'Le Stanze Verticali' di Bruno Biondi

All'esordio la personale 'Aniconico' di Chiara Bevilacqua

domenica 28 aprile 2013

Ecco cosa significa una SERATA EVENTO!


Il concerto di Giovanni Allevi, svoltosi presso il Teatro Lirico di Cagliari il 10 marzo, è stato davvero quel che si definisce un evento! Poche volte è stato possibile vedere il teatro così affollato, non una poltroncina libera, platea e logge colme di gente, e di gente giovane! Anzi, intere famiglie, dove, dai genitori ai figli più piccoli, tutti amano la musica di Giovanni Allevi! Il trucco? Lo scopriremo solo seguendo per tutto il concerto questo giovane artista.

L’ingresso di Giovanni Allevi non poteva che avvenire così: corre da dietro le quinte verso il centro del palcoscenico, agitando le braccia. Look inconfondibile: jeans, maglietta, scarpe da ginnastica e i suoi riccioloni che saltano con lui! Ci colpisce anche l’orchestra, di età media molto bassa. 

Per come abbiamo imparato a conoscerlo attraverso i media, ci aspettiamo proprio un giovane artista estroso, ma non per questo meno meritevole di rispetto, che giustamente si aspetta di ricevere, e così simpaticamente accompagna con lo sguardo due ritardatari che cercano il loro posto in platea. 

Cominciamo il nostro viaggio interiore ci dice, immaginando che sebbene il periodo difficile, possa esistere, dietro le nubi, un bel sole per noi, un’alba, un Sunrise. Ci presenta l’Orchestra Sinfonica Italiana, che lo accompagna in questo tour. E subito veniamo rapiti da un’armonia fresca, giovane, sebbene dai canoni classici, non qualcosa di estremamente moderno che potremmo aspettarci da un maestro contemporaneo. 

Alla fine del brano Allevi, quasi imbarazzato dal fragore di un pubblico ammirato e soddisfatto, ci introduce al prossimo: Mandela, ritmi africani che si incastrano come ingranaggi di un orologio, dedicato al grande Presidente, al premio Nobel per la pace, che è riuscito a ristabilire un equilibrio tanto difficile. Ed ecco di nuovo quella gestualità che ci è piuttosto familiare, alla quale Allevi ci ha abituato nelle sue apparizioni in tv. Ma qui lo vediamo per la prima volta in veste di pianista e direttore d’orchestra, con la quale si coordina sia dalla sua postazione che alzandosi per dirigere da vicino i maestri che, proprio come fossero ingranaggi, intercalano al piano, archi, fiati e percussioni. 

È ora la volta della Sinfony of life; come anticipato dal maestro, nella sinfonia si possono percepire le difficoltà del periodo storico in cui viviamo, ma anche tanta ostinazione e gli immancabili momenti d’amore, quelli ci dice Allevi del calore della famiglia. I violini si muovono a tempo con i suoi capelli, poi gli altri archi completano l’armonia, quindi i timpani ed i fiati. Ed eccoli, percepibili, i momenti d’amore; e in quell’amore Allevi, giovane fra i giovani, si alza a dirigere, quasi in un ballo armonico, la sua orchestra. 

Il prossimo brano ci farà provare la sensazione di una tensione che cresce, cresce tendendo verso l’infinito, di pari passo con una ricerca di purezza che per Allevi raggiunge il suo culmine appunto in questo brano: Elevazione. L’autore ci spiega che, ascoltando questa musica, gli sembra di guardare uno specchio di ghiaccio che galleggia sull’acqua, fino ad alzare lo sguardo verso l’infinito. Protagonista indiscusso di questo brano, il piano; gli archi fanno inizialmente da contorno col loro pizzicato, più acuto dei violini, più grave di violoncelli e contrabbassi. Poi una dolce melodia presentata dai violini, cui pian piano si aggiungono gli altri strumenti. E di nuovo torna a primeggiare il piano, e via di nuovo verso un movimento ampio, che si apre così come le braccia di Allevi, a volare fra gli strumenti. Torna la calma, e ora ci sembra di immaginare, se chiudiamo gli occhi, questo scivolar sull’acqua. Nelle note di Elevazione è davvero possibile percepire l’esigenza di purezza del compositore. 

Heart of snow, sperando che le note sciolgano anche i cuori più induriti e più freddi. Tema introdotto dal piano, poi ripreso e arricchito dai violini. Quindi entrano di prepotenza i fiati. Un brano che ci fa apprezzare non pochi virtuosismi del giovane pianista e direttore. 

Si conclude così la prima parte della serata, con un pubblico decisamente poco avvezzo al teatro: nonostante il grande apprezzamento per lo spettacolo che ci viene offerto, all’uscita del direttore dal palco, l’applauso, seppur fragoroso, si interrompe repentinamente, quando invece avrebbe potuto calorosamente chiamare fuori dalle quinte l’artista tanto apprezzato. Inevitabile pensare che, sebbene la spontaneità di questo pubblico sia da apprezzare, certo non guasterebbe un po’ di educazione al godere dell’arte in teatro! E alla stessa conclusione avremo modo di giungere anche nella seconda parte del concerto, dedicata a una sinfonia in tre movimenti, questa sì, ahinoi, erroneamente interrotta da applausi, seppur apprezzabilmente spontanei.

Il maestro, ora nella sua piena funzione di direttore, ci introduce dunque la sinfonia, in tre movimenti, per violino e orchestra che lui stesso ha composto: affido la mia anima tormentata a voi, all’Orchestra Sinfonica Italiana, e al violino solista di Natalia Lomeiko, che scopriamo essere stata vincitrice della 47a edizione del Premio Paganini (nel 2000). 

Una sinfonia moderna ma dai richiami classici, dove l’uso del violino solista ci ricorda sonate per violino di autori classici della scuola dell’est. Abituati a tanta formalità, fa un certo effetto vedere un maestro in maniche corte dirigere un’orchestra tanto giovane, o in certi casi giovanile, e una solista bambolina. Un divertissement del violino solista contagia poi gli archi tutti, e presto anche i fiati, in primis e maggiormente protagonista il corno; più tardi anche i fagotti avranno il loro momento di gloria. 

E trattandosi di un pubblico non abituato a una stagione sinfonica, scoppia un applauso tanto meritato quanto inopportuno alla fine di questo movimento. Ma Allevi, felice per l’apprezzamento del pubblico, prende per mano la solista e la accompagna a godersi il meritato calore del suo pubblico. 

E così abbiamo avuto modo di apprezzare a 360 gradi l’Allevi direttore, notando che anche nel gestire la bacchetta, e non solo la tastiera del piano, è capace di farci assaporare melodie davvero piacevoli. E con la bacchetta Allevi ha il potere di modulare con grande maestria toni e volumi dell’orchestra intera. 

Anche alla fine di questo movimento il pubblico applaude, alle spalle di un direttore che, forse nel tentativo di far capire che non era il momento opportuno, non si gira a guardare il suo pubblico, ma cerca la concentrazione per il prossimo movimento. 

Al ritmo di una danza, che potrebbe ricordarci un tango, si apre il terzo e ultimo movimento. Dopo uno splendido solo del violino, la sinfonia si apre a ritmi e sonorità molto contemporanee. 

Ci pare strano immaginare che da quel giovane uomo, di cui certo ricorderemo l’estro, ma anche il cesto di capelli molleggiato, l’abbigliamento fresco e informale, che da questo ragazzo possa uscire tanta arte! 

Sentendo il forte calore del suo pubblico, tanto impressionabile quanto naif da non saper chiedere un encore, il televisivo Allevi si toglie dall’imbarazzo con un mi è sembrato di sentire bis! Ci presenta colui che introduce nuovamente sul palco il piano, precisando che non è un portantino di pianoforti a coda ma Giacomo Loprieno, direttore d’orchestra. E continua questo è un brano per respirare e lo dedico agli ansiosi come me: ARIA. Un brano meraviglioso in cui è racchiuso tutto il virtuosismo di questo splendido giovane maestro! 

La serata ha rischiato di essere rovinata da una voce che codardamente (al contrario di quanto volesse far credere) gli grida: ma sai suonare come Chopin?. Il giovane Allevi qui si mostra in tutta la sua fragilità, colpito dalle solite accuse che gli vengono rivolte, ovvero di essere solo una bufala, si siede a terra, visibilmente turbato da quella provocazione. Ma in noi, nel pubblico che tanto lo apprezza, trova la forza di reagire, e lo fa con grande dignità, di cui quel "signore" è stato completamente privo. Riprese le forze, ci fa apprezzare il suo bis, ma non senza dare risposta a quella provocazione: la giusta domanda avrebbe dovuto essere: sai comporre come Chopin?

E infine l’ultimo messaggio che Allevi vuole lasciarci: la nostra forza è la nostra fragilità, e io, capendo che non si deve per forza mostrare forza, sono tornato a vivere, da qui Back to life!

Ed ecco per noi svelato l’arcano: aria fritta o ARIA? Per noi, colpiti da questo genio, la risposta è ARIA! E ci vien da ripensare a quello che più o meno tutti abbiamo sempre appreso sui musicisti di tutte le epoche, e artisti in generale: ben pochi di loro hanno potuto godere della loro fama e popolarità, arrivata spesso in tarda età o addirittura postuma. Questo forse dovuto proprio al fatto che è difficile apprezzare il nuovo, il giovane che subentra all’abitudine, al consueto. Del resto artisti come Verdi erano “solo” artisti popolari!



Foto di Massimo Volta

giovedì 18 aprile 2013

LA FORZA DELLA MODERNITÀ. Arti in Italia 1920-1950


Dal 20 aprile al 6 ottobre la Fondazione Ragghianti di Lucca dedica una grande mostra alle arti decorative italiane prodotte tra il 1920 e il 1950 evidenziando le connessioni, i confronti, le analogie con le contemporanee espressioni dell'arte figurativa. 

Organizzata con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, la mostra si è avvalsa della collaborazione del Museo Richard-Ginori della Manifattura di Doccia, del Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza, della Galleria d'Arte Moderna di Genova e della Galleria d’Arte Moderna Carlo Rizzarda di Feltre, ma hanno generosamente contribuito alla definizione della mostra, la Wolfsoniana di Genova, il Mart di Rovereto, le Gallerie Comunali d'Arte Moderna di Roma e di Torino, la Peggy Guggenheim Collection di Venezia, il Museo del Novecento di Milano, la Collezione della Banca d'Italia, la Galleria d'Arte Moderna di Palazzo Pitti di Firenze, il FAI-Fondo Ambiente Italiano e i Musei del Castello Sforzesco di Milano. Una buona parte delle arti decorative in esposizione, infine, appartiene a collezionisti privati che, con grande disponibilità e generosità, hanno prestato molti dei pezzi esposti.      

Le opere dei maestri delle arti decorative della prima metà del Novecento, tra cui spiccano i nomi di Gio Ponti Bruno Munari, Francesco Nonni, Giovanni Gariboldi, Carlo Scarpa, Guido Andlovitz, Pietro Melandri, Mario Sturani, Vittorio Zecchin, Serghej Diulgheroff, Carlo Rizzarda, Umberto Bellotto, Antonia Campi, Angelo Biancini, Domenico Rambelli sono poste a confronto e a colloquio con i dipinti e le sculture di contemporanei protagonisti dell'arte figurativa tra cui Libero Andreotti, Galileo Chini, Fausto Melotti, Felice Casorati, Fortunato Depero, Filippo De Pisis, Lucio Fontana, Marino Marini, Arturo Martini, Gino Severini, Emilio Vedova, Alberto Viani, Adolfo Wildt

Sono oltre 300 le opere esposte, tra oggetti, dipinti e sculture, disposte secondo una doppia articolazione cronologica e tematica che suggerisce e permette letture incrociate e sinergiche durante l'intero percorso della mostra. La struttura portante è costituita da tre grandi ripartizioni, gli anni Venti, gli anni Trenta, gli anni Quaranta, con un piccola apertura ai primissimi anni Cinquanta, all'interno delle quali sono inserite delle specifiche enclave a tema . Il filo rosso, che si dipana in 13 sezioni,  prende avvio dagli esordi del gusto Déco degli anni Venti, (con i riferimenti all’esotismo e all’erotismo, al fantastico onirico e al meraviglioso naturale), passa per il classicismo arcaico e i volumi puri del ‘ 900 per approdare infine, alle soglie degli anni Cinquanta con l'abbandono della forma.   

Maria Flora Giubilei, co-curatrice, per le sezioni dedicate alle arti figurative dell’esposizione lucchese, direttore dei Musei di Nervi - Galleria d'Arte Moderna di Genova, Raccolte Frugone e Museo Luxoro, storica dell’arte e curatrice di mostre e autrice di saggi sulla storia del collezionismo e delle arti italiane dalla prima metà del XIX alla contemporaneità, precisa che la mostra intende offrire al pubblico le diversità di approccio alla questione delle arti decorative e le congruenti connessioni con gli sviluppi dell'arte figurativa contemporanea, scegliendo in modo mirato opere di  pittura e scultura, che permettano interessanti confronti tematici, stilistici e compositivi con le arti decorative e dimostrando quanto quest’ultime siano testimoni fedeli del variare del gusto e della trasformazione dei linguaggi artistici, vere e proprie “cartine di tornasole” delle diverse opzioni dell'invenzione artistica della prima metà del ‘900.

Professore di Storia della critica d'arte e di storia del gusto e delle arti decorative presso l’Università di Verona, curatore di mostre e autore di saggi orientati prevalentemente sull’arte italiana ed europea della prima metà del Novecento, Valerio Terraroli è il curatore delle sezioni dedicate alle arti decorative. Egli pone l’accento al tema della modernità che ricorre nel titolo della mostra e ne costituisce l'imprescindibile leitmotiv. Essa è qui intesa come una forza inarrestabile, a tratti impetuosa, a tratti sotterranea, sottile e silenziosa, che attraversa le arti decorative italiane tra gli esordi degli anni Venti e i primissimi anni Cinquanta, una spinta inarrestabile di ricerca e di innovazione, talvolta infarcita di nostalgie e ripensamenti del patrimonio classico, ma in un'ottica di trasformazione moderna dell'arte italiana che ha rappresentato il terreno di coltura per la nascita dell' Italian Design.

La Fondazione Ragghianti ha puntato molto su questo progetto, facendone il fulcro dell’attività dell’anno in corso, e creando contemporaneamente attorno alla mostra un nutrito programma di incontri tematici che hanno visto direttori di musei e specialisti del settore succedersi nel delineare con le loro esperienze un panorama ampio e articolato indispensabile alla comprensione delle varie facce di un periodo di incredibile complessità. Inoltre, come sottolinea Maria Teresa Filieri, direttore della Fondazione Ragghianti,  Dedicarsi a questi temi è stato in un certo senso un obbligo per la nostra Fondazione perchè ripercorrendo gli interventi che Carlo Ludovico Ragghianti ha dedicato alle arti decorative, emerge con palese evidenza il suo impegno costante per il loro sdoganamento da una collocazione gerarchica negativa sottolineando il ruolo fondamentale dei prodotti di arte decorativa nella comprensione critica di un’epoca.  



La mostra, che verrà inaugurata venerdì 19 aprile alle ore 17.30, resterà aperta dal 20 aprile al 6 ottobre con il seguente orario: dal martedì alla domenica: 10.00/13.00 – 16.00/19.00 (da aprile a giugno e da settembre a ottobre) e dalle 16.00 alle 20.00 nei mesi di luglio e agosto. (Lunedì chiuso). 
Biglietti: intero 5 €, ridotto 3 €

Informazioni: 
tel. 0583/467205– fax 0583/490325
www.fondazioneragghianti.it  
info@fondazioneragghianti.it

Fondazione Centro studi sull’Arte Licia e Carlo Ludovico Ragghianti 
Complesso monumentale di San Micheletto
Via San Micheletto, 3 
55100 Lucca (Lu)



Nell'immagine: Bruno Murari, Bulldog, 1934, terraglia. Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza, Faenza

sabato 13 aprile 2013

Tanta avventura con "I tre Druidi" di Stefano Tomei


Già lo scorso anno, al momento della sua uscita, avevamo avuto modo di parlare de I tre Druidi, opera prima del giovane scrittore Stefano Tomei: a qualche mese di distanza, ci fa piacere ricordare ai nostri lettori questa opera letteraria avvincente, che soprattutto gli appassionati del genere fantasy non possono lasciarsi sfuggire!



Per saperne di più, ecco un piccolo booktrailer:


martedì 9 aprile 2013

La musica di Musorgskij, Khačaturjan e Čajkovskij al Teatro Lirico di Cagliari



La primavera si apre al Teatro Lirico di Cagliari con due serate, 22 e 23 marzo, che vedranno protagonisti il Direttore, Nicola Paszkowski, l’Orchestra del Teatro e, nelle vesti di solista, il flautista Riccardo Ghiani, su musiche di Musorgskij, Khačaturjan e Čajkovskij.

L’orchestra prende la scena, un’orchestra numerosa, giustificata dal programma del concerto; ci accorgiamo subito della mancanza di una pedana per il Direttore, ma appena entra sul palco, accompagnato da un caloroso applauso, ci risulta evidente il perché: la stazza del maestro sovrasta l’orchestra senza bisogno di alcun supporto.

La serata si apre con il famosissimo brano Una notte sul Monte Calvo di Modest Musorgskij (nella rielaborazione di Nikolaj Rimskij-Korsakov). Dopo un inizio imponente, i fiati introducono il tema che verrà ripreso dagli archi, sfociando di nuovo in un pieno dove anche le percussioni padroneggiano. E di nuovo un’alternanza fra mitezza e un crescendo sempre enfatizzato dai fiati, che rimarcano a chiare lettere la maestosità ed il clima tetro, satanico. Gli archi ci traghettano poi in sonorità quasi orientali. I fiati introducono il tema centrale, imitati ancora dai violini. Poi il richiamo alla sobrietà dato dal suono del triangolo, sembrano i rintocchi della campana di una cappella cimiteriale, che continua a risuonare mentre archi, fiati ed arpa dipingono un tetro, lento movimento, scandito non solo dalle campane ma anche dal costante effetto rintocco dei contrabbassi. Sola risuona la voce del clarinetto, seguita dalla quiete dell’arpa e dal canto del flauto traverso, sempre appoggiato sui rintocchi, che ci accompagnano sino alla fine.

È ora la volta del Concerto per flauto e orchestra in re minore di Aram Khačaturjan (trascritto dal concerto per violino e orchestra da Jean-Pierre Rampal). L’ Allegro con fermezza si apre con un ritmo frenetico dove l’orchestra si alterna con rapidi movimenti al solista, che riconosciamo nel primo flauto dell’orchestra stessa del Teatro di Cagliari, che infatti ne ha accolto l’ingresso col calore di una famiglia. E questo “piccolo grande uomo” sembra giocare sul flauto, con una tale maestria da far apparire ciò che fa come la cosa più semplice che ci sia. Eppure fiato e agilità nel muovere le dita su quel cilindro che brilla, devono essere davvero notevoli! Rapiti da quel luccichio, riconosciamo di aver prestato troppo poca attenzione agli altri orchestrali, che invece finora hanno spalleggiato con tanta maestria il protagonista. E quello strumento, ora lasciato solo, ci fa apprezzare tutti i virtuosismi del maestro Ghiani. Il primo movimento si chiude riprendendo il connubio fra le varie sezioni ed il solista.
Nell’Andante sostenuto il clima si fa subito cupo, caratterizzato, come nel brano di Musorgskij, dal tetro rintocco dei contrabbassi, in cui il solista sembra immettersi in punta di piedi, fino ad emergere. Ora tocca invece ai violini il compito di creare un’atmosfera grave e seriosa, su cui emerge solo la voce solista del flauto. L’andante si anima poi con tutte le sezioni, prima di lasciare la scena ad un canto accalorato della viola, sostenuto dai rintocchi di contrabbassi e violoncelli. Il tema della viola, ripreso ora dal solista, viene accompagnato dagli archi. Un canto triste, che trova sfogo in un’ulteriore esplosione dell’orchestra, ribadita anche dalla forza dei timpani, per poi tornare alla quiete.
Il terzo movimento, Allegro vivace, si apre all’insegna della complessità, dei volumi forti, che poi scemano per aprire nuovamente la scena a quello che ora ci appare proprio come uno svolazzare del flauto sulle varie sezioni, in un clima molto disteso, per niente tetro come invece quello che il secondo movimento sembra essersi portato via con sé.

Ponendo l’attenzione sul maestro, non possiamo non notare che nonostante la sua possente fisicità, si sia messo completamente a servizio dell’orchestra, con una gestualità molto pulita che non vuol rubare la scena né agli orchestrali né al protagonista indiscusso di questo concerto. Eppure scorgiamo, dai movimenti della testa e da qualche sguardo che riusciamo a percepire, il divertimento e la passione con cui il Direttore conduce questo non facile gioco di intrecci.

Dopo l’intervallo la serata, ci riserva una splendida esecuzione della Sinfonia n. 2 in do minore “Piccola Russia”, op. 17 di Pëtr Il’ič Čajkovskij. Il primo movimento, Andante sostenuto, si apre con la melodia del tema proposto dal corno. Solo, al centro del palco, Paszkowski si concede ora movimenti ben più ampi, e il suo gesticolare ci dà l’illusione ottica di una bacchetta flessibile, prolungamento di quelle lunghe mani che dai polsini bianchi si protendono verso l’orchestra, in movimenti di battere e levare che sembrano disegnare delle grandi ampolle. Il primo movimento è quasi interamente caratterizzato da una gran concitazione, che si placa solo per poche battute e tornare poi ad animare tutte le sezioni, lasciando, sul finale, che il corno chiuda ciò che aveva aperto, accompagnato solo dai pizzicati.
Simpaticamente si affacciano i vari protagonisti dell’Andantino marziale, quasi moderato, dai clarinetti ai fagotti, che emergono sul ritmo dei timpani e sulla melodia degli archi.
Clima ancor più giocoso nell’Allegro molto vivace, in una perfetta intesa di voci, dove gli archi fanno da sottofondo al protagonismo dei fiati, e viceversa.
E per finire, la maestosità dei temi del Moderato assai. Allegro vivo, accentuata anche dall’intervento dei timpani. Il gioco di intesa fra archi e fiati si fa ancora più evidente, in una tale frenesia da costringere il Direttore a movimenti sempre meno ampi, fino al solo roteare delle mani. Ma ecco che i violini portano un tema di ampio respiro, dove gli altri archi creano il sottofondo insieme ai fiati. Continua alternanza di concitazione e melodia più rilassata, quasi pulsazioni tra un tema frenetico e una danza. E finalmente il riposo di una pace bucolica portato dai violini, ma quasi un’illusione fugace, prima del grande sforzo, che si conclude una prima
volta con squilli e gong, e poi via, veloci verso la seconda, più forte, ultima conclusione.

L’applauso caloroso mostra tutta l’approvazione spontanea del pubblico di fronte a tanta bellezza! 




***

Approfondimento: Rebecca Lewis Lalatta

Modest Mussorgsky, Night on the Bare Mountain


Big orchestra, big sounds, big conductor – so tall, Maestro Nicola Paszkowski doesn’t need a rostrum. Within a few bars, the beast of the orchestra awakes. An exciting performance, smiles among musicians as they share the secret and feel the thrill of leaping into Mussorgsky’ s world.

Strings present a strong theme, a chiming bell and harp quickly transport us away from the theatre, Cagliari and Italy and into a different world altogether. One of the first Russian tone poems, Mussorgsky takes us to a witches’ gathering on the mountain, where they gossip, play and await their chief.

Pasquale Iriu, principal clarinet, proposes an enchanting melody, characteristically perfect in its phrasing, answered equally as divinely by the lead flute, Stefania Bandino.

Many more seats in the concert hall were filled this time, with the arrival of Spring, but still far too many empty. Selling last minute reduced tickets to the large number of talented students and passing visitors would be an easy solution that could only be of benefit to all parties. 

During a particularly haunting, still, stirringly beautiful passage, thoughts were rudely dragged back to the physical, by rasping, prolonged and brutally blatant coughing in an audience that doesn’t know it’s preferable to die (silently) than disturb Music. The Cagliari audience mostly reserves stage whispering, interminable unwrapping of the noisiest confectioned sweets on the market for cadences and sublime pianissimos.

In culinary terms, the orchestra presented the most delicious dish, filling all senses with delight until a hair and toenail were thrown in by the audience.


Aram Khachaturian, Concerto for Flute and Orchestra

Maestro Riccardo Ghiani launched straight into this challenging and highly virtuoso concerto with the same spirit and energy that he then maintained throughout. Confident, inspiring playing, painting pictures, creating images, transporting the listener (those not opening sweet packets) to higher plains, utopic meadows. His warm, sensuous sound in the lower register wove its melodic magic while the ‘cello section, led by the charismatic and hugely talented Dresden musician, Robert Witt, rocked the sonorous cradle with sweet pizzicato, making (some of) us dream.

Muted trumpets changed colour and timbre and led us to the cadence. Bliss! Light of hand, a perfect sound, Riccardo flits and flutes with great agility, then soars with seductive melody.

Despite the size of the conductor, who will have reassured some members of the audience as he resembles Bruno Vespa from behind, he didn’t always manage to keep his charges under the baton. Some passages between the brass section became something of a civil war, with limping syncopation (not written in the score) and on a few occasions, the orchestra seemed to be chasing the solo flute, sounding concerned it might arrive before them.

The solid and reliable ‘cello section reins them in and presents the theme, with the solo flute flying lightly above. Principal clarinet, Pasquale and lead flute, Stefania, then have a charming conversation with tumbling arpeggios.

Beautiful, velvet, warm bass notes on Riccardo’s flute lead us to the cadence and the inevitable coughing such moments inspire in Cagliari’s audience.

Technically perfect, the listener could fully relax and enjoy being transported by the solo flute, not having to worry or doubt the lesser mortals with their demons of intonation, articulation, pronunciation, which often keep the listener on the edge of their seat for the wrong reason.

So many contrasts and colours, the breathing an integral part of the musical fabric. Through slight squinting, I imagined I was experiencing Jean Pierre Rampal, the great maestro himself, who originally transcribed this violin concerto for his instrument, in 1968.

A busy orchestra comes in, building and developing themes, muted trumpets over pizzicato ‘cellos, a magic, ethereal atmosphere, the clarinet picks the motifs and jazzes them up! Sheer pleasure!

The bassoon opens the second movement, clarinet, then tremolando violas. Maestro Ghiani’s solo flute is so overwhelmingly beautiful it could only manifest itself in the listener with tears. Piani pianissimi, Riccardo takes the theme as a malleable block of sound and sculpts it as a master craftsman, into precisely the exact shape and form he desires.

Harmonies crunch, then a bright modulation brings such sweetness. Violas borrow the theme and darkly represent it with spice, above the pizzicato of double basses. 

Distracted by sweet wrappers, the grossly disturbing “s” of even the quietest whisper, a neglected but privileged few in the audience demanded attention. An average age of at least sixty, ladies keeping the local hair salons in business, allowed their pungent fur coats to greedily absorb the vibrations of this fresh, living Music.

Orchestra then explodes with the theme, timpani raging, powerful, huge trumpet sound with the dashingly handsome Vinicio Allegrini and young, uncontainable talent of Matteo Cogoni.

The third movement opens with the entire string section playing pizzicato while the bassoon romps below and a snare drum passes straight to the harp, as if it were the most natural transition. Delicious and daring contrasts. This thrilling rondo is laced with Armenian folk music and a true delight. 

The soloist plays around with the theme, in counterpoint with the clarinet. Total mastery of the instrument, not a glitch, hitch, stumble, Maestro Ghiani is passionate and generous. He is as at home in front of the orchestra as in its midst as principal flute. A true inspiration, he’ll agree that Khachaturian and acciaccaturas are mutually inseparable and require domination! 




Blogroll