioni discografiche. Negli anni ha stretto un lungo e prolifico sodalizio professionale con Lorenzo Jovanotti Cherubini e collaborando, tra gli altri, con Franco Battiato, Francesco De Gregori, Vasco Rossi, Lucio Dalla, Fabrizio De André oltre che con Sony, Universal, Emi Music e Rizzoli. Cosa fareste voi avendo solo cinque minuti? Noi vogliamo farci un film, a voi chiediamo quel tempo, sono solo cinque minuti, e, se vi convincerà, il costo di un drink per poterlo realizzare

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