martedì 19 febbraio 2013

Rachmaninov, Concerto n° 2 in do minore per pianoforte e orchestra, op. 18.


Serata davvero interessante, che si apre all’insegna della musica del genio tanto amato, Rachmaninov, Concerto n° 2 in do minore per pianoforte e orchestra, op. 18.

Ma un concerto per piano e orchestra di Rachmaninov rappresenta anche una gran responsabilità, per il Direttore, per l’orchestra e per il pianista. Da qui la scelta di eccellenze. L’Orchestra del Teatro Lirico di Cagliari, che dall’inizio della stagione ci sta deliziando con l’estrema bravura dei suoi maestri, guidata in questa occasione dal Direttore Julian Kovatchev; il solista è un giovane palermitano, Giuseppe Andaloro, che non tarda a conquistare il teatro!

Fin dalle prime battute del “Maestoso” è evidente la passione con cui interpreterà il brano e che trasmetterà a tutto il pubblico. Nei crescendo salta su quello sgabello quasi ad aiutarsi col corpo per far leva e riuscire a infondere sulla tastiera tutta l’intensità richiesta. E l’orchestra, perfetta sotto la direzione di Kovatchev, sembra volersi mettere completamente al servizio di quel possente strumento che sul palco domina la scena. Il gioco prosegue col rimbalzo delle melodie, arbitrate in maniera sublime dal Direttore; temi vengono presentati talvolta da archi e clarinetto, talvolta da oboe, clarinetto e viole, quindi da violini e clarinetto, e subito ripresi dal solista, cui si unisce poi tutta l’orchestra. Fino a un intenso “pieno di musica”, dove tutti hanno qualcosa da dire. E quasi alla chiusura del primo movimento, sembra che il corno voglia istruire tutti, il pianista lo cerca con lo sguardo, attraverso gli archi. Il Direttore, quasi completamente coperto dall’imponente coda del piano, segue lo scandire del ritmo dei tasti con un concitato movimento della chioma, che scorgiamo.

Del secondo movimento “Adagio sostenuto” ci colpisce la dolcezza con cui il flauto, seguito dal clarinetto, introduce il nuovo tema. La voce melodiosa del clarinetto ammalia come il canto di una sirena, da cui anche il pianista resta affascinato. E ora è lui a riprodurre quell’incantevole melodia, e torna a saltare pieno di passione sul suo sgabello. In questo movimento, molte sono le battute della partitura in cui le varie sezioni tacciono, e possono concedersi di ammirare estasiati quello strumento tanto affascinante. E dopo lo sfogo, cresciuto al passo di una marcia russa fino ad esplodere, torna il sereno, la pacatezza di archi e fiati, sebbene lui, il protagonista, “pesti” ancora sui tasti, imponendo la propria melodia.

Tutti in posizione, archetti allineati, inizia il terzo movimento, “Allegro scherzando”, e ben presto i toni si alternano, insieme con i ritmi, dalla pacatezza alla concitazione più vivace. Un assolo della mano destra permette al solista di aggiustarsi gli occhiali, dopo tanto movimento, che subito riprende, con un gioco al rimbalzo, tra il pianista e contrabbassi, violoncelli, fiati, mentre i violini stendono un velo di sicurezza su cui si regge la melodia di tutti gli altri strumenti. Avvicinandosi al gran finale, la bacchetta del Direttore rotea veloce, accompagnata dai balzi della chioma. Ed ecco che trionfalmente tutti i protagonisti entrano in scena. Il suono è pieno, il palco si riempie di una maestosità tutta russa. L’applauso è eloquente!

Subito l’abbraccio non formale, ma quasi fraterno fra il giovane pianista e il Direttore. Andaloro sembra voler omaggiare la Sardegna col suo completo in velluto, o forse un caldo saluto da isolano all’isola.

Tale è l’apprezzamento del pubblico, e dell’orchestra, che il giovane maestro ci concede un bis: “restiamo in Russia”, dice, “con Kapustin, sonata per piano n° 8”. Ancora una volta apprezziamo il virtuosismo del maestro, su un pezzo estremamente contemporaneo. E di questo maestro ricorderemo anche la grande umiltà e generosità, vedendolo sedersi poi in platea, per assistere insieme al suo pubblico alla seconda parte della serata.

Il piano sparisce dalla scena, l’orchestra e il suo Direttore sono ora impegnati nella Sinfonia n° 10 in mi minore, op. 93, di Dmitrij Sostakovic.
La melodia suggerita dai toni gravi, all’inizio del “Moderato”, è la prima cosa che ci colpisce, e che poi, ripresa dai vari settori, ci accompagnerà per tutto lo svolgersi della sinfonia. A rafforzare la drammaticità di quei suoni, il grido unanime di tutti gli strumenti. Il lungo assolo del clarinetto ci riporta a un clima più disteso. Poi il tema introdotto dal flauto, subito ripreso dai violini, e ancora un’alternanza tra fiati ed archi. Ritmo sempre più frenetico, fino a farsi marcia, scandita dal tuonare dei timpani. E il grido, come disperato, dei violini, tanto tangibile che si può udire e anche vedere, col ritmico e vigoroso strofinio del crine degli archetti sulle corde. Il tono grave è ora lasciato ai violoncelli, che sembrano portati all’estremo più basso delle loro sonorità. E di nuovo il clarinetto ci riporta a un clima serio, ripreso poi dalle diverse sezioni, e con cui si conclude il primo movimento.

Il secondo movimento, “Allegro”, riprende con un ritmo molto frenetico e gli orchestrali non riescono a non scandirlo anche col corpo. E Kovatchev sembra un generale che dirige il suo plotone di soldati.

Nel terzo movimento, “Allegro. Largo” fiati e archi si alternano nello stesso tema, che viene poi interrotto dal richiamo del corno. Il “Largo” si chiude con pacatezza, e con altrettanta pacatezza si apre l’ “Andante”. Questo movimento è inizialmente segnato dalla fragilità espressa dal flauto traverso; poi il ritmo si fa di nuovo incalzante, e le code di quel frac ora si aprono e volano agitate dall’impeto del Direttore. Ed ecco lasciato alle percussioni, il compito di far riprendere la marcia, nella quale i fiati si alternano, e sembra di vederli sfilare!

Si conclude così una serata dai toni dell’est, magistralmente interpretata dai suoi protagonisti.

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