martedì 30 ottobre 2012

'Architettura è...'. Il Museo di Castelvecchio a Verona

Autore: Lorenzo Ricciarelli, Responsabile Architettura FULL MagazineAdvisor: Marta Conforti, Coordinamento Architettura FULL MagazineFoto: Ricciarelli - Conforti


Abbiamo visitato il Museo di Castelvecchio, uno dei più importanti musei di Verona nonché uno dei più interessanti nel panorama dell’arte italiana e straniera. L’interesse era incentrato sull’intervento dell’architetto Carlo Scarpa (Venezia 1906-Sendai 1978): il museo difatti è stato oggetto dell’intervento di restauro dal 1957 al 1975 ed ha portato alla realizzazione dell’allestimento che prende forma all’interno della fortezza di Castelvecchio e si articola in circa trenta sale e relativi settori: scultura,  pittura italiana e straniera, armi antiche, ceramiche, oreficerie, miniature e antiche campane cittadine.
L’occasione ci è gradita, oltre che per presentare l’intervento dell’architetto veneziano quale celebre esempio di architettura museale ed intervento di restauro, per portare all’attenzione dei  lettori  il progetto Carlo Scarpa: in considerazione del ruolo centrale della figura dell'architetto nel panorama dell’architettura contemporanea, il Ministero per i Beni e le Attività Culturali e la Regione del Veneto hanno costituito nel 2002 un Comitato paritetico Carlo Scarpa, finalizzato alla conoscenza, conservazione e valorizzazione dell’opera dell’architetto veneto nonché dell’archivio dei suoi disegni autografi acquisito dallo Stato italiano.
In particolare la Regione del Veneto ha destinato risorse importanti a un insieme integrato di iniziative promosse e sostenute dal Comitato paritetico. Primi fra tutti le indagini conoscitive, il rilievo e il restauro di un gruppo di edifici di Scarpa, tra i quali il Museo di Castelvecchio di Verona, la Fondazione Querini Stampalia a Venezia, la Gipsoteca Canoviana di Possagno e casa Gallo a Vicenza. Parallelamente la Regione del Veneto ha intrapreso una sistematica campagna di acquisizione di disegni di Carlo Scarpa presenti in collezioni private e li ha depositati presso il Museo di Castelvecchio. Con la digitalizzazione dei disegni del Museo di Castelvecchio consultabile su web, ha avuto inizio la costruzione del primo nucleo del sistema informativo Archivio Carlo Scarpa. Presso il Centro Internazionale di Studi di Architettura Andrea Palladio, è stata inoltre realizzata la Fototeca delle opere dell’architetto, con la raccolta di foto storiche, una nuova campagna fotografica e il progetto di una videoteca di interviste a committenti, collaboratori, interlocutori ed esecutori.

Sospesi nel tempo...

Giunti a destinazione presso la fortezza di Castelvecchio, con il nostro nuovo numero di FULL fresco di stampa sotto braccio, ci addentriamo curiosi all'interno del cortile che fa da cornice allo scenario delle quinte murarie della fortezza, che silenziose definiscono lo spazio museale. Il cielo è terso, i colori intensi e scintillanti di luce propria, mentre i volumi dei corpi di fabbrica proiettano le loro ombre a terra dove un rigoglioso prato verde restituisce agli occhi una piacevolissima immagine di quiete e dona allo spirito la sensazione di arresto del tempo. Percorriamo l'unico sentiero tracciato, mentre allineamenti, superfici pavimentate e selciate, sono parte di un apparato di segni forti che danno valore plastico alle preesistenze e sottolineano la raffinata maestria con la quale Carlo Scarpa ha operato in un contesto storico denso di cultura e tradizione senza intaccarne l'essenza. Una lama di cemento scolpisce lo spazio d'ingresso ed invita ad entrare dentro. 
Con lo stesso rispetto che l'architetto veneziano ha riservato alle fabbriche della fortezza, silenziosamente, accolti da una luce soffusa intrisa di armonica lucentezza, ci addentriamo nelle sale del museo e ci scopriamo d'un tratto parte di un tutto che ci catapulta in una dimensione parallela e misteriosa: sospesi nel tempo percorriamo gli spazi guidati dalle opere, autentiche custodi del luogo, che ti suggeriscono il passo successivo da compiere... procediamo attraverso un percorso impercettibile, ma attentamente ponderato e definito dai segni tracciati in pianta mentre sculture, incisioni e lastre marmoree assistono da spettatori al costante incedere del fruitore. Storditi ci rendiamo conto di percorrere le vie che portano all'essenza della poetica del mostrare: siamo spettatori di un allestimento che rispetta e valorizza nel profondo i contenuti dello spazio delle sale, ne esalta le volumetrie, le proporzioni, le aperture verso l'esterno ma costruisce al contempo un intreccio carico di significati. Le opere esposte godono di carattere e lucentezza propri pur nella condivisione dello stesso spazio, definiscono i percorsi da seguire, e sospese da terra, donano all'osservatore quei loro valori plastici che proiettano la mente oltre la semplice apparenza e fanno cogliere il valore profondo del loro essere. Al centro dell'esperienza che il museo offre è l'evidenza dell'azione compiuta dal tempo...



Può l’architettura essere poesia?


Sono i particolari a fare la differenza, a esaltare il valore compositivo dell'opera dell'architetto che restituisce alla città, alla storia e alla cultura uno spazio espositivo che è espressione di se stesso, della sua potenzialità evocativa e della storia che rappresenta. Con rispetto profondo nei confronti della preesistenza, gli oggetti (sculture, lastre, dipinti e armi) sono sapientemente dislocati all'interno dei vari ambienti, come ad eliminare la distanza tra contenuto e contenitore, mentre ciò che fa parte del nuovo intervento è sempre ponderatamente giustapposto e mai sovrapposto alla preesistenza, con fine sensibilità. La scelta materica cade sempre a favore della nuda verità del materiale (cemento ed acciaio su tutti) a scapito di inutili formalismi decorativi o finzioni del tutto ingiustificate. Ciò che è nuovo e fa parte dell'allestimento è riconoscibile, sincero, sobrio, elegante e sempre staccato dalla struttura muraria antica: percorsi, passerelle, gradoni, rivestimenti interni ed esterni sono autenticamente riconoscibili, semplici nella forma, autentici nel materiale.
Nessuna finzione, nessuna caduta verso la faciloneria stilistica o la retorica ornamentale, soltanto nuda verità dei materiali nuovi che, con sincera eleganza, dialogano con le pietre e i mattoni antichi della fortezza. Così Scarpa declina la sua poetica del mostrare e dimostra abile maestria nell'integrare le strutture del passato con l'innovazione del presente, a fronte di una profonda conoscenza della storia  e in continuità con la linea solcata dal Movimento Moderno. La disciplina della misura caratterizza tutto ciò che a Castelvecchio si può vedere ed evidenzia come ciascun episodio sia concepito in funzione dell'altro, parte di un procedimento compositivo capace di relazionare tra loro e fondere, fino quasi a nasconderne le origini, le figure evocate. La misura è il fondamento della tecnica che l'architetto possiede e il controllo del tempo l'arte che adopera per evocare immagini spirituali. 
I sei anni inizialmente dedicati da Scarpa al progetto di Castelvecchio non sono molti se a reclamarli è questo forte controllo del tempo, questa magnifica capacità evocativa tirata in ballo dalla sua poetica del mostrare. Tutto questo giustifica quanto si sentiva al momento della realizzazione ripetere circa i tempi ingiustificatamente lunghi; giustifica persino la pigrizia con cui Scarpa assolveva agli incarichi ricevuti. Sarebbe inopportuno non identificare la sua inclinazione a procrastinare con l'esercizio del dubbio e della pazienza, con l'affetto per la sorpresa, con il timore che dovrebbe sempre accompagnare il compiersi di ogni atto conclusivo di una vicenda costruttiva.
Il museo di Castelvecchio rimane opera emblematica dell'architetto: il suo fare era la sua cultura, e come i suoi disegni raccontano, Scarpa pensava facendo. Sapeva e , opportunamente lo spiegava ai suoi studenti, che la poesia nasce dalla cosa in sé e non può essere il fine dell'architetto. “L'architettura che noi vorremmo essere poesia dovrebbe chiamarsi armonia”, sosteneva, essendo questo lo scopo dell'esercizio costruttivo, l'unico di cui il progettista deve sentirsi responsabile.



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