mercoledì 3 ottobre 2012

Intervista esclusiva a Guia Besana


Autore: Ottavia Sartini
Si ringrazia: LABottega

Sfoglia il servizio all'interno della rivista da pagina a 36 a pagina 38

Guia Besana è torinese di nascita, nella città sabauda ha svolto i suoi studi con indirizzo comunicazione per poi trasferirsi a Parigi dove oggi lavora e vive con il marito e la figlia. 

Le sue fotografie sono apparse su “Le Monde”, “Courrier Internationail”, “MarieClaire”, “Io Donna”, “D di Repubblica”, “Vanity Fair” e hanno inoltre trovato un meritato spazio in mostre collettive tra Roma, Milano, Torino, Napoli, Parigi, New York, Barcellona, Kuala Lampur.
Dal 2004 si fa notare dalle giurie di concorsi e premi prestigiosi come il premio “FNAC”, il “Leika Oskar Barnak”, il “Canon Award”, il “Julia Margaret Cameron Award”, il premio “Amilcare G. Ponchielli”. Le sue fotografie sono state scelte da AI AP- American Photography, grande vetrina che mostra cosa accade nel mondo della fotografia contemporanea, tra grandi maestri e fotografi che iniziano a farsi un nome.


Fra i suoi lavori ci sono reportage fotografici che meritano un’attenzione particolare per l’eleganza e l’equilibrio che li caratterizzano. Si pensi a “Inside Teheran” (2004), appunti fotografici di interni, case, donne iraniane, a “Interview in Istanbul” (2006), serie di scatti con i quali la fotografa va esplorando la condizione della donna in Turchia. E poi la serie “Traces” (2005), che documenta la tragica situazione dello Swaziland fortemente colpito dall’AIDS, causa di una vera e propria carneficina. 
Con “The Ladybug series” (2009-2010) Guia, ispirata dalla nascita della figlia, si concentra sul mondo dell’infanzia, sul ricordo di essa; il tutto è visto da una prospettiva insolita, grazie alla quale emerge con forza quanto conti l’imprinting di quei primi anni di vita su ogni persona.
Con il suo ultimo progetto, “Baby Blues”, lo sguardo di Guia Besana si sofferma sul mondo delle madri ed è Concita De Gregorio ad accompagnarla in questo racconto, firmando l’introduzione a questa prima serie di fotografie. Le immagini ci presentano una maternità complessa, con donne che sembrano volersi riconnettere a loro stesse e al mondo, senza riuscirci. Sono narrazioni costruite, volutamente statiche, messe in pausa; i soggetti appaiono isolati, fermi, in silenzio. Gli scatti più significativi sono stati esposti il Luglio scorso a Marina di Pietrasanta presso LABottega di Serena del Soldato; ed è qui che Guia tornerà a Ottobre per tenere un workshop su come costruire una fotografia a partire da un ricordo speciale 
(info su www.labottegalab.com).


Anche tu da bambina e da ragazza avrai scattato foto con la semplicità di tutti noi: quando e come fotografare è diventato qualcosa di più?
Sin da bambina sono stata attratta dalla “registrazione” in tutte le sue forme. Registravo le voci della mia famiglia con i vecchi mangiacassette… Lo usavo in casa o durante i viaggi in macchina. Registravo anche le telefonate di mia sorella… Andavo a frugare dentro alle scatole in fondo agli armadi alla ricerca di bobine di super 8 e fotografie che potessero raccontarmi delle cose. In seguito ricordo un pranzo di Natale con la polaroid e la macchina fotografica manuale, la usavo solo con pellicole in bianco e nero per fotografare gli amici più cari.

Parliamo di BABY BLUES, serie di fotografie ospitate presso LABottega di Marina di Pietrasanta lo scorso luglio. Come è nata questa serie?
La serie BABY BLUES nasce dal bisogno di esplorare il mondo della maternità. Diventare madre mi ha spinto a voler raccontare un mondo più vicino a me e alle donne che fanno parte del mio entourage.

Quali risposte hai avuto dal ‘mondo delle mamme’? Che effetto ha fatto il tuo lavoro su di loro?
E’ un lavoro che ha suscitato molto interesse nelle donne in generale, mamme e non. In realtà credo sia un lavoro che riguarda sentimenti che non sono esclusivi della maternità. Le donne in generale si sono identificate, ma c’è stato anche interesse da parte di uomini. Ho ricevuto diverse lettere ed è stata la cosa che mi ha fatto più piacere. Sorprendermi davanti al potenziale che può avere la fotografia come mezzo di identificazione e comunicazione. 

Si ha la sensazione che in alcuni casi i titoli scelti per gli scatti facciano da amplificatore alla scena fotografata e provochino sull’osservatore un sorriso amaro, come sono nati?
Sono titoli inventati... dopo lo scatto cerco un titolo che mi ispiri.

Dai progetti che ad oggi hai realizzato emerge con chiarezza l’interesse verso il mondo delle donne (oltre a Baby Blues, anche Interview in Istanbul, Inside Therhan, She), ci puoi spiegare?
Essendo una donna, i soggetti femminili mi hanno coinvolta più di altri e da anni i miei lavori personali trattano temi in questa direzione. Non posso dire che sia stato intenzionale. Diciamo che quando sono libera, tendo a interessarmi a soggetti con i quali mi identifico.

E puoi dirmi come avviene la scelta della location? Sembri prediligere interni di abitazioni…
Sono tutti interni (ed esterni) legati in qualche modo a me. Sono interni di case di amiche o esterni di case di famiglia... Alcuni sono luoghi solo. Credo che nel mio caso sia importante l’influenza del reportage, i ritratti sono quasi tutti in situazione, intenzionalmente, nel tentativo di riassumere in una sola immagine una persona e una storia. Molti dei miei ritratti sono frutto di lavori commissionati dai giornali, diventa quindi importante raccontare qualcosa in più, aggiungere elementi intorno a una persona è un modo per descriverla. Oggi chi vuole lavorare come fotografo è quasi obbligato a fare ritratti e deve avere la capacità di applicarli e destinarli a diversi supporti (press, corporate, editoriale, fine art, moda…). 
Ci sono molti premi nati recentemente dove viene richiesto solo il ritratto o comunque dove il ritratto rappresenta una sezione principale del premio.

Si sente spesso parlare della poca attenzione del nostro paese verso l’arte e le sue espressioni: qual è la tua esperienza in questo senso?
L’attenzione per la fotografia in Italia sta aumentando sempre di più. Negli ultimi anni sono nate molte scuole, workshop e spazi espositivi dedicati alla fotografia. Credo che sia un paese con una grande sensibilità artistica, ma che purtroppo non sappia valorizzare il proprio patrimonio.

A un/a giovane fotografo/a di talento, ma ancora sconosciuto/a cosa consiglieresti?
Se è di talento, di costruire un buon portfolio che comprenda un lavoro personale e di lanciarsi. Poi c’è la fortuna che gioca un ruolo fondamentale.

E tu ne hai avuta?
Sì molta, e consiglio a tutti di allenarsi a individuarla e nutrirla.

A cosa stai lavorando attualmente?
In questo preciso momento sto realizzando gli scatti per una maison di moda francese.

E qual è il progetto che sogni di realizzare? 
Baby Blues… To be continued…

Buon Lavoro!