'Le Stanze Verticali' di Bruno Biondi

All'esordio la personale 'Aniconico' di Chiara Bevilacqua

mercoledì 27 febbraio 2013

ANTONIO LIGABUE Istinto, genialità e follia


A cura di Maurizio Vanni
2 marzo – 9 giugno 2013
Lucca Center of Contemporary Art, Lucca

La mostra “Antonio Ligabue. Istinto, genialità e follia”, organizzata dal Lu.C.C.A. – Lucca Center of Contemporary Art, si aprirà al pubblico il 2 marzo 2013 e proseguirà sino al 9 giugno 2013. 
L’evento espositivo, curato da Maurizio Vanni in collaborazione con Giuseppe Amadei, vuole ripercorrere attraverso circa 80 opere legate alle differenti tecniche espressive (olio su tela, disegni, grafiche e sculture) la storia di uno degli artisti più controversi e imprevedibili della storia dell’arte del Novecento: Antonio Ligabue. 
Un percorso cronologico e stilistico esaustivo, tracciato con la consulenza di Sergio Negri – responsabile dell’autenticazione e della catalogazione generale delle opere di Ligabue – che vuole indagare l’uomo-artista insieme al rapporto tra arte e follia. In esposizione anche tre  inediti del grande maestro: un motivo per rendere ancora più suggestiva e originale una delle manifestazioni del Lu.C.C.A. più attese dell’anno. 

L’idea alla base della mostra è legata alla consapevolezza della grandezza di un artista che ha realizzato le sue opere migliori in stati di precaria lucidità. Alterazione mentale? Lucida follia? Genialità compulsiva? Incontrollabile e passionale vena creativa o semplicemente una fusione tra le dimensioni della realtà e del sogno? Tante sono le domande a cui si cercherà di dare una risposta attraverso i saggi in catalogo, in particolare quello del neuropsichiatra ed esperto di neuroestetica Gianfranco Marchesi, per comprendere la genialità di Ligabue, inserita in una forma cerebrale tutt’altro che prevedibile. 
Per approfondire la vita dell’artista, saranno proiettati due documentari sulla figura di Ligabue per la regia di Raffaele Andreassi (“Lo specchio, la tigre e la pianura”, vincitore dell’Orso d’argento di Berlino 1961, e “Antonio Ligabue pittore” del 1962) che lo ritraggono nei suoi luoghi, Gualtieri e le campagne. Inoltre, alla Fondazione Mario Tobino sarà proiettato il film tv “Ligabue” del 1977, per la regia di Salvatore Nocita, in occasione di un convegno legato al rapporto tra arte e follia.  

La mostra permetterà di capire se geniali e folli si diventa, oppure se sono le condizioni sociali e del quotidiano a trasformare l’equilibrio mentale di una persona estremamente sensibile. “Ligabue – scrive Maurizio Vanni nel suo saggio – è un randagio della cultura, un artista libero dentro che, alla vulnerabilità emotiva congenita, ha unito grandi tragedie personali vissute nell’infanzia e nell’adolescenza. Un artista coerente, fedele solo a se stesso, capace di interagire con il flusso continuo, irregolare e talvolta estremo delle emozioni che sentiva dentro di sé, senza doverle controllare. La sua lucida alterazione mentale lo porta a violare ogni schema, ad andare oltre ogni consuetudine, ad assecondare in modo attivo le sue nevrosi”. In Ligabue arte e vita si uniscono in modo inestricabile riflesse da una grande intensità creativa. La sua è una pittura legata ad una necessità “fisica” di espressione, un mezzo per sentirsi vivo e fuggire l’emarginazione.

Antonio Ligabue. Istinto, genialità e follia.
a cura di Maurizio Vanni
in collaborazione con Giuseppe Amadei

2 marzo-9 giugno 2013
Lucca Center of Contemporary Art, Lucca

Con il patrocinio di 
Regione Toscana
Provincia di Lucca 
Comune di Lucca
Assindustria Lucca 
Camera di Commercio Lucca 
Confcommercio Lucca
Confesercenti Lucca 
Confartigianato Lucca

Con il fondamentale contributo di 
Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca
e anche di
Fondazione Banca del Monte di Lucca

Con il supporto di 
Gesam Gas 

Partners
Fondazione Tobino 
Fienilarte

Conferenza stampa: 1 marzo 2013 ore 12
Anteprima su invito: 1 marzo 2013 ore 18
Catalogo: Silvana Editoriale, Milano


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Lu.C.C.A. – Lucca Center of Contemporary Art 
Via della Fratta, 36 – 55100 Lucca tel. +39 0583 571712  Fax +39 0583 950499
www.luccamuseum.com  info@luccamuseum.com
Orario mostra: 
Dal martedì alla domenica 10 - 19
Lunedì chiuso
Chiuso 1 aprile e 1 maggio
Biglietti: intero 7 euro; ridotto 5 euro

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Ufficio Stampa
SPAINI & PARTNERS T. 050 36042/310920 www.spaini.it
Guido Spaini guido.spaini@spaini.it 
Matilde Meucci 329 6321362 matilde.meucci@spaini.it 
Rachele Giannessi 3473839137 ufficiostampa@spaini.it
Addetta Stampa Lu.C.C.A.
Michela Cicchinè 0583.492180 / 339.2006519 m.cicchine@luccamuseum.com

lunedì 25 febbraio 2013

Jean Sibelius, Igor Stravinskij e Edward Grieg al Teatro Lirico di Cagliari


La stagione concertistica del Teatro lirico di Cagliari prosegue l’8 e 9 febbraio con musiche di tre autori che hanno vissuto a cavallo di due secoli, il XIX e il XX: Jean Sibelius, Igor Stravinskij ed Edward Grieg.

Il Direttore, Giuseppe Grazioli, e l’orchestra del Teatro Lirico aprono la serata con “Finlandia, op.26” di Jean Sibelius. La bacchetta, inizialmente impugnata come fosse una spada, diventa ben presto uno strumento di precisione: sembra un metronomo roteante. Si alternano toni duri e drammatici ad altri dolci e tranquillizzanti. Il gioco che si crea fra archi, fiati e percussioni, riempie l’aria del teatro di gran maestosità. E così, concentrati in solo otto minuti, toni più svariati. Ma questo teatro ha troppe poltrone vuote per uno spettacolo di qualità così elevata.

Ora Sibelius, che ritroveremo nella seconda parte della serata, lascia il posto a Stravinskij, “Four Norvegian Moods”. Nel primo movimento, “Intrada”, è come se i toni caldi dei fiati tracciassero un tema, su cui gli archi dipingono le loro variazioni. Nel secondo movimento, “Song”, toni più popolari ci introducono prima in un clima giocoso poi, col terzo movimento, in una danza dove il Direttore conduce il ballo con la sua amata orchestra. Il “Cortège” si conclude accompagnato da poco calore, forse cogliendo un pubblico non abituato a tanta contemporaneità, un pubblico che stenta a scaldarsi in una serata molto gelida anche fuori dal teatro, tanto da aver probabilmente indotto molti a non voler lasciare il tepore del proprio divano. Peccato, perché l’orchestra, diretta magistralmente, è davvero all’altezza di una musica tanto raffinata!

Ha inizio la “Nowegische Tänze” op.35 di Edvard Grieg. Ora il Direttore ci appare come una marionetta, ci sembra di poter scorgere i fili che lo fanno muovere freneticamente su e giù sulla pedana, quasi a conclusione dell’ “Allegro marcato”. Nell’ “Allegretto tranquillo e grazioso” il tema suggerito dai fiati, che sembra proporci una favola, viene ripreso dagli archi, e poi di nuovo un’alternanza. Ed eccoli ora come soldatini marciare di fronte a noi nell’ “Allegro moderato alla marcia”: archetti sollevati e ritmo incalzante, che dopo un breve riposo, riprende alla fine del movimento. Nell’ultimo movimento, “Allegro molto”, torna protagonista l’oboe, che in quest’opera di Grieg ha condotto il gioco. Il ritmo incalza e ci porta al finale coinvolgendoci in un forte pathos. Il pubblico è ora molto recettivo, mostra tutto l’apprezzamento per una musica tanto colta, davvero da privilegiati!

Dopo l’intervallo il programma prevede la Sinfonia n. 1 in mi minore op. 39 di Jean Sibelius. L’ “Andante ma non troppo” si apre col canto solitario del clarinetto, su cui si immettono gli archi e poi l’insieme degli strumenti, fino ad un crescendo che sfocia nel gran tuonare delle percussioni. E l’arpa, che ha appena fatto il suo ingresso, riporta i toni alla pacatezza. Il pizzicato degli archi demarca i temi e ci introduce in quello inizialmente cupo poi caratterizzato da una gran dolcezza. Sguardi di intesa fra il primo e il secondo violino caratterizzano anche questo movimento, come gran parte della serata. Nell’ “Allegro energico” si ritrova la maestosità dei grandi movimenti, in cui Grazioli sembra adagiarsi danzando. Poi l’arpa riporta di nuovo ad un’atmosfera distesa, che però ben presto incalza in un solenne “Andante (ma non troppo lento)”. Dopo il grido leggero dei flauti, un clima giocoso e disteso si ricostituisce, e quello spadaccino, che ha aperto la serata sguainando la sua spada, ora la fa ruotare più che mai, finché lo scemare del ritmo lo porta ad accompagnare dolcemente i suoi orchestrali verso la fine dello “Scherzo-Allegro”. Ed ecco che nel movimento finale tornano a muoversi i fili del burattinaio. Si chiude impetuoso l’ultimo movimento, prima dei due pizzicati, uno forte ed uno leggero, così come leggera ed esile è la figura del Direttore.

Il pubblico, finalmente “rodato”, rende merito al merito e gratifica i maestri per il loro splendido operato.

Fino al 17 MARZO 2013 'I Macchiaioli per l'Orangerie'. Opere in anteprima

Autore: Isabella Martinelli
Il Centro Matteucci per l’Arte Moderna di Viareggio propone in anteprima, proprio in questi giorni, una strepitosa selezione di bene quindici opere che saranno protagoniste dell’importante mostra: “I Macchiaioli 1850-1877. Gli Impressionisti Italiani?” che verrà ospitata al Museo dell’Orangerie, dal 9 aprile al 22 luglio 2013. La mostra toscana prova a rispondere alla puntigliosa domanda, facendo emergere il ruolo di Firenze come centro importante per la diffusione del Realismo, al pari di Parigi, mettendo in evidenza come i Macchiaioli fossero, e sono,  “uno dei movimenti più poetici che presenta molte affinità con le ricerche plastiche condotte dagli artisti impressionisti”. Grazie alla maggiore libertà politica che vi si respirava, Firenze diventò meta di un folto numero di artisti che vi confluivano da ogni parte del Bel Paese: Abbati, Banti, Boldini, Borrani, Cabianca, Cecioni, Costa, D’Ancona, De Tivoli, Fattori, Lega, Signorini e Zandomenighi. Al Caffè Michelangelo si dibatteva di pittura e si scambiavano opinioni su quanto avveniva, nello stesso ambito, all’estero, raccogliendo testimonianze da chi si era recato a Parigi oppure confrontandosi con altri artisti, critici e letterati di passaggio. Proprio in quel Caffè si riuniva il gruppo dei Macchiaioli, termine usato in realtà come dispregiativo da un critico della Gazzetta del Popolo nel 1862. A distanza di più di trent’anni dalla rassegna del Grand Palais del 1978, i Macchiaioli tornano a Parigi, dove come detto in precedenza alcuni di loro avevano stretto rapporti con i colleghi Impressionisti, grazie anche ad una figura “ponte” come Diego Martelli che in veste di critico e mecenate promosse l’arte di quel gruppo di pittori. Molti di quegli artisti si trasferirono a Parigi contaminando le proprie idee con quelle più progressiste degli artisti più vicini e sensibili al nuovo. Qual’ è la novità della pittura detta di “macchia”? Prendiamo le parole di Telemaco Signorini: “un’esagerazione del chiaroscuro pittorico in opposizione al sacrificio di solidità e rilievo causato dalla eccessiva trasparenza dei corpi dei dipinti accademici”, da ciò nascono opere fatte di colore-ombra e colore-luce. Su questa scia sono da collocare opere importanti come “Santa Maria dei Bardi” e “Luna di miele” di Signorini, “Le monachine” di Cabianca o “Le bambine che fanno le signore” di Lega. I Macchiaioli vengono così ripresentati sotto una ristudiata luce critica, risultato di recenti studi di cui sono stati oggetto, basati su documenti emersi e sul recupero, dopo le prime mostre internazionali, di opere fondamentali. La selezione di queste 15 opere, risultato di una collaborazione tra il Centro Matteucci, il comitato della mostra francese formato da Marie-Paule Vial, direttrice del Museo dell’Orangerie, Isabelle Julia, conservatore generale del Museo d’Orsay, Beatrice Avanzi conservatore del Museo d’Orsay e Maria Lopez, conservatore capo della Fondazione Mapfre di Madrid, si caratterizza come un’anteprima della più articolata mostra che dal 9 aprile sarà presente a Parigi e che poi si trasferirà, a partire dal 20 settembre 2013 al 6 gennaio 2014, a Madrid. Tante domande che tra Viareggio, Parigi e Madrid cercano una risposta, per cui guardate il vostro calendario e cerchiate le date di rosso!

Per maggiori informazioni

Walk on art with Mafi


Autori: Lorenzo Ricciarelli, Responsabile Architettura FULL Magazine
Marta Conforti, Coordinamento Architettura FULL Magazine
Foto: Lorenzo Ricciarelli

Abbiamo avuto il piacere e la fortuna di far visita alla città di Bolzano che ha recentemente ospitato  Klimahouse, la fiera internazionale dedicata all'efficienza energetica e alla sostenibilità in edilizia. 

La visita alla città e alla fiera sono state occasione per conoscere e scoprire lo showroom Mafi situato all’ultimo piano di un palazzo di vetro della città. Ad accoglierci, all’interno di un raffinato, elegante e funzionale spazio lavorativo, espositivo e relazionale, il direttore generale per l’Italia dott. Nicola Pasquardini.

Un sistema espositivo con pannelli di legno incorniciati cattura la nostra attenzione e scandisce la passeggiata nell’arte del trattamento del legno (walk on art): si esalta la non replicabilità dell’essenza lignea al pari di un’opera d’arte incorniciata. Il legno è un pezzo unico, non è riproducibile ci dice Nicola Pasquardini. La provocazione diviene stimolo creativo e la curiosità si accende: conoscere nel dettaglio i prodotti esposti diviene occasione per intavolare un discorso sull’architettura che, a partire dalla peculiarità del materiale in questione, può investire gli ambiti disciplinari che maggiormente interessano la scelta di costruire secondo natura. Proprio in questa dimensione si inseriscono le soluzioni di design studiate ogni anno dalla Mafi: nessuna innovazione nella ricerca di essenze lignee, soltanto studio avanzato sul trattamento e sulla lavorazione della superficie nella specifica idea di dare sempre maggior risalto e nuova identità alla corteccia del legno.  Come l’opera d’arte,  il legno è messo nella condizione di vivere per le sue caratteristiche materiche,  fisiche ed emozionali.  Vive e caratterizza l’ambiente, interagisce con lo spazio e con le persone che lo abitano. Prima che ottima filosofia industriale, l’espressione è un chiaro indirizzo progettuale che dovrebbe scandire il percorso tracciato prima dalla sensibilità di un progettista, poi arricchito dalla qualità di un prodotto.

Si osserva, si ascolta, si interagisce. A partire dalla storia e dalla filosofia di un’azienda si riflette attorno alla progettualità, al concepire e fare secondo natura. Si assaporano le fragranze del legno e si apprezzano i valori della ricerca e della sostenibilità. Questo fare secondo natura è il credo intorno al quale si dipanano i ragionamenti. Un unico principio diviene il motto che permea un’intera filosofia industriale:  sviluppare le potenzialità espressive del legno lasciando questo il più naturale possibile. 

venerdì 22 febbraio 2013

RESURREXI Dalla Passione alla Resurrezione


Itinerario tra i capolavori del Complesso monumentale del Duomo di Siena
in occasione dell’Anno della Fede
Cripta - Museo dell’Opera
1 Marzo – 31 Agosto 2013

Dal 1° Marzo 2013 l’Opera della Metropolitana in occasione della Pasqua propone Resurrexi. Dalla Passione alla Resurrezione, un itinerario tra i capolavori del Complesso monumentale del Duomo di Siena in occasione dell’Anno della Fede. 
L’esposizione racconta, attraverso le preziose miniature che compongono i manoscritti su pergamena, le pitture a fresco e i dipinti su tavola, gli ultimi momenti della vita di Cristo articolati in un suggestivo percorso all’interno del complesso monumentale del Duomo di Siena. 
L’itinerario si sviluppa principalmente in due sedi: nella Cripta, un ambiente interamente affrescato, e nel Museo dell’Opera istituito nel 1860 per conservare i capolavori provenienti dalla cattedrale. Il ciclo figurativo che si dispiega lungo le pareti della Cripta annovera episodi del Vecchio e del Nuovo Testamento. Di particolare rilievo le quattro grandi scene dipinte sulla parete di fondo con la Crocifissione, la Deposizione dalla croce, la Deposizione nel sepolcro e la Resurrezione dei morti,  realizzate da un gruppo di artisti senesi della seconda metà del Duecento. Nelle suggestive sale attigue all’ambiente affrescato, dove si ammirano parte delle antiche strutture della basilica, riconducibili al periodo che va dal XII al XIV secolo, sono esposti alcuni codici miniati provenienti dalla cattedrale e appartenenti alla liturgia pasquale dove nell’incipit latino dell’antifona d’ingresso della messa di Pasqua, Resurrexi, et adhuc tecum sum. Alleluia (Sono risorto, sono sempre con te. Alleluia), il Cristo si identifica e si fa riconoscere, appunto, nella sua nuova condizione di Risorto. Uscendo dalla Cripta, e attraversando l’antico portale gotico del Duomo Nuovo, si giunge al Museo dell’Opera, dove, al primo piano di una sala climatizzata, è possibile ammirare le Storie della Passione dipinte da Duccio di Buoninsegna sul retro della grande pala d’altare con la Maestà realizzata per il Duomo di Siena tra il 1308 e il 1311. La scena con l’Entrata di Cristo a Gerusalemme, narrata in tutti i Vangeli e profetizzata da Zaccaria (9, 9), da l’avvio a tutto il racconto delle storie della Passione. A questa seguono venticinque episodi, dalla Lavanda dei Piedi, alla Cattura, dalle undici storie riguardanti il processo alla grande scena con la Crocifissione, dalla Deposizione dalla Croce alla poetica scena della Resurrezione, dove il Cristo viene solamente evocato. La scena infatti vede raffigurate le tre Marie che giunte al sepolcro troveranno ad accoglierle l’angelo che annuncia loro il grande evento. 

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RESURREXI . Dalla Passione alla Resurrezione. Itinerario tra i capolavori del Complesso monumentale del Duomo di Siena
Siena, Cripta sotto il Duomo di Siena – Museo dell’Opera
1° Marzo – 31 Agosto 2013

Orari
10:30 – 19:00 ultimo ingresso 18:30

Biglietti
Opa Si Pass (biglietto cumulativo): € 12,00
Cattedrale e Libreria Piccolomini, Museo dell’Opera e Panorama dal Facciatone, Cripta sotto il Duomo, Battistero, Oratorio S. Bernardino

Ingresso libero per i nati e/o residenti nel Comune di Siena e fino ad 11 anni di età 

Servizi Aggiuntivi
Nell’ambito della mostra sarà possibile prenotare visite guidate per adulti e bambini

Info e prenotazioni 
0577 286300 – opasiena@operalaboratori.com - www.operaduomo.siena.it

Organizzazione Opera - Civita Group 

Ufficio stampa
Opera - Civita Group

Barbara Izzo – Arianna Diana
Tel 06 692050220-258
izzo@civita.it; diana@civita.it www.civita.it

Salvatore La Spina
Tel 055 290383 - 3315354957
ufficiostampa@operalaboratori.com

martedì 19 febbraio 2013

PIETRO BEMBO e l’invenzione del Rinascimento

PIETRO BEMBO
e l’invenzione del Rinascimento
Da Bellini a Tiziano da Mantegna a Raffaello
Padova, Palazzo del Monte di Pietà
2 febbraio – 19 maggio 2013


Riflettendo su un articolo che recentemente ho avuto modo di leggere su internet e che aveva come centro un libro di recente uscita dal titolo “Investire nell’arte. Il nuovo oro: come salvare i propri risparmi” di Claudio Borghi, ho fatto un collegamento forse improprio a Pietro Bembo e alla mostra che si è aperta in questi giorni a Padova (Pietro Bembo e l’invenzione del Rinascimento a cura di Guido Beltrami, Davide Gasparotto e Adolfo Tura). Nel libro di Borghi si evince che il collezionare arte è una forma di investimento, il collezionista è una figura che naturalmente con il tempo si è modificata ed evoluta ma che da sempre conosce le regole del gioco per non cadere in errori fatali. I collezionisti, dal canto loro, devono dare un senso al proprio collezionare e alla propria ricerca, ed è così che ho pensato alla figura di Pietro Bembo e alla Padova del suo tempo. Il Veneto del ‘500 fu all’avanguardia nel recupero culturale e nell’interesse per la raccolta delle vestigia del mondo classico e lo fu anche per l’apprezzamento tangibile verso l’arte contemporanea; e così la collezione del Bembo non era esclusivamente rivolta al passato ma  aperta ai valori del presente con un occhio anche ai valori del futuro. Pietro Bembo (Venezia 1470 – Roma 1547) fu un grandissimo letterato, visse tra le corti di Ferrara e di Urbino; poi a Roma, come segretario di Leone X; nel 1539 fu creato cardinale. Codificò il gusto letterario del Rinascimento, definendo il concetto di amor platonico (Asolani, dialoghi, 1506-12), imponendo una lingua illustre sul modello dei grandi del ‘300 (Prose della volgar lingua, dialoghi, 1525). Per Bembo la propria collezione era una passione che evocava il piacere del tatto, dell’osservazione attenta, della scoperta del significato tramite un continuo studio quotidiano. Tornato a Padova alla morte di Leone X nel 1521 per cui aveva svolto il lavoro di segretario, e dopo aver comprato una bella casa con annesso giardino, si dedicò esclusivamente agli studi e al collezionismo. La casa padovana divenne così il centro di scambi culturali e incrocio di grandi personalità. Tutti gli ospiti erano comunque curiosi di visitare la dimora per la fornitissima biblioteca ma anche per la collezione di antichità, dipinti, sculture, monete, gemme e vasi. La collezione era anche in primis uno strumento di lavoro ed insieme una sorta di “scrigno” di ricordi e rapporti di amicizia personali con i più grandi artisti del tempo come Raffaello e Bellini. Sappiamo molte cose della collezione grazie a Marcantonio Michiel che ci ha lasciato delle importanti testimonianze molto dettagliate, descrizioni che hanno consentito la ricostruzione che viene proposta per la prima volta nella mostra padovana. Tra le opere da segnalare ci sono: il dittico di Hans Memling, un bellissimo San Sebastiano di Andrea Mantegna e il doppio ritratto di Andrea Navagero e Agostino Beazzano di Raffaello. Tra le antichità vanno segnalate la testa di Antinoo, la testa di Servillus Ahala, un cupido dormiente e la famosa Mensa Isiaca: una tavola in bronzo con figure d’argento di arte egizio-romana. Gli interessi del Bembo spaziavano perciò dagli illustri personaggi del passato, ai ritratti dei propri amici e familiari fino all’apprezzamento per l’arte contemporanea sia regionale che fiamminga secondo un gusto che costituisce  una peculiarità unica rispetto ad altri centri italiani. Alla morte di Pietro nel 1547 il figlio Torquato, nonostante nel testamento del padre fosse specificato che la raccolta non dovesse essere smembrata, a partire dagli anni ’60 effettuò una serie di vendite. Molte opere, a testimonianza del loro prestigio, vennero acquisite dai più grandi collezionisti del tempo e dalle grandi famiglie come Gonzaga, Medici e Farnese. Bello poter vedere a quattrocento anni dalla sua dispersione e per la prima volta ricostruita una delle più famose raccolte d’arte del ‘500, sperando che possa essere fonte di ispirazione per i grandi collezionisti del nostro tempo, così tanto per  “salvare” i propri risparmi dalla crisi e al contempo creare nuove opportunità. Ebbene sì ancora una volta abbiamo molto da imparare dal passato!

Per maggiori informazioni www.mostrabembo.it

Rachmaninov, Concerto n° 2 in do minore per pianoforte e orchestra, op. 18.


Serata davvero interessante, che si apre all’insegna della musica del genio tanto amato, Rachmaninov, Concerto n° 2 in do minore per pianoforte e orchestra, op. 18.

Ma un concerto per piano e orchestra di Rachmaninov rappresenta anche una gran responsabilità, per il Direttore, per l’orchestra e per il pianista. Da qui la scelta di eccellenze. L’Orchestra del Teatro Lirico di Cagliari, che dall’inizio della stagione ci sta deliziando con l’estrema bravura dei suoi maestri, guidata in questa occasione dal Direttore Julian Kovatchev; il solista è un giovane palermitano, Giuseppe Andaloro, che non tarda a conquistare il teatro!

Fin dalle prime battute del “Maestoso” è evidente la passione con cui interpreterà il brano e che trasmetterà a tutto il pubblico. Nei crescendo salta su quello sgabello quasi ad aiutarsi col corpo per far leva e riuscire a infondere sulla tastiera tutta l’intensità richiesta. E l’orchestra, perfetta sotto la direzione di Kovatchev, sembra volersi mettere completamente al servizio di quel possente strumento che sul palco domina la scena. Il gioco prosegue col rimbalzo delle melodie, arbitrate in maniera sublime dal Direttore; temi vengono presentati talvolta da archi e clarinetto, talvolta da oboe, clarinetto e viole, quindi da violini e clarinetto, e subito ripresi dal solista, cui si unisce poi tutta l’orchestra. Fino a un intenso “pieno di musica”, dove tutti hanno qualcosa da dire. E quasi alla chiusura del primo movimento, sembra che il corno voglia istruire tutti, il pianista lo cerca con lo sguardo, attraverso gli archi. Il Direttore, quasi completamente coperto dall’imponente coda del piano, segue lo scandire del ritmo dei tasti con un concitato movimento della chioma, che scorgiamo.

Del secondo movimento “Adagio sostenuto” ci colpisce la dolcezza con cui il flauto, seguito dal clarinetto, introduce il nuovo tema. La voce melodiosa del clarinetto ammalia come il canto di una sirena, da cui anche il pianista resta affascinato. E ora è lui a riprodurre quell’incantevole melodia, e torna a saltare pieno di passione sul suo sgabello. In questo movimento, molte sono le battute della partitura in cui le varie sezioni tacciono, e possono concedersi di ammirare estasiati quello strumento tanto affascinante. E dopo lo sfogo, cresciuto al passo di una marcia russa fino ad esplodere, torna il sereno, la pacatezza di archi e fiati, sebbene lui, il protagonista, “pesti” ancora sui tasti, imponendo la propria melodia.

Tutti in posizione, archetti allineati, inizia il terzo movimento, “Allegro scherzando”, e ben presto i toni si alternano, insieme con i ritmi, dalla pacatezza alla concitazione più vivace. Un assolo della mano destra permette al solista di aggiustarsi gli occhiali, dopo tanto movimento, che subito riprende, con un gioco al rimbalzo, tra il pianista e contrabbassi, violoncelli, fiati, mentre i violini stendono un velo di sicurezza su cui si regge la melodia di tutti gli altri strumenti. Avvicinandosi al gran finale, la bacchetta del Direttore rotea veloce, accompagnata dai balzi della chioma. Ed ecco che trionfalmente tutti i protagonisti entrano in scena. Il suono è pieno, il palco si riempie di una maestosità tutta russa. L’applauso è eloquente!

Subito l’abbraccio non formale, ma quasi fraterno fra il giovane pianista e il Direttore. Andaloro sembra voler omaggiare la Sardegna col suo completo in velluto, o forse un caldo saluto da isolano all’isola.

Tale è l’apprezzamento del pubblico, e dell’orchestra, che il giovane maestro ci concede un bis: “restiamo in Russia”, dice, “con Kapustin, sonata per piano n° 8”. Ancora una volta apprezziamo il virtuosismo del maestro, su un pezzo estremamente contemporaneo. E di questo maestro ricorderemo anche la grande umiltà e generosità, vedendolo sedersi poi in platea, per assistere insieme al suo pubblico alla seconda parte della serata.

Il piano sparisce dalla scena, l’orchestra e il suo Direttore sono ora impegnati nella Sinfonia n° 10 in mi minore, op. 93, di Dmitrij Sostakovic.
La melodia suggerita dai toni gravi, all’inizio del “Moderato”, è la prima cosa che ci colpisce, e che poi, ripresa dai vari settori, ci accompagnerà per tutto lo svolgersi della sinfonia. A rafforzare la drammaticità di quei suoni, il grido unanime di tutti gli strumenti. Il lungo assolo del clarinetto ci riporta a un clima più disteso. Poi il tema introdotto dal flauto, subito ripreso dai violini, e ancora un’alternanza tra fiati ed archi. Ritmo sempre più frenetico, fino a farsi marcia, scandita dal tuonare dei timpani. E il grido, come disperato, dei violini, tanto tangibile che si può udire e anche vedere, col ritmico e vigoroso strofinio del crine degli archetti sulle corde. Il tono grave è ora lasciato ai violoncelli, che sembrano portati all’estremo più basso delle loro sonorità. E di nuovo il clarinetto ci riporta a un clima serio, ripreso poi dalle diverse sezioni, e con cui si conclude il primo movimento.

Il secondo movimento, “Allegro”, riprende con un ritmo molto frenetico e gli orchestrali non riescono a non scandirlo anche col corpo. E Kovatchev sembra un generale che dirige il suo plotone di soldati.

Nel terzo movimento, “Allegro. Largo” fiati e archi si alternano nello stesso tema, che viene poi interrotto dal richiamo del corno. Il “Largo” si chiude con pacatezza, e con altrettanta pacatezza si apre l’ “Andante”. Questo movimento è inizialmente segnato dalla fragilità espressa dal flauto traverso; poi il ritmo si fa di nuovo incalzante, e le code di quel frac ora si aprono e volano agitate dall’impeto del Direttore. Ed ecco lasciato alle percussioni, il compito di far riprendere la marcia, nella quale i fiati si alternano, e sembra di vederli sfilare!

Si conclude così una serata dai toni dell’est, magistralmente interpretata dai suoi protagonisti.

Sergej Krylov a Cagliari


Il libretto di sala promette una grande serata, a partire dalla presenza di un Direttore particolare, Sergej Krylov, che, oltre a coordinare gli orchestrali, si unirà a loro anche come violinista.
Le luci si abbassano, i maestri prendono posto sul palco. 

Ha inizio l’ottava Sinfonia di Franz Schubert in Si Minore, “Incompiuta” D.759. Sorprendentemente, il Direttore ai nostri occhi sembra limitarsi a piccoli movimenti, sembra solo voler rassicurare l’orchestra. È evidente che gode della loro bravura, con cui lo cattureranno ben presto, e così, abbracciandoli virtualmente, comincia a cullarsi con le braccia pronte in una posa come per ballare un walzer.
E in questa armonia perfetta, tutti i movimenti ci appaiono concertati: prima nei pizzicati, in cui le teste seguono come assentendo, e alla fine dell’ ”Allegro moderato” il suono dei fiati e degli archi si amalgama a tal punto da farci sembrare che provenga da un unico strumento.
Il prossimo movimento, “Andante con moto”, sia apre con la dolcezza dei fiati che ci porta in un mondo bucolico, ma l’irruenza degli archi subito ci risveglia dal sogno. Ora il Maestro si mimetizza nel brano, si fa piccolo nei sottovoce, avvicinandosi agli strumentisti, mentre nei “forte” esplode in un ampio movimento di braccia. Conclude questa suggestiva esecuzione di Shubert, vibrante come una libellula.

Sparisce la pedana e come per magia, il Direttore si trasforma nel violino solista.
È la volta dello splendido concerto in Mi Minore per violino e orchestra, opera 64, di Felix Mendelssohn. Qui i maestri orchestrali ci mostrano tutta la loro bravura, Krylov nelle vesti di solista, non dà mai le spalle al suo pubblico, ma le concede fiducioso a chi sicuramente le copre per lui.
E comincia per il protagonista un divertimento, un piacevole gioco di sfida, quando coi violoncelli, quando coi violini, alternato a sguardi d’intesa, quasi passandosi il testimone. Anche se in maniera quasi impercettibile, il violinista continua il suo mestiere di Direttore, basato ora solo su lanci di sguardi verso tutte le sezioni e ammiccamenti del suo corpo. Sembra che passi le note ai suoi compagni aspettando che le raccolgano e rilancino, in un perfetto gioco di squadra.
Ora, vicini alla chiusura del secondo movimento, “Andante”, lo accompagnano in quel grido acuto, facendolo poggiare come su un caldo cuscino di un’ottava sottostante. E poi si uniscono con lui in un accorato unanime coro.
E il grido del violino solista torna nuovamente ad ergersi nell’ “Allegretto non troppo” del terzo movimento, come un sottilissimo stelo in un prato di calma. Giocoso continua il divertissement, in mezzo a uno stuolo di archetti che si alzano e si abbassano unanimi. Colpisce il modo divertito con cui picchietta freneticamente, ma con estrema precisione, le corde del suo violino.
L’applauso caloroso e generosissimo del pubblico è un ringraziamento all’orchestra per tanta bellezza e al suo Direttore solista, che dovrà fare più volte avanti e indietro per raccogliere tutto il meritato consenso. Il pubblico non si placa, finché non intuisce che il Maestro sta per concedere il suo bis: “Toccata e fuga in Re Minore BWV 565” di J. S. Bach, riscritta per solo violino. Un’esecuzione davvero magistrale, siamo tutti catturati dal talento di questo violinista, l’orchestra gli dedica sguardi di sincera ammirazione, impossibile fare altrimenti. E questa bellezza assoluta ci fa pensare che forse abbiano ragione gli storici secondo cui la dubbia paternità di Bach per questo brano sia in realtà dovuta alla trascrizione di una partitura che lo stesso Johann Sebastian avrebbe invece composto proprio per violino. Il Maestro Krylov modula i volumi con una bravura disarmante. E nel concludere il suo bis, staccato l’archetto continua a far vibrare il violino sotto il collo, mentre l’applauso scrosciante investe il teatro e non si placa sino al dolore delle braccia.

Ma il programma ci riserva ancora una bellissima composizione: “Eroica”, la Terza Sinfonia in Mi bemolle Maggiore, Op. 55, di Ludwig Van Beethoven. E così, quelle braccia che tanto ci hanno regalato vibrando le corde di un violino, ora tornano a ballare eleganti, talora in un walzer, talora in un frenetico roteare della bacchetta. E sotto questa direzione magistrale, ogni sezione svolge impeccabilmente il proprio ruolo: l’accompagnamento rassicurante dei contrabbassi, lo scandire deciso delle percussioni, l’armonia delle voci di fiati, violini, viole e violoncelli.
Nella pacatezza del secondo movimento, ora emerge la voce dell’oboe, che sulla dolce armonia degli archi, racconta una storia.
Chissà se quel bambino, che a cinque anni veniva iniziato all’arte del violino, avrebbe mai immaginato di essere un giorno grande violinista e Direttore d’orchestra! Certo è che traspare la sua massima fiducia negli altri strumentisti, filo conduttore di tutta la serata.
La flemma sembra abbandonarlo negli ultimi due movimenti, dove appare accalorato, sudato; l’apertura delle braccia, ben più ampia, ora richiede notevoli sforzi fisici, che richiamano quelli altrettanto vigorosi degli orchestrali.
Il congedo è lasciato alla maestosità del gran finale!

sabato 2 febbraio 2013

Al via il Folk Studio Live Festival 2013

LA MUSICA DAL VIVO TORNA AL CENTRO DELLA SCENA
Al via il Folk Studio Live Festival 2013, gruppi emergenti da tutta Italia a Lucca
per ridare spazio alla musica e a chi la crea

Al via il prossimo 23 febbraio il Folk Studio Live Festival 2013, concorso nazionale per gruppi musicali emergenti che porterà sul territorio lucchese 15 band da tutta Italia, a contendersi il premio per il Miglior Gruppo e per il Miglior Testo Originale in Italiano. Al bando hanno risposto 37 candidati; un gruppo d'ascolto composto da tecnici, musicisti e semplici ascoltatori coordinato dal direttore artistico Gerardo Francesconi, ha individuato fra questi 37 i 15 concorrenti. Organizzato nell'ambito di Folk Studio Live, progetto non profit per promuovere la musica dal vivo come cultura e non come merce nato all'interno dell'Associazione per Lammari, il Festival ha ricevuto il patrocinio del Comune di Capannori. Le serate saranno aperte al pubblico, con una giuria esclusivamente tecnica composta da musicisti, scrittori, registi di teatro ed esperti di spettacolo. Verranno valutate le esecuzioni musicali ma anche i testi, l'originalità e la spettacolarità delle esibizioni.

Individuare spazi per la musica, crearne, organizzare occasioni per musicisti che non trovano facilmente una scena a causa della loro distanza dalla musica commerciale o perché non accettano di essere soltanto esecutori di successi altrui, è l'obiettivo del Folk Studio Live e del suo Festival. Lucca ne ha particolarmente bisogno, poiché ha una scena vivace che non riesce a venire alla luce come sarebbe opportuno. Non solo per i musicisti, ma anche per essere di esempio ed incoraggiamento a tutti coloro, specialmente giovanissimi, che vedono nella musica il loro modo di espressione e aggregazione. La presenza al Folk Studio Live Festival 2013 di gruppi emergenti d'ottimo livello da tutta Italia può essere stimolante e trascinante e rivitalizzare spazi idonei a questa attività finora poco o per niente utilizzati.

Colpisce la numerosa adesione, per un festival appena nato. Gruppi da ogni parte d'Italia, con una grande varietà di stili musicali e un livello medio davvero molto buono, mostrano che il Folk Studio Live festival, un concorso pensato per valorizzare i gruppi musicali emergenti che propongono musica propria, è stato compreso ed apprezzato proprio dai musicisti.

A partire dal 23 febbraio, 5 sabati sera vedranno confrontarsi i concorrenti, 3 band per volta; i 5 gruppi che otterranno il punteggio più alto durante le serate parteciperanno alla finale. Ogni serata sarà preceduta da un concerto al venerdì sera, con musicisti fuori concorso: “Aspettando FSL Festival”.

Ecco il calendario delle serate di concorso, con i rispettivi gruppi:

Sabato 23 Febbraio, presso “Civico 138”, Lammari (Capannori, Lucca)
Stato Brado (Livorno)
Daema (Bologna)
Maneggiare con cura (Lucca)

Sabato 9 Marzo - Circolo Teatro “Piaggione”, Piaggione (Lucca)
Aghast Insane (Lucca)
Ask to Ida (Roma)
X-Ray Life (Venezia)

Sabato 23 Marzo, - Civico 138, Lammari
Ars Populi (Genova)
Fuori Forma (Palermo)
Il Ritorno di Carla (Empoli)

Sabato 20 Aprile, - Civico 138, Lammari
Pagliaccio (Biella)
Tombeto Centrale (Lucca)
Kelevra (Firenze)

Sabato 25 Maggio, - Civico 138, Lammari
Joe Natta e le Menti Malate (Lucca)
Manovalanza (Arezzo)
Potaporco (Brescia)

Sabato 22 Giugno – Finale, open air

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Media Partners: 
Gabbiano News - www.luccanews.tv - MusicLand
Radio Star - Lucca
Bando, dettagli, link ai siti dei concorrenti su: www.folkstudiolivefestival.it
contatto stampa:  340 8074405, info@folkstudiolivefestival.it

venerdì 1 febbraio 2013

Il segreto dei segreti. I tarocchi Sola Busca


Tesori nascosti di Brera
13 novembre 2012 - 17 febbraio 2013


Ha avuto inizio a novembre una mostra raffinata e colta che vi consiglio fortemente di visitare poiché ci permette di conoscere a fondo  il contesto culturale delle corti italiani del Quattrocento, dove i tarocchi erano protagonisti di giochi di tipo intellettuale e non divinatorio come sarebbe accaduto nella  Francia del Settecento. Il catalogo è pubblicato dalla casa editrice  Skira e contiene il saggio della curatrice Laura Paola Gnaccolini, storica dell'arte della Pinacoteca di Brera, specialista di miniatura e pittura del Rinascimento e le schede delle opere in mostra (redatte con la collaborazione degli specialisti Rodolfo Martini e Matteo Mazzalupi), un consistente contributo di Andrea De Marchi, dell’Università degli Studi di Firenze, sulla personalità del pittore anconetano Nicola di maestro Antonio, che realizzò il mazzo Sola Busca (dai nomi dei precedenti possessori,gli eredi Sola Busca) stampando su carta le incisioni a bulino, miniate a colori e oro, guidato nella scelta delle immagini dall'umanista Ludovico Lazzarelli di San Severino Marche, figura molto complessa di poeta e filosofo, conoscitore del greco e dell’ebraico, di alchimia e cabala, che visse a lungo nella Roma di papa Sisto IV e poi a Napoli presso re Ferdinando d’Aragona. Lo scopo della mostra  è far conoscere al pubblico l’acquisizione che nel 2009, il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, esercitando il diritto di prelazione, ha comprato il più antico mazzo di tarocchi italiano completo (che è anche il più antico al mondo), noto come mazzo Sola Busca, e l'ha destinato alla Pinacoteca di Brera, che già conservava un gruppo di 48 carte, parte di un prezioso mazzo tardo-gotico realizzato per il duca di Milano (mazzo cosiddetto Brambilla). 
La mostra intende approfondire  i rapporti esistenti tra il gioco dei tarocchi e la cultura ermetico - alchemica tra Marche e Veneto alla fine del Quattrocento. Il mazzo Sola Busca,infatti,  fu miniato  nel 1491 a Venezia da Marin Sanudo il giovane, famoso storico autore dei Diarii, del quale la critica ha di recente evidenziato gli interessi in campo alchemico. Quanto alla datazione e al possessore del mazzo, ci soccorrono le iscrizioni (oggi mutile ma lette nel 1938 dallo Hind) che ricorrono su molti scudi presenti nelle carte e l’identificazione degli stemmi, effettuata in occasione della mostra. 
Il gioco dei tarocchi, inizialmente noto come “triumphi” (la parola “tarocchi” pare sia stata introdotta per la prima volta in un documento del 1505), risulta documentato in Italia come gioco dei ceti più elevati a partire dal quinto decennio del XV secolo soprattutto in area ferrarese, dove si conservano molti documenti relativi alla fornitura di mazzi miniati o a stampa per membri della famiglia ducale, dei quali però per il momento non pare essersi conservata traccia. 
Tempo più tardi il gioco è documentato anche a Bologna e Firenze, mentre gli studiosi hanno opinioni tutt’ora contrastanti  sull’eventuale antichità o meno della tradizione veneziana. Si trattava di mazzi destinati al gioco nelle corti, un gioco raffinato e ben diverso dai giochi di carte praticati nelle osterie. In questo contesto, il mazzo Sola Busca si presenta eccezionale da tanti punti di vista. Anzitutto è il più antico mazzo completo, composto da ben 78 carte, 22 “trionfi” e 56 carte dei quattro semi tradizionali italiani (denari, spade, bastoni e coppe). Le maggiori particolarità a livello iconografico si riscontrano nel seme di Denari, dove diverse carte, come è stato scoperto di recente, alludono alle fasi di lavorazione dei metalli e alcune sono spiegabili solo sulla base della tradizione alchemica medievale che, come è noto, mirava alla pietra filosofale per l’ottenimento dell’oro dei filosofi ovvero dell’elixir di lunga vita. 
Il gioco dunque  prevedeva un percorso di perfezionamento interiore che partiva dagli exempla degli Uomini illustri dell’antichità per arrivare, tramite la pratica alchemica,allo stadio di “uomini divini”, in grado di generare altre “anime divine”, in una specie di compartecipazione alla Creazione, secondo le più moderne concezioni dell’ermetismo cristiano.

Leggi il comunicato stampa

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