venerdì 29 marzo 2013

Weekend a Belgrado. Reportage di Linda Lorenzetti


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Autori: 
Foto e articolo: Linda Lorenzetti
Introduzione: Simon Lorenzetti

Belgrado, città situata nel cuore dei Balcani, offre la possibilità di vivere un’esperienza unica e affascinante.
Multietnica e in cerca di una nuova identità “europea”, la città bianca è crocevia tra“Occidente” e “Oriente”e rappresenta una gradevole sorpresa per chi la visita.
Moltissimi locali dislocati lungo le strade principali del centro garantiscono, a un costo contenuto, intrattenimento per tutte le età con musica dal vivo, soprattutto nel fine settimana.
Capitale e città Universitaria, accoglie studenti provenienti dalla Serbia e giovani lavoratori internazionali alla ricerca di nuove opportunità.
Decisamente consigliati i locali “segreti” all’interno di palazzi apparentemente disabitati, raggiungibili soltanto con la guida dei “locali”.
Disponibilità e cordialità ampiamente diffusa soprattutto nei confronti degli italiani punto di riferimento per cibo, moda e calcio.
Inizialmente difficile da “digerire”, resta nella maggior parte dei visitatori come un ricordo indelebile. Non sempre semplice da capire, si apre solo verso chi ha la curiosità e la volontà di approfondire lo “stile di vita serbo”, semplice e gioviale nonostante anni di conflitti. 
Un ragazzo conosciuto casualmente una sera mi ha detto: “Vedi, noi siamo fortunati, senza spostarci mai abbiamo cambiato nazione 4 volte in 15 anni, risparmiando sulle vacanze”. 

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Belgrado, Бeoгpaд in cirillico. La Città Bianca.
Così fu chiamata da Papa Giovanni VIII in una delle lettere indirizzate a Boris I, sovrano di Bulgaria (IX sec.). Il papa era preoccupato che il popolo bulgaro e i paesi balcanici cadessero nello scisma e nell’eresia; li esortava, quindi, a tornare alla chiesa di Roma. In serbo, Beo (Бeo) significa bianco e grad (гpaд) città. Il Papa si riferiva al colore della pietra calcarea con la quale era costruita Belgrado all’epoca.
“Niente di più appropriato!” mi sono detta, quando, al mio risveglio, la mattina dell’8 dicembre 2012, ho aperto le tende della stanza 26B del Belgrade City Hotel. Tutto quanto si scorgeva dalla finestra era coperto dalla neve caduta durante la notte, probabilmente senza sosta. Ho guardato il cielo e ho visto un bagliore perlato. La neve cadeva ancora e la vista era quella di un mondo perfetto, di un dipinto naif. Davvero il bianco corregge tutte le imperfezioni.
È con questa immagine che Belgrado è rimasta impressa sulla mia retina: Bianca come la neve.
Beograd è stata davvero sfortunata: non succede a tutte le capitali di perdere titolo e privilegi, così come è accaduto a “lei” al momento della disgregazione della Yugoslavia. Nell’aria si sente ancora la nostalgia: vorrebbe ancora essere il baricentro di un paese, ma quel paese oggi non esiste più. Al suo posto ci sono la Bosnia ed Erzegovina, la Croazia, la Repubblica di Macedonia, Il Montenegro, la Slovenia e, appunto, la Serbia. Adesso Belgrado è la capitale della Repubblica della Serbia e, nel 2015, entrerà finalmente nell’Unione Europea. Oggi i “ciclopi”, come li ho chiamati io, ossia i palazzi in stile sovietico come quello della Posta (пошта), hanno uno sguardo triste, tentano con insistenza di imporsi sulle piazze della città per ricordare il loro ruolo ma, ormai, nessuno li considera. Chi passa sotto il loro occhio è troppo impegnato a controllare il proprio I-phone oppure, come me quel giorno, ad attraversare le strade tra la neve e il ghiaccio, cercando di non essere travolti dai tram che sembrano arrivare da molto lontano. Forse dal 1892, quando la prima linea fu inaugurata.
Sono andata a Belgrado ma non avrei mai pensato di farlo. Di certo non era mai stata nella mia top ten per una giornata fuori porta e ho capito che non lo è per molti … visto che in aeroporto, a Roma, non sono riuscita a trovare una sola guida sulla città o sulla Serbia. Mi sono consolata con un vocabolario tascabile italiano/serbo che ho consultato durante le ore di attesa del mio volo, con la speranza di scoprire somiglianze con il russo. Sì, il serbo è del ceppo delle lingue slave e vanta l’uso di due alfabeti, quello latino e quello cirillico, proprio come il russo, ma si è allontanato da tutte le lingue sorelle e ha trovato un’identità idiomatica tutta propria. Questo lo rende ancora più affascinante e intrigante.
Il motivo che mi ha portato a prendere il volo Roma - Belgrado è stato Simon, mio nipote, in Serbia per uno stage. Dovevo approfittare di questa occasione per andare in un luogo della ex Yugoslavia, per cercare di capire come cambia un paese dopo la sua disgregazione. Così, mi sono ripromessa di visitare musei e gallerie per leggere questo passaggio nei quadri e nelle opere d’arte. Mi sono data un programma assai intenso e variegato: arte, cucina e chiacchiere con Simon che mi racconta la sua Serbia, come l’ha vissuta in questi tre mesi. Gli occhi di un ragazzo di 24 anni sono di certo più aperti dei miei a cogliere qualsiasi spunto.
Il primo museo sulla mia lista “weekend a Belgrado” era il Museo d’arte contemporanea, Musej Savremene Umetnosti per attraversare il Novecento serbo con l’aiuto delle 7600 opere d’arte moderna e contemporanea che contiene, tra dipinti, sculture, disegni, stampe e la collezione New Art Media (fotografie, film, video). Il sito internet che avevo consultato prima di partire mi era sembrato assai interessante e ho pensato che sarebbe stato un approccio eccellente e veloce con la cultura e la storia recenti del paese. Inoltre, come non sentirsi in dovere di farlo, dopo aver conosciuto l’artista Marina Abramović, la cui Performance Art ha conquistato interesse e curiosità in tutti i continenti?
Purtroppo la gran parte del sito web è in serbo e poche le sezioni in inglese. Ahimè, non avevo capito che, al di là delle varie mostre allestite in centro, l’edificio era chiuso, ibernato, in attesa del completamento dei restauri iniziati e poi interrotti per poco interesse e/o volontà da parte dello stato.
Ma grazie a una mail che ho inviato di ritorno dalla Serbia, e grazie a un gruppo di lavoro che segue il museo nel backstage, sono riuscita a conoscere un progetto davvero innovativo al quale dovremmo fare riferimento quando alcuni dei nostri musei italiani si trovano in situazioni similari.
Difatti, per la situazione stagnante in cui il Museo d’Arte Contemporanea versa da 5 anni, la scorsa estate è stata realizzata una NON-ESPOSIZIONE dal titolo “What Happened to the Museum of Contemporary Art?”. Una mostra senza struttura né architettura; una piattaforma di protesta e discussione, che, usando la concettualizzazione dello stato attuale del museo, è riuscita a sensibilizzare l’opinione pubblica nonché le istituzioni. Si è aperto un forum nel quale si è discusso sul rapporto tra i musei e lo Stato in uno specifico contesto politico e socioeconomico. Il progetto dell’evento è stato interamente ideato da Dejan Sretenović, curatore e direttore del museo stesso. Assieme a lui: Andrej Dolinka e Una Popović. I cittadini interessati hanno potuto visionare la documentazione relativa ai restauri, la cronologia fotografica dei lavori e riflettere sullo stato di degrado dell’edificio. Grazie a questa iniziativa, ora c’è una previsione di riapertura: il 2015. Un’iniziativa lodevole di cui mi pregio di parlare, con la speranza che susciti nei nostri lettori la curiosità di tenersi aggiornati a proposito e pensare di visitarlo nel futuro.

Ma riprendiamo il racconto del mio tour di quel mattino.
Delusi dalla chiusura della mia prima tappa sulla lista, io e Simon ci siamo recati in centro, per visitare il Museo della Storia della Serbia. Narodni muzej, una delle istituzioni più antiche di Belgrado. Anche qui ci siamo dovuti accontentare! Attualmente, sono visibili solo poche sale. Pensate che ospita circa 400.000 opere d’arte tra disegni, quadri e sculture. Vi si trovano la Galleria degli Affreschi, il museo di Vuk e Dositej, il museo commemorativo di Nadežda e Rastko Petrović, collezioni preistoriche, classiche, archeologiche, relative alla cultura medioevale, collezioni di pittori del VIII e del XX secolo, ma anche collezioni estere e un’ampia area dedicata alla numismatica. Inoltre, è qui esposto il Vangelo di Miroslav (XII secolo), uno dei più antichi manoscritti della cultura nazionale, scritto in serbo da due monaci, tra il 1180 e il 1191, definito il più bel manoscritto in cirillico del mondo. Anche per questo, dovremo aspettare.
Simon mi ha visto assai demoralizzata e a quel punto mi ha detto:“Vedi… la Serbia non è ancora pronta a investire energia e soldi sulla cultura, sulla manutenzione dei siti museali e la loro riapertura al pubblico dopo gli anni della guerra. Ricordati che è uscita da poco dall’ennesimo conflitto!”

Già, nella mia ottusa caccia di bellezza l’avevo, stupidamente, rimosso. Eppure ancora si vedono gli edifici bombardati dalla Nato nel 1999, quando l’Alleanza Atlantica intervenne per difendere le spinte indipendentiste della provincia del Kosovo contro la violenza dei serbi guidati da Milosevic. Gli aerei americani partirono dalle basi Nato italiane e la Serbia subì circa 600 raid al giorno. Fu bombardata la torre della televisione, l’ambasciata cinese, per errore, e il Ministero degli Interni. Infatti, ovunque ci voltiamo, la guerra è intorno a noi. È negli edifici diroccati, nei murales e nell’esposizione delle artiglierie. Come se i serbi non potessero o non volessero dimenticare. Non si può ancora prescindere da questo.


A questo punto, rattristata, ma ancora pronta a scoprire la città, chiedo a Simon di prendere in mando la situazione e di farmi da guida. Così, tra i fiocchi di neve, andiamo in direzione della Fortezza: la parte più antica di Belgrado.
Il primo edificio fu costruito dai romani, che scelsero questo sito per la posizione strategica di controllo sui due fiumi: la Sava e il Danubio. All’epoca, la città era chiamata Singidunum (singi= tonda, dunum= fortezza). Più tardi, sopra le mura romane si innalzarono le mura di Belgrado e sopra di esse le fortificazioni realizzate durante l’occupazione turca e poi quella austriaca. Prima del ritorno dei Turchi a Belgrado, nel 1740, tutte le fortificazioni di nuova costruzione furono distrutte. Solo verso la fine del XVIII secolo la Fortezza di Belgrado acquisì la forma definitiva, ossia quella che vediamo oggi, e nel parco sono ancora conservate alcune delle artiglierie di quel periodo.
Di fronte alla fortezza c’è il parco: Kalemegdan. Nei tempi in cui la Fortezza era la base militare, il parco servì come luogo da cui il nemico veniva osservato e atteso per la battaglia. Il nome deriva da due espressioni turche: “kale” – fortezza e “meydan” – battaglia. Adesso è il parco pubblico della città, dove si incontrano coppie innamorate e cani a passeggio. Ospite fissa è la collezione statuaria che ricorda personaggi storici e letterati illustri.
Fra queste il monumento dedicato alla Francia, Spomenik Zahvalnosti Fracuskoj, realizzato nel 1930 dallo scultore Ivan Meštrović, in segno riconoscenza per il supporto militare offerto alla Serbia durante la Prima Guerra Mondiale; la statua Il Vincitore, nota come Pobednik, con lo sguardo verso la confluenza dei fiumi Sava e Danubio e il busto dello scrittore Borisav Stanković (1876 -1927). Scrittore serbo molto conosciuto per il romanzo “Sangue impuro” (1928), un testo avanguardista a proposito della condizione femminile di inizio '900 in Serbia.


A quel punto non potevamo che meritarci una pausa calda e accogliente e, sulla Pariska Ulica, troviamo il ristorante “?”  Si trova in una delle costruzioni più antiche della città, in un luogo di incontri per gli scambi commerciali intorno alla metà del XIX sec. (di nuovo sotto l’influenza Ottomana). All’inizio del Novecento il sito diventò una taverna. Gli era stato dato un nome di un santo data la prossimità a una chiesa, ma l’autorità religiosa non fu d’accordo e lo fece togliere. A questo punto il proprietario, per protesta e con ironia, mise un’ insegna con il punto interrogativo e cosi è rimasto fino a oggi.
Alla luce dei miei viaggi, non ho ricordi di ristoranti più accoglienti e caldi di quelli serbi. Sì, certo, entrare in un luogo per ripararsi dal freddo e dalla tormenta fa la differenza, ma devo dire che sono accoglienti e confortevoli in tutti i sensi: per i colori dell’arredamento e certo per l’ospitalità dell’oste, che ci dà la sensazione di trovarsi in casa di amici. Sul tavolo c’è sempre un cestino di pane caldo e fumante e spero di dimenticarne mai la fragranza e il profumo.
Ma ecco il cameriere con i menù. Simon è già esperto e ordina la čorba, una delle minestre tipiche, con verdure e vitella. Io invece chiedo una srpska gibanica, una torta di pasta sfoglia con il tipico formaggio fresco, il kajak. Un ottimo ingrediente per tutte le pietanze. Buono anche solo, da spalmare sul pane o mangiare a cucchiaiate, per i più golosi. Infine, il caffè turco è una sferzata di energia per ripartire e continuare la nostra passeggiata per Belgrado.
Ritornati sulla via centrale, Knez Mihailova, scopriamo, per caso, la mostra NERO BIANCO (црно бело), che, come poi abbiamo letto, è stata organizzata dall’Istituto Italiano di Cultura di Belgrado e dall’Associazione Mikro Art. Vi erano esposti una serie di dipinti molto belli e che avevano in comune il solo utilizzo dei due colori non-colori: il bianco e il nero. Gli autori, Roberto Coda Zabetta (italiano), Alessio Maxmilian Schroeder (nato a Roma) e Predrag Propara (Bosnia e Erzegovina). Sebbene di origini e culture molto diverse, le loro opere trasmettevano una forte volontà di comunicare e scambiare le proprie idee nel contesto balcanico, superando le proprie differenze. Lo scambio tra i tre è stato voluto come occasione per rafforzare la fiducia reciproca tra gli artisti e nel tentativo di eliminare le difficoltà culturali e linguistiche. Davvero un’esposizione pregevole, finalmente siamo usciti entusiasti!
  
Ma il vero colpo di fulmine l’ho avuto quando siamo entrati nello Zepter Museum, in pieno centro, in un palazzo molto elegante, contenitore di tesori e colori. L’edificio era visibilmente restaurato senza badare a spese. L’ambiente era tanto vivace che, bene o male, ci ha fatto dimenticare tutte le guerre serbe. Un’oasi di pace e felicità.
Voluto da una cittadina di Belgrado, Madlena Zepter, è il primo museo privato in Serbia. La sua volontà è stata quella di unire ed esibire opere in un contesto dove sia possibile avvicinarsi all’arte Serba della seconda metà del XX sec. e l’inizio del Nuovo Millennio. Vi si trovano pittori e scultori rappresentanti vari circoli artistici, quali lo Zadar Group, il December Group, The Eleven, Mediala. Inoltre opere le correnti Pop Art, New Wilde Ones, Transavanguardia e tutte le tendenze del nuovo secolo, quali l’arte concettuale e postconcettuale. Vi sono raccolte 350 opere d’arte e, periodicamente, il palazzo accoglie eventi culturali, concerti e conferenze. Più che un museo, è un centro culturale che promuove l’arte e la preserva. Il fiore all’occhiello della città.
Il giorno successivo sono andata da sola per foto. Finalmente l’occasione di rinnovare il regalo del mio amico Marco: la Canon G10.
Partendo dal presupposto che sono una novizia della fotografia e che avevo timore persino a tenerla tra le mani, ho preso un po’ di appunti. Già, Marco dice che fotografare è un altro modo di annotare osservazioni durante i viaggi. Per non rischiare di perdere un tesoro.
Ecco alcune foto di quella giornata, a corredo di questo articolo. Le ho fatte sperando di incuriosirvi e decidere di scoprire la vostra Belgrado!
Ho salutato la città con una fantastica serata: a cena, con Simon, al ristorante Šešir moj (Il mio cappello). Un luogo pieno di sorprese. Il quartiere che lo accoglie ricorda il Quartier Latin, a Parigi: ristoranti e localini, uno accanto all’altro. Si distinguono solo per la varietà dei decori all’entrata. Sì, ma se osservo bene, ognuno ha la sua anima. Il Šešir moj sembra piuttosto un negozio di fiori! “Ma come è possibile? Sono tutte piante vere, eppure la temperatura è – 5°!”. Entriamo e sembra di arrivare a una festa. Sorrisi, canti e coppie innamorate, mano nella mano. Non so da quanto tempo non vedevo tanto buon umore! Un ensemble di tzigani riscalda l’atmosfera.
I loro violini e i loro canti hanno di certo attraversato molte terre, dalle Russie ai Balcani. Mi piace immaginarlo. Mi colpiscono l’impegno e il sentimento dei quattro musicanti. Eppure stanno lavorando! Quando arrivano da noi, ho proprio l’impressione che ci aspettassero da tempo e mi domando perché ci ho messo tanto ad arrivare. Sui tavoli le zuppe calde, gli intingoli e il pane caldo di granturco. Intorno il brusio delle chiacchiere, e tanti i sorrisi che ci rivolgono gli altri conviviali. Sembra che ci siamo dati tutti un appuntamento per celebrare un evento che rende tutti assai contenti.
La mattina dopo, in aeroporto, mi volto verso la città, lontana, e dico sottovoce: “Beograd, scusa se non ti dedico altro tempo. Prometto che parlerò di te al mio ritorno”.
Do skorog viđenja! ( a presto!)

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