mercoledì 3 ottobre 2012

L'AMORE PROUSTIANO secondo Lombardi e Tiezzi


Il Teatro è una delle passioni di questa rivista. Da tempo volevamo ‘intrufolarci’ dietro le quinte di uno spettacolo importante, seguendo i passi di un attore importante per poi regalarvi un resoconto completo. Grazie all’amicizia consolidata con Sandro Lombardi, uno dei più grandi interpreti in attività e a quella nata da poco con Federico Tiezzi, uno dei più talentuosi e innovativi registi, abbiamo avuto questo privilegio andando anche un passo oltre. In una piovosa giornata fiorentina, abbiamo raggiunto Sandro e i suoi colleghi fotografando in silenzio un’insolita prova generale ‘al riparo’ nel cortile del Bargello. Queste le foto tratte dal backstage.
Autore: Silvia Cosentino, Caporedattore di FULL Magazine e 4rum.it

Per questa stagione 2012, il consueto sodalizio di Sandro Lombardi con il Museo del Bargello ha prodotto un allestimento estremamente ambizioso nella sua complessità: l’adattamento teatrale di “Un amore di Swann”, romanzo nel romanzo all’interno del colossale “Alla ricerca del tempo perduto” proustiano. Parlando di ambizione e parlando di Sandro Lombardi, la regia non può che essere affidata al grande Federico Tiezzi, che riteniamo tra i pochi attualmente disposti ad affrontare una sfida così dura.

Abbiamo il piacere di raggiungere la compagnia qualche giorno prima del debutto: questa primavera assai incerta di maggio ci affligge con una pioggia battente che, essendo lo spettacolo previsto appunto per il cortile del museo, rovina inevitabilmente la prova. La rovina agli attori e ai tecnici, costretti ad arrangiarci con soluzioni alternative di fortuna, ma non certo a noi che, con non poca ammirazione, riusciamo comunque a godere della magia che si sta costruendo e che il fragore della pioggia può solo celare, ma non sconfiggere. Un po’ di memoria deve essere ancora consolidata, i movimenti sono estremamente limitati così come, di conseguenza, la piena intenzionalità delle battute. Tuttavia, già cogliamo la densità psicologica del testo, la finezza delle parole, l’armonioso rimbalzo di dialoghi e riflessioni che ci parlano di amore, illusione, sfrontatezza della mondanità a contrasto con la sfera più intima del sé. Una sottile, intelligente comicità che sostiene il tutto. Percepiamo poi un “gioco”, un’altalena personaggio-attore che, comprendiamo, porterà lo spettacolo ancora più dentro e oltre Proust: Sandro Lombardi, sempre in sé, conscio di ciò che sta facendo anche in una situazione non proprio agevole; Elena Ghiaurov, estremamente concentrata nell’universo del suo personaggio; Iaia Forte, solare, vitale, entusiasta malgrado il disagio. C’è già tanto, tantissimo da ammirare, ma Sandro ci assicura che la magia della scena saprà regalare molto di più.

Così è, come preannunciato. Intorno al pozzo del cortile un gran numero di sedie di stoffa rossa, variamente dislocate, evocano il salotto di Madame Verdurin così come gli altri ambienti. Tre passerelle (a sinistra, a destra e al centro verso il pubblico) segnano l’entrata in scena di queste tre figure emerse dalla scrittura proustiana, tanto personaggi quanto narratori, passano dalla prima alla terza persona senza soluzione di continuità: c’è bisogno di tempo per ambientarsi, per non restare spiazzati da questa narrazione che, è evidente, è ben lontana dall’essere realistica. Sulle note di Debussy, i tre si muovono ora in modo naturale interagendo tra loro o rivolgendosi al pubblico, ora bloccandosi in fotografia o muovendosi a scatti, come animati o interrotti da quella stessa scrittura che li fa fluire. Non si toccano quasi mai tra loro: persino i momenti più passionali (o presunti tali) vengono affrontati con un distacco che impedisce qualsiasi immedesimazione; non ci si commuove, non si entra in empatia, piuttosto si è portati a sorridere amaramente seguendo l’analisi spietata che Proust (e con lui Tiezzi e gli attori) fa del mondo e dell’amore. Analisi che, in ultima istanza, fa diventare i tre caricature, animali rumorosi in preda all’istinto, facce nascoste dietro enormi maschere di coccodrillo. In una scena fondamentalmente asettica, colpiscono i vortici di colore delle immagini proiettate direttamente sullo sfondo (motivi floreali, accenni di paesaggio, geometrie…) e la ricchezza dei costumi delle signore e, in particolare dei prorompenti cappelli quelli indossati dalla Verdurin, in una megalomania nettamente in contrasto con la pacatezza di Swann. I tre protagonisti si incontrano e si scontrano, si accompagnano e si annientano in un ritmo che culmina con l’uscita dal personaggio: cambiano le luci, la dizione si allenta, ed ecco Sandro, Elena e Iaia parlare dell’amore come fenomeno, così come Proust vorrebbe. Si rientrerà poi nella finzione e queste tre proiezioni svaniranno così come erano arrivate, eteree pur nella loro forte caratterizzazione. Elegante e incisiva la Ghiaurov, in una Odette spietata con se stessa e con il mondo; travolgente la Forte, nella sua materica e chiassosa Verdurin; sempre dolcemente struggente Lombardi e il suo Swann, talvolta imperscrutabile, in altri momenti talmente ingenuo da divenire buffo.
Uno spettacolo intelligente, raffinato, impossibile da cogliere se non si pone una pressoché totale attenzione a ogni aspetto: ogni gesto e ogni suono, anche i più impercettibili, contribuiscono a creare una complessa macchina decisamente non per tutti i gusti.