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venerdì 29 marzo 2013

Weekend a Belgrado. Reportage di Linda Lorenzetti


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Autori: 
Foto e articolo: Linda Lorenzetti
Introduzione: Simon Lorenzetti

Belgrado, città situata nel cuore dei Balcani, offre la possibilità di vivere un’esperienza unica e affascinante.
Multietnica e in cerca di una nuova identità “europea”, la città bianca è crocevia tra“Occidente” e “Oriente”e rappresenta una gradevole sorpresa per chi la visita.
Moltissimi locali dislocati lungo le strade principali del centro garantiscono, a un costo contenuto, intrattenimento per tutte le età con musica dal vivo, soprattutto nel fine settimana.
Capitale e città Universitaria, accoglie studenti provenienti dalla Serbia e giovani lavoratori internazionali alla ricerca di nuove opportunità.
Decisamente consigliati i locali “segreti” all’interno di palazzi apparentemente disabitati, raggiungibili soltanto con la guida dei “locali”.
Disponibilità e cordialità ampiamente diffusa soprattutto nei confronti degli italiani punto di riferimento per cibo, moda e calcio.
Inizialmente difficile da “digerire”, resta nella maggior parte dei visitatori come un ricordo indelebile. Non sempre semplice da capire, si apre solo verso chi ha la curiosità e la volontà di approfondire lo “stile di vita serbo”, semplice e gioviale nonostante anni di conflitti. 
Un ragazzo conosciuto casualmente una sera mi ha detto: “Vedi, noi siamo fortunati, senza spostarci mai abbiamo cambiato nazione 4 volte in 15 anni, risparmiando sulle vacanze”. 

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Belgrado, Бeoгpaд in cirillico. La Città Bianca.
Così fu chiamata da Papa Giovanni VIII in una delle lettere indirizzate a Boris I, sovrano di Bulgaria (IX sec.). Il papa era preoccupato che il popolo bulgaro e i paesi balcanici cadessero nello scisma e nell’eresia; li esortava, quindi, a tornare alla chiesa di Roma. In serbo, Beo (Бeo) significa bianco e grad (гpaд) città. Il Papa si riferiva al colore della pietra calcarea con la quale era costruita Belgrado all’epoca.
“Niente di più appropriato!” mi sono detta, quando, al mio risveglio, la mattina dell’8 dicembre 2012, ho aperto le tende della stanza 26B del Belgrade City Hotel. Tutto quanto si scorgeva dalla finestra era coperto dalla neve caduta durante la notte, probabilmente senza sosta. Ho guardato il cielo e ho visto un bagliore perlato. La neve cadeva ancora e la vista era quella di un mondo perfetto, di un dipinto naif. Davvero il bianco corregge tutte le imperfezioni.
È con questa immagine che Belgrado è rimasta impressa sulla mia retina: Bianca come la neve.
Beograd è stata davvero sfortunata: non succede a tutte le capitali di perdere titolo e privilegi, così come è accaduto a “lei” al momento della disgregazione della Yugoslavia. Nell’aria si sente ancora la nostalgia: vorrebbe ancora essere il baricentro di un paese, ma quel paese oggi non esiste più. Al suo posto ci sono la Bosnia ed Erzegovina, la Croazia, la Repubblica di Macedonia, Il Montenegro, la Slovenia e, appunto, la Serbia. Adesso Belgrado è la capitale della Repubblica della Serbia e, nel 2015, entrerà finalmente nell’Unione Europea. Oggi i “ciclopi”, come li ho chiamati io, ossia i palazzi in stile sovietico come quello della Posta (пошта), hanno uno sguardo triste, tentano con insistenza di imporsi sulle piazze della città per ricordare il loro ruolo ma, ormai, nessuno li considera. Chi passa sotto il loro occhio è troppo impegnato a controllare il proprio I-phone oppure, come me quel giorno, ad attraversare le strade tra la neve e il ghiaccio, cercando di non essere travolti dai tram che sembrano arrivare da molto lontano. Forse dal 1892, quando la prima linea fu inaugurata.
Sono andata a Belgrado ma non avrei mai pensato di farlo. Di certo non era mai stata nella mia top ten per una giornata fuori porta e ho capito che non lo è per molti … visto che in aeroporto, a Roma, non sono riuscita a trovare una sola guida sulla città o sulla Serbia. Mi sono consolata con un vocabolario tascabile italiano/serbo che ho consultato durante le ore di attesa del mio volo, con la speranza di scoprire somiglianze con il russo. Sì, il serbo è del ceppo delle lingue slave e vanta l’uso di due alfabeti, quello latino e quello cirillico, proprio come il russo, ma si è allontanato da tutte le lingue sorelle e ha trovato un’identità idiomatica tutta propria. Questo lo rende ancora più affascinante e intrigante.
Il motivo che mi ha portato a prendere il volo Roma - Belgrado è stato Simon, mio nipote, in Serbia per uno stage. Dovevo approfittare di questa occasione per andare in un luogo della ex Yugoslavia, per cercare di capire come cambia un paese dopo la sua disgregazione. Così, mi sono ripromessa di visitare musei e gallerie per leggere questo passaggio nei quadri e nelle opere d’arte. Mi sono data un programma assai intenso e variegato: arte, cucina e chiacchiere con Simon che mi racconta la sua Serbia, come l’ha vissuta in questi tre mesi. Gli occhi di un ragazzo di 24 anni sono di certo più aperti dei miei a cogliere qualsiasi spunto.
Il primo museo sulla mia lista “weekend a Belgrado” era il Museo d’arte contemporanea, Musej Savremene Umetnosti per attraversare il Novecento serbo con l’aiuto delle 7600 opere d’arte moderna e contemporanea che contiene, tra dipinti, sculture, disegni, stampe e la collezione New Art Media (fotografie, film, video). Il sito internet che avevo consultato prima di partire mi era sembrato assai interessante e ho pensato che sarebbe stato un approccio eccellente e veloce con la cultura e la storia recenti del paese. Inoltre, come non sentirsi in dovere di farlo, dopo aver conosciuto l’artista Marina Abramović, la cui Performance Art ha conquistato interesse e curiosità in tutti i continenti?
Purtroppo la gran parte del sito web è in serbo e poche le sezioni in inglese. Ahimè, non avevo capito che, al di là delle varie mostre allestite in centro, l’edificio era chiuso, ibernato, in attesa del completamento dei restauri iniziati e poi interrotti per poco interesse e/o volontà da parte dello stato.
Ma grazie a una mail che ho inviato di ritorno dalla Serbia, e grazie a un gruppo di lavoro che segue il museo nel backstage, sono riuscita a conoscere un progetto davvero innovativo al quale dovremmo fare riferimento quando alcuni dei nostri musei italiani si trovano in situazioni similari.
Difatti, per la situazione stagnante in cui il Museo d’Arte Contemporanea versa da 5 anni, la scorsa estate è stata realizzata una NON-ESPOSIZIONE dal titolo “What Happened to the Museum of Contemporary Art?”. Una mostra senza struttura né architettura; una piattaforma di protesta e discussione, che, usando la concettualizzazione dello stato attuale del museo, è riuscita a sensibilizzare l’opinione pubblica nonché le istituzioni. Si è aperto un forum nel quale si è discusso sul rapporto tra i musei e lo Stato in uno specifico contesto politico e socioeconomico. Il progetto dell’evento è stato interamente ideato da Dejan Sretenović, curatore e direttore del museo stesso. Assieme a lui: Andrej Dolinka e Una Popović. I cittadini interessati hanno potuto visionare la documentazione relativa ai restauri, la cronologia fotografica dei lavori e riflettere sullo stato di degrado dell’edificio. Grazie a questa iniziativa, ora c’è una previsione di riapertura: il 2015. Un’iniziativa lodevole di cui mi pregio di parlare, con la speranza che susciti nei nostri lettori la curiosità di tenersi aggiornati a proposito e pensare di visitarlo nel futuro.

Ma riprendiamo il racconto del mio tour di quel mattino.
Delusi dalla chiusura della mia prima tappa sulla lista, io e Simon ci siamo recati in centro, per visitare il Museo della Storia della Serbia. Narodni muzej, una delle istituzioni più antiche di Belgrado. Anche qui ci siamo dovuti accontentare! Attualmente, sono visibili solo poche sale. Pensate che ospita circa 400.000 opere d’arte tra disegni, quadri e sculture. Vi si trovano la Galleria degli Affreschi, il museo di Vuk e Dositej, il museo commemorativo di Nadežda e Rastko Petrović, collezioni preistoriche, classiche, archeologiche, relative alla cultura medioevale, collezioni di pittori del VIII e del XX secolo, ma anche collezioni estere e un’ampia area dedicata alla numismatica. Inoltre, è qui esposto il Vangelo di Miroslav (XII secolo), uno dei più antichi manoscritti della cultura nazionale, scritto in serbo da due monaci, tra il 1180 e il 1191, definito il più bel manoscritto in cirillico del mondo. Anche per questo, dovremo aspettare.
Simon mi ha visto assai demoralizzata e a quel punto mi ha detto:“Vedi… la Serbia non è ancora pronta a investire energia e soldi sulla cultura, sulla manutenzione dei siti museali e la loro riapertura al pubblico dopo gli anni della guerra. Ricordati che è uscita da poco dall’ennesimo conflitto!”

Già, nella mia ottusa caccia di bellezza l’avevo, stupidamente, rimosso. Eppure ancora si vedono gli edifici bombardati dalla Nato nel 1999, quando l’Alleanza Atlantica intervenne per difendere le spinte indipendentiste della provincia del Kosovo contro la violenza dei serbi guidati da Milosevic. Gli aerei americani partirono dalle basi Nato italiane e la Serbia subì circa 600 raid al giorno. Fu bombardata la torre della televisione, l’ambasciata cinese, per errore, e il Ministero degli Interni. Infatti, ovunque ci voltiamo, la guerra è intorno a noi. È negli edifici diroccati, nei murales e nell’esposizione delle artiglierie. Come se i serbi non potessero o non volessero dimenticare. Non si può ancora prescindere da questo.


A questo punto, rattristata, ma ancora pronta a scoprire la città, chiedo a Simon di prendere in mando la situazione e di farmi da guida. Così, tra i fiocchi di neve, andiamo in direzione della Fortezza: la parte più antica di Belgrado.
Il primo edificio fu costruito dai romani, che scelsero questo sito per la posizione strategica di controllo sui due fiumi: la Sava e il Danubio. All’epoca, la città era chiamata Singidunum (singi= tonda, dunum= fortezza). Più tardi, sopra le mura romane si innalzarono le mura di Belgrado e sopra di esse le fortificazioni realizzate durante l’occupazione turca e poi quella austriaca. Prima del ritorno dei Turchi a Belgrado, nel 1740, tutte le fortificazioni di nuova costruzione furono distrutte. Solo verso la fine del XVIII secolo la Fortezza di Belgrado acquisì la forma definitiva, ossia quella che vediamo oggi, e nel parco sono ancora conservate alcune delle artiglierie di quel periodo.
Di fronte alla fortezza c’è il parco: Kalemegdan. Nei tempi in cui la Fortezza era la base militare, il parco servì come luogo da cui il nemico veniva osservato e atteso per la battaglia. Il nome deriva da due espressioni turche: “kale” – fortezza e “meydan” – battaglia. Adesso è il parco pubblico della città, dove si incontrano coppie innamorate e cani a passeggio. Ospite fissa è la collezione statuaria che ricorda personaggi storici e letterati illustri.
Fra queste il monumento dedicato alla Francia, Spomenik Zahvalnosti Fracuskoj, realizzato nel 1930 dallo scultore Ivan Meštrović, in segno riconoscenza per il supporto militare offerto alla Serbia durante la Prima Guerra Mondiale; la statua Il Vincitore, nota come Pobednik, con lo sguardo verso la confluenza dei fiumi Sava e Danubio e il busto dello scrittore Borisav Stanković (1876 -1927). Scrittore serbo molto conosciuto per il romanzo “Sangue impuro” (1928), un testo avanguardista a proposito della condizione femminile di inizio '900 in Serbia.


A quel punto non potevamo che meritarci una pausa calda e accogliente e, sulla Pariska Ulica, troviamo il ristorante “?”  Si trova in una delle costruzioni più antiche della città, in un luogo di incontri per gli scambi commerciali intorno alla metà del XIX sec. (di nuovo sotto l’influenza Ottomana). All’inizio del Novecento il sito diventò una taverna. Gli era stato dato un nome di un santo data la prossimità a una chiesa, ma l’autorità religiosa non fu d’accordo e lo fece togliere. A questo punto il proprietario, per protesta e con ironia, mise un’ insegna con il punto interrogativo e cosi è rimasto fino a oggi.
Alla luce dei miei viaggi, non ho ricordi di ristoranti più accoglienti e caldi di quelli serbi. Sì, certo, entrare in un luogo per ripararsi dal freddo e dalla tormenta fa la differenza, ma devo dire che sono accoglienti e confortevoli in tutti i sensi: per i colori dell’arredamento e certo per l’ospitalità dell’oste, che ci dà la sensazione di trovarsi in casa di amici. Sul tavolo c’è sempre un cestino di pane caldo e fumante e spero di dimenticarne mai la fragranza e il profumo.
Ma ecco il cameriere con i menù. Simon è già esperto e ordina la čorba, una delle minestre tipiche, con verdure e vitella. Io invece chiedo una srpska gibanica, una torta di pasta sfoglia con il tipico formaggio fresco, il kajak. Un ottimo ingrediente per tutte le pietanze. Buono anche solo, da spalmare sul pane o mangiare a cucchiaiate, per i più golosi. Infine, il caffè turco è una sferzata di energia per ripartire e continuare la nostra passeggiata per Belgrado.
Ritornati sulla via centrale, Knez Mihailova, scopriamo, per caso, la mostra NERO BIANCO (црно бело), che, come poi abbiamo letto, è stata organizzata dall’Istituto Italiano di Cultura di Belgrado e dall’Associazione Mikro Art. Vi erano esposti una serie di dipinti molto belli e che avevano in comune il solo utilizzo dei due colori non-colori: il bianco e il nero. Gli autori, Roberto Coda Zabetta (italiano), Alessio Maxmilian Schroeder (nato a Roma) e Predrag Propara (Bosnia e Erzegovina). Sebbene di origini e culture molto diverse, le loro opere trasmettevano una forte volontà di comunicare e scambiare le proprie idee nel contesto balcanico, superando le proprie differenze. Lo scambio tra i tre è stato voluto come occasione per rafforzare la fiducia reciproca tra gli artisti e nel tentativo di eliminare le difficoltà culturali e linguistiche. Davvero un’esposizione pregevole, finalmente siamo usciti entusiasti!
  
Ma il vero colpo di fulmine l’ho avuto quando siamo entrati nello Zepter Museum, in pieno centro, in un palazzo molto elegante, contenitore di tesori e colori. L’edificio era visibilmente restaurato senza badare a spese. L’ambiente era tanto vivace che, bene o male, ci ha fatto dimenticare tutte le guerre serbe. Un’oasi di pace e felicità.
Voluto da una cittadina di Belgrado, Madlena Zepter, è il primo museo privato in Serbia. La sua volontà è stata quella di unire ed esibire opere in un contesto dove sia possibile avvicinarsi all’arte Serba della seconda metà del XX sec. e l’inizio del Nuovo Millennio. Vi si trovano pittori e scultori rappresentanti vari circoli artistici, quali lo Zadar Group, il December Group, The Eleven, Mediala. Inoltre opere le correnti Pop Art, New Wilde Ones, Transavanguardia e tutte le tendenze del nuovo secolo, quali l’arte concettuale e postconcettuale. Vi sono raccolte 350 opere d’arte e, periodicamente, il palazzo accoglie eventi culturali, concerti e conferenze. Più che un museo, è un centro culturale che promuove l’arte e la preserva. Il fiore all’occhiello della città.
Il giorno successivo sono andata da sola per foto. Finalmente l’occasione di rinnovare il regalo del mio amico Marco: la Canon G10.
Partendo dal presupposto che sono una novizia della fotografia e che avevo timore persino a tenerla tra le mani, ho preso un po’ di appunti. Già, Marco dice che fotografare è un altro modo di annotare osservazioni durante i viaggi. Per non rischiare di perdere un tesoro.
Ecco alcune foto di quella giornata, a corredo di questo articolo. Le ho fatte sperando di incuriosirvi e decidere di scoprire la vostra Belgrado!
Ho salutato la città con una fantastica serata: a cena, con Simon, al ristorante Šešir moj (Il mio cappello). Un luogo pieno di sorprese. Il quartiere che lo accoglie ricorda il Quartier Latin, a Parigi: ristoranti e localini, uno accanto all’altro. Si distinguono solo per la varietà dei decori all’entrata. Sì, ma se osservo bene, ognuno ha la sua anima. Il Šešir moj sembra piuttosto un negozio di fiori! “Ma come è possibile? Sono tutte piante vere, eppure la temperatura è – 5°!”. Entriamo e sembra di arrivare a una festa. Sorrisi, canti e coppie innamorate, mano nella mano. Non so da quanto tempo non vedevo tanto buon umore! Un ensemble di tzigani riscalda l’atmosfera.
I loro violini e i loro canti hanno di certo attraversato molte terre, dalle Russie ai Balcani. Mi piace immaginarlo. Mi colpiscono l’impegno e il sentimento dei quattro musicanti. Eppure stanno lavorando! Quando arrivano da noi, ho proprio l’impressione che ci aspettassero da tempo e mi domando perché ci ho messo tanto ad arrivare. Sui tavoli le zuppe calde, gli intingoli e il pane caldo di granturco. Intorno il brusio delle chiacchiere, e tanti i sorrisi che ci rivolgono gli altri conviviali. Sembra che ci siamo dati tutti un appuntamento per celebrare un evento che rende tutti assai contenti.
La mattina dopo, in aeroporto, mi volto verso la città, lontana, e dico sottovoce: “Beograd, scusa se non ti dedico altro tempo. Prometto che parlerò di te al mio ritorno”.
Do skorog viđenja! ( a presto!)

giovedì 28 marzo 2013

Brueghel: Meraviglie dell’arte fiamminga

Autore: Roberta Fameli

Il  18/12/2012  ha avuto inizio  una splendida  esposizione artistica dedicata all’arte fiamminga e ad uno dei suoi più illustri maestri: Pieter Brueghel il Vecchio. La mostra che si concluderà il  2/06/2013 si tiene  nel Chiostro di Bramante a Roma ed è stata curata da Sergio Gaddi e Doron J. Lurie, conservatore dei dipinti antichi al Tel Aviv Museum of Art . Le opere esposte sono più di cento e  ci raccontano  la storia degli antichi Paesi Bassi nel ‘500 e ‘600. La dinastia dei Brueghel – e l'esposizione ad essa dedicata – copre un arco di circa due secoli: il capostipite della famiglia è  il famosissimo Pieter Brueghel il Vecchio, nato nel 1525, mentre l’ultimo suo discendente, Abraham, lavora fino alla fine del ‘600. In questa rassegna potrete ammirare tutti  vari generi pittorici: paesaggio, natura morta, mondo contadino,soggetto religioso,allegoria,illustrazioni scientifiche. L’itinerario si apre con  Hieronymus Bosch, a cui Pieter Brueghel il Vecchio si ispirò fino al punto  da essere definito “un nuovo Bosch”: in particolare è stata esposta per la prima volta in assoluto a Roma il capolavoro I Sette Peccati Capitali (proveniente dalla Geneva Fine Arts Foundation di Ginevra).La mostra si articola in varie sezioni: la prima è dedicata all’ambiente storico e culturale in cui  si sviluppa l’esperienza artistica di Pieter Brueghel il Vecchio che ha saputo interpretare in modo originale e personale  i paesaggi di Henri met de Bles e di Joachim Patinir e la grande Torre di Babele di Marten van Valckenborch e Hendrick van Cleve .
La seconda sezione è dedicata a Pieter il Giovane e Jan il Vecchio. Il primo riprende e arricchisce  i temi paterni,anticipando l’idea romantica del sublime che nasce dalla natura nel famoso “Paesaggio invernale con trappola per uccelli”. Jan il Vecchio, collabora con Rubens ed è è presente in mostra con circa 20 opere, tra le quali le raffinatissime La Tentazione di sant’Antonio nel bosco e Riposo durante la fuga in Egitto Nella terza sezione vengono analizzate le relazioni artistiche che intercorrono tra i numerosi membri della genealogia dei Brueghel .La tecnica e lo stile di Jan il Vecchio,per esempio, vengono ripresi dal figlio Jan il Giovane a cui è dedicata la quarta sezione. Il pittore segue il percorso tracciato dal padre che, con i suoi rigogliosi mazzi floreali, aveva creato una specie di “marchio” di successo: i fiori,infatti, essendo un chiaro messaggio della vanitas esprimono con chiarezza i valori cristiani . L’ultima sezione della mostra completa la presentazione degli oltre cento anni di attività della bottega dei Brueghel. Il costo del biglietto è di € 12,00,l’orario di apertura è dalle 10.00 alle 20.00, Sabato e domenica dalle 10.00 alle 21.00.  La mostra tra l’altro offre svariate opportunità: in particolare vorrei segnalare  il laboratorio didattico domenicale (Leggiamo insieme a Pietrino) per bambini dai 6 agli 11 anni. I bambini, sono  accompagnati dal personaggio di Pietrino alla scoperta del mondo di Brueghel e della sua famiglia cimentandosi  “in un percorso sensoriale e floreale tra tatto, olfatto e udito”, realizzando infine una natura morta tridimensionale. Anche gli studenti universitari – con tesserino e senza limiti di età – potranno usufruire di uno speciale sconto. Il biglietto d’ingresso alla mostra € 5,00 anzichè € 12,00.

domenica 17 marzo 2013

La musica di Wagner e Brahms al Teatro Lirico di Cagliari



Venerdì 8 e sabato 9 marzo, l’Orchestra del Teatro Lirico di Cagliari, diretta dal Maestro Alessio Allegrini, ci propone brani degli autori ottocenteschi Richard Wagner (Siegfried-Idyll; Die Meistersinger von Nürnberg: Ouverture; Tannhäuser: Ouverture) e Johannes Brahms (Sinfonia n. 3 in fa maggiore op. 90).

Il tutto comincia all’insegna della giovialità, quando il Direttore d’Orchestra, in morbida camicia che lo lascerà libero nei movimenti, presenta al pubblico l’orchestra: un’orchestra imponente, che subito riempie il Teatro di un suono pieno. Siamo così entrati nell’Idillio di Sigfrido. Il tema fugato ci permette di conoscere tutte le sezioni. Dopo un inizio prorompente, violini e fiati ci immergono nell’atmosfera idilliaca. Torna poi la solennità ribadita da trombe e timpani, cui si aggiungono poi tutti gli altri.

Ben più pacata l’atmosfera che ci introduce all’Ouverture del Die Meistersinger von Nürnberg, dove la melodia dei violini prevale, accompagnata da quella più grave di viole, violoncelli e contrabbassi. Ed ecco fare il loro ingresso i flauti, come un leggero cinguettio in una giornata di calma primaverile. Poi il gioco torna a prevalere fra gli archi, guidato dai violini. Di nuovo il dolce ingresso dei flauti, ed ecco tornare il tema iniziale, poi i suoni si fanno sempre più sottili, i violini come ali di colibrì vibrano nella quiete, interrotta solo dai fiati, ora più imponenti, seppur in un’armonia gioconda, campestre. Ora il tema principale viene riproposto dal clarino e ripreso dagli archi. E sulla voce baritonale del corno cinguettano flauto e clarinetto. Tutti tornano a giocare, sempre sul tema a più tempi ripreso, ora presentato in un crescendo, che si spezza poi nella dolcezza di note sussurrate, avvicinandosi alla conclusione, dapprima con toni più acuti poi con quelli più caldi dei contrabbassi.

La ben nota melodia dell’Ouverture del Tannhäuser ci coinvolge subito emotivamente, dandoci un senso di familiarità. Concentrando l’attenzione sul Direttore, i movimenti ci appaiono estremamente precisi, quasi didattici, come a lasciar poco spazio al trasporto emotivo. Leggendo però la nota biografica sul Maestro Allegrini, capiamo il perché di una tale sensazione: si tratta in effetti di un educatore, un docente in accademie e università dell’Europa e del mondo, molto impegnato nel sociale, dove compie lodevolmente opera di promotore e sostenitore dell’utilizzo della musica come strumento di riscatto sociale ed educativo. E ora, di quel Maestro con la sua bacchetta, apprezziamo anche i sorrisi con cui gratifica gli strumentisti, da cui davvero riesce a ottenere il meglio, per la gioia di chi li ascolta e guarda. E, grazie alla generosità del Direttore, abbiamo il piacere di vedere al termine dell’esecuzione tutti i maestri in piedi, per i quali la loro guida chiede al pubblico il dovuto tributo.

Nella seconda parte della serata ci lasciamo rapire dalla splendida interpretazione della Terza Sinfonia di Brahms. Ci colpiscono in particolare i complimenti che il Direttore riserva agli orchestrali alla fine di ogni movimento, atto di generosità che lo distingue da altri maestri, che in genere si riservano di complimentarsi solo a esecuzione conclusa. E sicuramente grazie a questo rapporto speciale, i maestri orchestrali sono come rapiti, catturati dalla sinfonia e dal loro Direttore, che ora sembra voler danzare con loro, una danza strana, tutta sua, ma che esprime il suo forte coinvolgimento, che gli fa disegnare con le braccia grandi spirali.

E così si conclude una bellissima serata, all’insegna del tardo-romanticismo, che noi, pubblico femminile, vogliamo vivere come omaggio per la Festa della Donna: questa ricorrenza di certo non vede nel suo significato più alto il volerci mostrare indipendenti, quanto piuttosto quello di prenderci sicuramente il dovuto rispetto e spazio. Una serata come questa, in nome della cultura e del piacere di sentire talenti esprimersi in musica (l’unica vera lingua unificatrice), costituisce senza dubbio un regalo molto, molto apprezzato.

venerdì 15 marzo 2013

Si apre a Siena la "Porta del Cielo"


Il Duomo di Siena non finisce di sorprendere. Dopo la scopertura del pavimento che ha fatto conoscere a un pubblico numeroso di visitatori italiani e stranieri le tarsie disegnate dagli antichi maestri raffiguranti un percorso di sapienza e di fede, la cattedrale apre ora la sua porta alle sommità della fabbrica. Dopo lunghi restauri, a partire dal 6 aprile, sarà possibile ammirare il ‘cielo’ del Duomo, una serie di locali mai aperti al pubblico, in cui per secoli nessuno è potuto accedere, se si eccettuano le maestranze dirette dai grandi architetti che si sono avvicendati nei secoli, di cui recano testimonianza progetti e schizzi effigiati talvolta direttamente sui muri.

La magnifica facciata del Duomo è fiancheggiata da due imponenti torri terminanti con guglie di svariate forme che si proiettano verso l’alto, al cui interno si inseriscono scale a chiocciola, quasi segrete perché nascoste alla vista dei visitatori, che conducono verso il ‘cielo’ del Duomo. Una volta giunti sopra le volte stellate della navata destra si inizia un itinerario riservato a piccoli gruppi, accompagnati da un’esperta guida, che riserva una serie di scoperte ed emozioni. Sarà infatti possibile camminare ‘sopra’ il sacro tempio e ammirare suggestive viste panoramiche ‘dentro’ e ‘fuori’ della cattedrale.

Saranno aperte al visitatore le multicolori vetrate di Ulisse De Matteis con la rappresentazione degli Apostoli, dalle quali il visitatore si affaccerà all’interno della cattedrale con la vista del pavimento, dei principali monumenti scultorei e dell’interno della cupola con il ‘Pantheon’ dei santi senesi, i quattro Patroni, santa Caterina e san Bernardino, i ‘giganti’ dorati che proteggono dall’alto la comunità dei fedeli. Si percorre dunque il ballatoio della cupola dal quale sarà possibile contemplare l’altar maggiore, la copia della vetrata di Duccio di Buoninsegna, con al centro la mandorla di Maria Assunta, e i capolavori scultorei. Dall’affaccio della navata sinistra è possibile ammirare uno splendido panorama sulla Basilica di S. Domenico, la Fortezza Medicea, l’intera cupola della cappella di S. Giovanni Battista, il paesaggio circostante fino alla Montagnola senese. Si entra infine dietro il prospetto della facciata nel terrazzino che si affaccia su Piazza del Duomo con la vista dello Spedale di S. Maria della Scala e si accede al ballatoio della controfacciata da dove si ha una vista generale sulla navata centrale e lo sguardo è accompagnato dal ritmo scandito dalle teste dei papi e degli Imperatori, attraverso le tarsie con i filosofi del mondo antico che proferiscono sentenze.

La “porta del cielo” si apre dunque ai visitatori come salissero attraverso la scala apparsa in sogno a Giacobbe, la cui cima raggiungeva il cielo e gli angeli di Dio salivano e scendevano (Genesi 28,10-22). Nel sogno Dio promette a Giacobbe la terra sulla quale egli stava dormendo e un’immensa discendenza. Al suo risveglio Giacobbe esclama «Questa è proprio la casa di Dio, questa è la porta del cielo», verso utilizzato dalla liturgia nella messa della dedicazione delle cattedrali. Ma ‘porta del cielo’, secondo le litanie lauretane, è anche la Vergine, definizione che meglio esprime la potenza e la bontà di Maria, la quale come Madre di Cristo e dell'umanità, concorre alla nostra salvezza eterna in Cielo ove lei è ‘Regina assunta’. Il percorso “dall’alto” permetterà infatti di comprendere meglio la dedicazione del Duomo di Siena all’Assunzione della Madonna e il forte legame che i cittadini senesi hanno da secoli con la loro ‘patrona’: Sena vetus civitas Virginis.

L’iniziativa, fortemente voluta dall’Opera della Metropolitana di Siena, è organizzata da Opera – Civita Group.

Opera Civita Group gestisce il servizio prenotazioni, informazioni e visite guidate per il Complesso del Duomo di Siena e, in occasione delle aperture straordinarie Porta del cielo, propone pacchetti culturali che arricchiscono l’offerta turistica della città.
Per maggiori informazioni visitare il sito: www.operaduomo.siena.it


SCHEDA TECNICA

6 aprile - 27 ottobre 2013

Biglietti (solo su prenotazione)
Intero € 25.00
Gruppo € 400.00 (max 17 pax)

Informazioni e Prenotazioni
T. +390577286300 (dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 17) 
Email  opasiena@operalaboratori.com


Le foto qui pubblicate sono gentilmente fornite da Opera - Civita Group

giovedì 14 marzo 2013

Annullato lo spettacolo di Massimo Ranieri a Lucca


L'organizzatore del concerto di Massimo Ranieri, programmato per domenica 17 marzo al Teatro del Giglio, ha comunicato l'annullamento dello stesso. I biglietti già acquistati saranno rimborsati da giovedì 4 a sabato 20 aprile 2013 presso il punto vendita dove è stato effettuato l’acquisto.












Le redazioni di 4rum.it e di FULL Magazine esprimono tutto il rammarico derivante dalla perdita di questa grande occasione di spettacolo, offerto da uno dei più grandi artisti dei nostri tempi. Nella doppia veste di recensori e fan di Ranieri, non possiamo non notare come, ancora una volta, il versante culturale della città di Lucca non sappia accogliere al meglio opportunità come questa. 
Viene da chiedersi come sia possibile che l'organizzazione di un artista acclamato come Massimo Ranieri sia stata costretta ad annullare una replica, visto che questo personaggio raccoglie consensi unanimi e sold out in tutta Italia.
Colpa di istituzioni poco disponibili? Di un pubblico davvero troppo pigro?
Di chiunque sia la responsabilità, anche questo treno è perso, allungando così la lista delle tristi contraddizioni culturali che affliggono questa città.

martedì 5 marzo 2013

Mozart e Salieri al Teatro Lirico di Cagliari



Nel primo weekend di marzo, venerdì 1 e sabato 2, la stagione concertistica del Teatro Lirico di Cagliari prevede una serata all’insegna di Mozart e Salieri.

Il programma si apre con la Sinfonia n. 38 in re maggiore “Praga”, K. 504 di Wolfgang Amadeus Mozart. La splendida e “trasparente” gestualità del Maestro Umberto Benedetti Michelangeli ci è familiare, avendo diretto uno dei primi appuntamenti di questa stagione concertistica del Teatro stesso. Una gestualità molto espressiva: le braccia sembrano molle che scattano scandendo il tempo.

Siamo invece ben poco abituati a questa disposizione degli strumenti, coi violoncelli e i contrabbassi disposti frontalmente e nella parte sinistra del palco, dietro ai violini. In questo assetto, di orchestra ridotta e raccolta attorno al clavicembalo, ci sembra di immaginarli in una delle corti che avevano ospitato Wolfgang Amadeus.

Entrati nel vivo dei temi che si avvicenderanno, riconosciamo talvolta lo spadaccino, talvolta il ballerino (dal colpo di tacco udibile ai più), tanto leggiadro e accattivante verso la sua “danzatrice”, rappresentata dall’intera orchestra. È un’alternanza di impeto e di dolcezza, soprattutto quando archi o fiati ripropongono il tema principale. Tanto è l’impegno fisico del direttore che, a conclusione del primo movimento “Adagio. Allegro”, è costretto ad asciugarsi il sudore.

Nell’ “Andante” il protagonista sembra svolazzare tra gli strumenti, catturando con sguardi languidi e seducenti, quando gli archi, quando i fiati. Sembra che porga le note verso i maestri, quasi adagiandole sui loro strumenti. In questo movimento si fa sentire molto il suono metallico delle corde del clavicembalo, che trova spazio fra le armonie di archi e fiati. Nonostante la pacatezza dei suoni e della gestualità del Direttore, quel collo lucido tradisce lo sforzo fisico dei suoi muscoli in tensione.

Il “Presto” si apre all’insegna di una mimica divertita e divertente. E il divertissement è di tutti gli orchestrali, che scalpitano sulle loro poltroncine imbottite. Ci colpisce la bravura di tutti i maestri, fra cui spiccano ora i flauti, che danno gran leggerezza all’intero movimento. Gli archi incedono maestosi, simpaticamente invece trombe e fagotti.

La Sinfonia si conclude con grande apprezzamento del pubblico e l’abbraccio del Direttore al primo violino sembra più un’amichevole pacca sulla spalla.

È ora la volta della Messa n. 1 in re maggiore di Antonio Salieri, “Hofkapellmeistermesse”. Le voci ci portano subito in un clima celestiale, con cui esordisce il “Kyrie”, che poi si fa cupo nelle sole voci gravi maschili. Il coro convince molto, sia nell’insieme delle voci che nelle singole sezioni. Ed è nel “Gloria” che udiamo la calda e meravigliosa voce del primo violoncello, di cui, pur senza scorgerlo, non possiamo che innamorarci! E la fuga dell’Amen, proposta dalle varie sezioni del coro, ne esalta la precisione delle vocali perfettamente ribattute in un gorgheggio elegantemente accompagnato dagli strumenti. Dopo un mesto inizio del “Credo” torna la maestosità dei toni, soprattutto quando le trombe accompagnano squillanti le voci nel “Sanctus”. L’introduzione del “Benedictus” è lasciata all’oboe, che poi si alterna al quartetto vocale dei solisti. Ed infine l’ “Agnus dei”, introdotto dalle voci gravi, accompagnato dai toni altrettanto gravi degli strumenti. Una messa, quella di Salieri, la cui partitura non tende ad esaltare le voci dei singoli solisti, ma le amalgama perfettamente con un piccolo coro nel coro.

E infine la Missa in do maggiore “Longa”, K. 262, di Mozart. La partitura di Mozart rende i solisti maggiormente protagonisti, e fra loro, quinto solista, spicca ancora lo spadaccino, che non placa il suo impeto. Ma anche in questa messa il coro si mostra all’altezza dei gorgheggi, non semplici da scandire, soprattutto nel “Credo”. L’orchestra accompagna con gran maestria e generosità i colleghi coristi. Colpiscono i forte-piano alla fine del “Sanctus”, ben sfumati sia dal coro che dagli strumentisti. Il tacco di Benedetti Michelangeli ancora scandisce il tempo: qualcuno, vicino a me, sembra non gradire affatto quello che invece io reputo non un rumore distraente ma l’intensa partecipazione di una percussione fra le percussioni! E certo mi distrae molto meno il maestro col suo partecipe tacco che non piuttosto il modo con cui i miei vicini scandiscono il tempo tamburellando con le dita o dondolando la testa, bramosi di dimostrare la loro padronanza del pezzo.

Il pubblico mostra tutto il suo apprezzamento all’orchestra, ai solisti, al coro, al Maestro Faelli, preparatore del coro, e a questo meraviglioso interprete dalla gestualità tanto espansiva e generosa!



venerdì 1 marzo 2013, ore 20.30 - turno A
sabato 2 marzo 2013, ore 19 - turno B
Orchestra e Coro del Teatro Lirico
direttore Umberto Benedetti Michelangeli 
soprano Olga Senderskaya 
contralto Evgeniya Rakova
tenore Nicola Pamio
basso Günes Gürle 
maestro del coro Marco Faelli 
Wolfgang Amadeus Mozart Sinfonia n. 38 in Re maggiore "Praga" K. 504
Antonio Salieri Messa n. 1 in Re maggiore "Hofkapellmeistermesse" 
Wolfgang Amadeus Mozart Missa in Do maggiore "Longa" K. 262



Umberto Benedetti Michelangeli, in uno scatto di Tomaso Wührer per gentile concessione del Teatro Lirico di Cagliari


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