mercoledì 3 ottobre 2012

Naturale è artificiale


Autore: Lorenzo Ricciarelli, Responsabile Architettura di FULL Magazine
Foto di Siro Tolomei

Posso condurvi in un luogo tra i più belli delle Apuane? Il cielo azzurro è incupito dalla moltitudine di nuvole che si addensano, le montagne svettano sullo sfondo di un grande prato verde, tutto è pace profonda. I monti e le nuvole si specchiano nel ricordo dell'antico bacino glaciale e così anche le case. Sembra che stiano lì come se non fossero state create dalla mano dell'uomo. Come se fossero sempre esistite, alla pari dei monti, degli alberi, delle nuvole e del cielo azzurro. E tutto respira bellezza e pace...
Ti volti indietro, volgi lo sguardo altrove, pensi alla città contemporanea... Cosa c'è là? Una stonatura si insinua in questa pace acquisita. Come uno stridore inutile. Fra le case dei contadini, che non da essi furono fatte, ma dalla coscienza creatrice, secondo una logica costruttiva  paritetica a quella che ha plasmato le forme della natura che ci circonda, quasi una rielaborazione artificiale della naturalità della materia, fra queste case c'è una costruzione. L'opera di un buono o di un cattivo architetto? Non so... Non importa. So soltanto che la pace, la quiete e la bellezza se ne sono già andate. Perché al cospetto della natura non ci sono architetti buoni o cattivi... C'è una progettualità persa o ritrovata, un valore compositivo e una sensibilità preesistenti o da sempre assenti. E io domando, allora: perché tutti gli architetti, buoni o cattivi, finiscono per deturpare il ricordo dell'antico bacino glaciale? Il contadino che ha costruito quella casa non lo ha fatto... Forse perché egli crea, o ha creato, in modo diverso. Il contadino ha delimitato sull'erba verde il terreno su cui deve sorgere la nuova casa e ha scavato la terra per i muri maestri. Ora compare anche il capomastro... Se c'è nelle vicinanze un terreno argilloso, c'è anche una fornace per i mattoni. Se non c'è, basta la pietra delle montagne. E mentre il capomastro dispone mattone su mattone o pietra su pietra, c'è chi ha preso posto accanto a lui al suono di colpi d'ascia per forgiare le forme del tetto. Che specie di tetto? Un tetto bello o un tetto brutto? Non lo sa. Nessuno di loro lo sa. Il tetto. Il contadino ha voluto costruire una casa per sé, per la sua famiglia, per il suo bestiame, e gli è riuscito. Proprio come è riuscito al suo vicino o al suo avo. Come riesce a ogni animale che si lascia guidare dal suo istinto. E' bella la casa? Si, è bella proprio come sono belli le rose, i fiori, il verde, il cavallo e la mucca. E io chiedo nuovamente: perché l'architetto, un architetto buono o un architetto cattivo, deturpa il paesaggio? Perché la tendenza contemporanea è quella di un'architettura che si distacca dalle forme del paesaggio, crea cesure e determina confini netti di contrapposizione tra ciò che è nella sua essenza e ciò che è effimero nella sua costruzione. Allora ciascuno di noi, passeggiando distrattamente per strada, col pensiero rivolto all'immagine che fa da cornice a questo scritto, capisce che qualcosa nelle città di oggi è mancato, perché forse le condizioni di natura che Le Corbusier andava cercando non sono state ritrovate. Nell'immagine di sfondo la mano forgiatrice dell'uomo ha plasmato forme adatte allo scopo con materiali naturali, il processo ideativo è stato guidato dalla logica del riparo, dalla conoscenza della materia e del luogo circostante. L'artificiale è diventato naturale.

La perdita di questi valori ci ha disorientati, alziamo la testa! Possiamo, anzi dobbiamo, riconquistare i valori della progettazione e recuperare quel processo creativo inteso come coscienza dei luoghi e della cultura progettuale propri del contadino. Superiamo l'abominevole e sconcertante idea dello stile: il capomastro sapeva costruire soltanto case nello stile del suo tempo, senza neppure porsi tale problema. Ma chi può invece costruire in qualsiasi stile del passato, chi ha perduto ogni legame con il proprio tempo, costui, sradicato e distorto, è diventato il dominatore dello scenario contemporaneo, lui, l'architetto (decoratore). L'esempio della fotografia di sfondo non rappresenta lo stile da seguire... E poi stile in che senso? Cosa è lo stile? Cosa significa? Lo stile è per noi l'espressione dell'esigenza e delle necessità dettate dal tempo. Il nostro tempo. E noi abbiamo bisogno di architettura del nostro tempo, che risponda alle concrete problematiche contemporanee e non scada a mera arte grafica o non sia tramortita dal sinistro colpo inferto dai paladini dell'esercizio di stile.

Non tutto è perduto. Oggi l'architettura, questo artificio creativo dell'uomo, può e deve essere “naturale”. Questo è lo spirito del tempo, questa la necessità contingente: ritrovare le condizioni di natura. Perchè in estrema sintesi, l'orizzonte delle azioni legate alle modificazioni del contesto per conto dell'uomo, con la sua opera di costruzione, ricopre un ruolo fondamentale nella ricerca di quel delicato equilibrio che riconosciamo come naturale o, per essere al passo con i tempi, “sostenibile”. Un equilibrio che significa rispetto della diversità, esaltazione della differenza, sensibilità nei confronti del contesto e del paesaggio. Esiste un terreno comune (o un common ground) che lega la storia del contadino di cui abbiamo parlato all'evoluzione delle nostre città e questo common ground risiede nella naturale artificialità del costruire e nella sana riscoperta della coscienza progettuale che l'architetto deve possedere. Così anche i contrasti tra l'opera artificiale dell'uomo, che assembla pezzi di pietrame per costruirsi il suo modesto riparo, si fonde nell'immagine delle vette Apuane che si stagliano sullo sfondo della foto fino a divenire una naturale prosecuzione dello skyline disegnato dalle stesse. Anche il contrasto si unisce nel dialogo e le molteplicità sono riconducibili alle medesime domande...

Il tema centrale dell’edizione 2012 della Biennale di Architettura di Venezia è ciò che abbiamo in comune: Common Ground. L'idea è quella di riaffermare la cultura architettonica intesa non soltanto come insieme di singoli talenti, ma anche come patrimonio di idee differenti riunite in ambizioni comuni.
Common Ground si riferisce dunque alle idee che condividiamo sull’architettura, anche oltre gli stessi confini professionali. E' un invito alla riflessione, esteso a tutti, su come poter meglio indirizzare queste intuizioni condivise, queste preoccupazioni e le aspettative che abbiamo nei confronti dell'architettura. Accreditati per FULL Magazine, abbiamo seguito da vicino la Biennale, nella convinzione che questo terreno comune costituisca il presupposto per una rinnovata e più diffusa coscienza architettonica, estesa quanto più possibile a tutti gli utenti e cittadini del mondo.