martedì 21 maggio 2013

Intervista al fotografo Giovanni Presutti


Giovanni Presutti è un fotografo fiorentino che scopre la fotografia una volta conseguita la Laurea in Legge. Poco più che trentenne si diploma alla Scuola Art’è di Firenze, per poi perfezionarsi alla Kaverdash di Milano ed iniziare un’intensa attività espositiva che continua tutt’oggi con grande successo e che l’ha visto presente anche alla Biennale d’arte di Venezia del 2011. Oltre a mostre in gallerie, musei pubblici e privati, i lavori di Presutti sono apparsi su magazine tra cui Vanity Fair, Sette, L’Espresso, e nel 2008 ha pubblicato il suo libro “Mirror”. Vincitore di numerosi premi e riconoscimenti presenterà l’8 giugno, presso la galleria LABottega di Pietrasanta, la serie fotografica “Dependency’’, uno dei suoi lavori più interessanti, frutto di una ricerca attenta e sensibile nell’esistenza dell’uomo contemporaneo. Lontano da facili conclusioni, Presutti, con taglio pulito e intenso, ci apre gli occhi di fronte a vizi e pericolose tendenze che potrebbero finire per dominarci, se già non lo fanno.


Innanzitutto dimmi come e perché dopo una Laurea in Legge si decide di cambiare strada, approdare alla fotografia ed arrivare oltretutto ad ottenere ottimi riconoscimenti, inviti ad importanti appuntamenti artistici, etc? 
La vocazione artistica è sempre stata presente in me ma essendo figlio di un avvocato ho intrapreso gli studi in Legge pur non essendone convinto. Ad un certo punto però ho sentito che la chiamata alla fotografia non poteva più essere rinviata, pena la soppressione della mia parte più vera ed intima. Diciamo che è stato il mio talento alla fine che ha scelto per me, mi ha messo un ‘aut aut’ e non ho potuto fare a meno di assecondarlo. 

Parliamo di “Dependency’’, la serie di fotografie che esporrai a partire dall’8 Giugno fino al 28 Luglio, presso La Bottega di Pietrasanta. Si tratta di un lavoro davvero interessante che mette in luce la tendenza dell’uomo contemporaneo a sviluppare una dipendenza che può sfociare in malattia. Essa può manifestarsi verso il sesso, l’alcool, la droga, la televisione …. l’aspetto interessante di questo tuo lavoro è che porta all’attenzione la fragilità costitutiva dell’uomo, il suo svuotarsi in funzione di una di queste dipendenze, la perdita di controllo di sé e quindi della propria identità. E’ una ricerca che mi ha da subito colpito e mi ha fatto molto riflettere. Racconta…
Il progetto è nato dall’osservazione sia del mondo contemporaneo che da una mia autoanalisi. Cercando di individuare quale potesse essere l’aspetto più critico della società odierna… mi sono guardato dentro e mi son reso conto di esser ormai schiavo spesso in modo compulsivo di tutta una serie di comportamenti e che le persone attorno a me, nella stragrande maggioranza, si trovavano nella stessa condizione. Ho poi scelto di avere un approccio non ‘reportagistico’, ma di messa in scena ironica così da far avvicinare il fruitore delle mie opere senza correre il rischio invece di spaventarlo con il successivo e più profondo messaggio che invece è estremamente drammatico ed amaro.

Vorrei parlare di “Eolo’’ e di “Piccoli Principi”, due tuoi bellissimi reportages. Affrontano temi molto diversi, il primo lavoro è il frutto di un tuo viaggio nell’Italia dei parchi eolici e l’altro invece nasce da un viaggio nel mondo delle famiglie che subiscono un lutto neonatale o addirittura perinatale. Vorrei che tu ce ne parlassi e ci dicessi in che misura la fotografia può avvicinare te, fotografo, e noi, osservatori, a realtà come queste che magari sono poco conosciute o delicate? E perché lo fai? 
G. P.: Come nei miei lavori di ricerca artistica anche nel campo dei reportage amo analizzare temi sociali. “Eolo” è un progetto che ho amato molto in quanto mi ha permesso di girare tutto il territorio italiano in cui erano presenti i parchi eolici, al novanta per cento dislocati al sud. L’ho realizzato per il tema annuale che ci diamo col collettivo di cui faccio parte, synap(see), che era la situazione ambientale italiana. Si fa un gran parlare infatti dell’ energia eolica e del suo presunto danno estetico ambientale,ma nessuno davvero aveva mai documentato quale fosse davvero la relazione tra le Pale e il territorio. Facendo un lavoro metodico ho potuto scoprire e fotografare oltre al paesaggio anche ad es. parchi giochi, stadi di calcio, capannoni industriali, abitazioni ed altro in relazione con i parchi eolici, dimostrando come questi si integrino spesso molto bene anche con la vita dell’uomo. In “Piccoli Principi” ho raccontato invece una realtà diffusissima in Italia, 250.000 casi l’anno, quella del lutto perinatale cioè della perdita di un bambino in gravidanza, dopo il parto o nei primi mesi di vita. La morte di un bambino atteso è un vero e proprio lutto che i genitori si trovano a dover vivere senza essere preparati e spesso senza trovare e ricevere un aiuto e supporto sociale e istituzionale. Un lavoro che mi ha davvero toccato dentro e dato tanto dal punto di vista umano. 

La tua produzione fotografica è abbastanza varia, hai fatto anche bellissime serie dedicate a città come Parigi, Berlino, Londra… Cosa ti è d’ispirazione, come scegli su cosa lavorare? 
In genere scelgo di lavorare su ciò che mi appassiona, altrimenti non riuscirei ad esprimermi al meglio. Anche l’architettura é un campo che mi è sempre piaciuto, nel lavoro “Contemporanea” ho girato per tre anni fotografando i palazzi più rappresentativi costruiti nelle maggiori città europee e ne è venuto fuori un lavoro di 130 immagini che dovrebbe uscire sotto forma di libro nel 2013.

Parliamo dell’utilizzo di Photoshop, da alcuni amato, da altri odiato…tu come e quanto lo usi? 
Oggi Photoshop non può non essere usato, i files digitali hanno bisogno di esser lavorati. Io ne faccio un uso equilibrato, quelli di “Dependency” sono tutti set reali da me costruiti o, se erano già esistenti, utilizzati, e quindi ho provveduto semplicemente a lavorare sui livelli di contrasto e saturazione dell’immagine. Altre volte ne ho fatto un uso più marcato come nel mio ultimo lavoro “Hello Dolly!”.

La fotografia sta ottenendo anche in Italia un discreto spazio, una certa attenzione. In molti, più o meno a merito, si definiscono fotografi, vengono istituiti concorsi e premi, nascono gallerie specializzate, e fiere d’arte dedicate a questa meravigliosa arte (il mercato italiano però sembra ancora poco sensibile…) Senti dei benefici di tutto ciò? Cosa pensi che il Belpaese dovrebbe fare di più, o di meglio, o di diverso per sostenere la buona fotografia e chi la fa? 
In Italia finalmente la fotografia d’autore comincia ad essere conosciuta anche se rispetto a paesi come Francia, Inghilterra e Usa siamo sempre molto indietro. Oggi è leggermente più facile farsi apprezzare e vendere delle opere, ma ancora abbastanza difficile. Ci dovrebbe sicuramente esser maggiore attenzione da parte della politica e delle istituzioni, ma questo è un problema che coinvolge tutta la cultura e l’arte e non solo il nostro campo.

Com’è il rapporto tra voi fotografi emergenti, amate collaborare tra voi oppure no?
Il rapporto con altri fotografi è basilare a mio parere. Lo scambio di idee e di visioni mette in moto meccanismi di crescita e di evoluzione del proprio modo di vedere e di intendere la fotografia. Proprio per questo motivo sono stato trai fondatori due anni fa del collettivo synap(see) composto da 8 autori (quest'anno siamo diventati 9). All'interno del gruppo ci confrontiamo spesso, facciamo editing dei lavori che sviluppiamo, ci scambiamo idee. Ogni anno poi ci diamo un tema attorno al quale lavorare, e sul quale dialoghiamo durante incontri periodici; ciascuno è libero di interpretarlo e svilupparlo come meglio crede, in sintonia con le proprie peculiarità. Tema dell'anno in corso è "Un'altra vita" da cui è nata una mostra di gran successo che sta girando molti festival ed è già praticamente prenotata fino alla fine dell'anno.


C’è una fotografia che hai scattato e alla quale sei particolarmente legato? 
La mia foto preferita… direi che è sicuramente ‘dependency # 15’. E' infatti la mia opera più famosa che fa parte già di collezioni private e pubbliche e che è stata ormai pluripremiata. Ci sono anche legato perchè i due signori anziani che guardano la tv di spalle, ognuno nel proprio mondo, quindi legandosi concettualmente non solo alla dipendenza televisiva ma anche alla incomunicabilità dei tempi moderni e alla solitudine delle nostre vite e a tanti altri aspetti,sono mio padre e mia madre.

Cosa consiglieresti ad un giovane e bravo fotografo che volesse vivere di fotografia? 
Consiglierei di studiare e vedere tanta fotografia sia classica che contemporanea per crearsi e sviluppare una propria visone unica ed irripetibile … Oggi nel mondo digitalizzato in cui tutti sono ormai in grado di fare uno scatto tecnicamente accettabile la vera differenza la fa sempre un approccio che sia il più possibile personale ed originale.

Nuovi progetti?
Ho appena concluso un progetto intitolato ‘’Hello Dolly!’’, nel quale racconto la storia di una bambola che vaga per le nostre periferie cementificate e ormai deserte, ultima sopravvissuta di un mondo ormai alla deriva. Racconto il nostro futuro per come purtroppo sarà nel caso in cui non riuscissimo a cambiare il nostro stile di vita deleterio. Questo lavoro fa parte di una trilogia in cui proprio ‘’Dependency’’ è stato il primo capitolo.

1 commenti:

Bellissima intervista . Bravo Giovanni!

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