venerdì 20 aprile 2012

Cecilia Freschini


Conversiamo con Cecilia Freschini, giovane, bella e intraprendente curatrice d'arte che, con coraggio, ha deciso di spingere la sua sete di conoscenza fino alla Cina, dove ha dato vita a un'importante realtà dedicata allo studio della contemporaneità

Di Silvia Cosentino

Ci puoi parlare della tua formazione artistica e, in particolare, di come ti sei avvicinata alla videoarte e alle arti performative?
La mia formazione a dire il vero è economica; certo, ho poi preso un indirizzo artistico seguendo le dinamiche contemporanee sia da un punto di vista teorico sia soprattutto da un punto di vista gestionale e organizzativo. La sezione Cina alla Biennale di Praga con dodici artisti cinesi, in effetti, è stato uno dei rari momenti in cui ho presentato della vera e propria pittura... la mia attenzione si è spostata fin da subito sui new media e performance, sia per scelta e passione, ma anche per opportunità e ragioni legate al contesto. La Cina si sta svecchiando e slegando da certe dinamiche artistiche che favoriscono commercialmente la pittura. Sicuramente la fotografia gioca un ruolo importante, ma soprattutto si riscontra una grande attenzione per i new media: arte multimediale, installattiva, interattiva, video, animazione, web art… Ci sono spazi, curatori e dipartimenti accademici specializzati in tutto questo e i lavori che vengono prodotti, sono, in effetti, molto più interessanti e genuini rispetto a quadri o sculture confezionati più che altro per il mercando occidentale. Questa mia attenzione alla video art inoltre rispecchia una questione molto banale e pratica: i costi sono logicamente molto più ridotti e questo mi permette di presentare agevolmente i lavori di artisti internazionali in varie parti del mondo.

A un certo punto della tua vita, hai compiuto il coraggioso passo di lasciare l'Italia e di trasferirti non semplicemente all'estero, ma in un posto per noi lontanissimo: cosa ti ha spinto a prendere questa decisione e cosa speravi di trovare?
Dopo la laurea nel 2004 e dopo aver tergiversato un po’ ipotizzando un periodo formativo in Australia, sono partita per quello che, inizialmente, doveva essere solo un breve momento di stacco, di pochi mesi, seguendo l’impulso irrefrenabile di voler conoscere un’altra cultura e di confrontarmi con qualcosa di assolutamente estraneo. Sono quindi arrivata a Pechino, che fin da subito si è presentata particolarmente enigmatica e coinvolgente, e sono ancora qua! Il confronto è stato importantissimo e per la verità non ho ancora smesso di interrogarmi! Questo Paese non è immediato, non è facile da decifrare soprattutto in questo preciso momento storico dove tutto, qui, è talmente mutevole, indefinito e veloce. Ammetto che ero partita con idee abbastanza chiare su quello che avrei voluto fare, con intenzioni precise e soprattutto con molta predisposizione, ma dal lato pratico della Cina non sapevo nulla: non conoscevo né la cultura né la lingua! È stata un’avventura particolarmente preziosa sia da un punto di vista umano che poi professionale.

Hai trovato quello che cercavi? Com'è fare arte, occuparsi di arte in Cina?
Beh! Direi di sì: ho trovato mio marito! Ah! Ah! E ho trovato un ambiente propositivo e curioso dove inserirmi in modo naturale e colloquiare in maniera attenta e costruttiva: con i cinesi si lavora molto bene!
I primi mesi li ho dedicati alla lingua e per i primi anni non ho voluto conoscere italiani e questo ha logicamente agevolato molto il processo di apprendimento del cinese. La prima esperienza lavorativa è stata con una galleria privata. Ho avuto la fortuna di conoscere il titolare della galleria proprio nel momento in cui apriva un nuovo spazio e quindi me ne ha affidato la direzione. In seguito, ho sentito il bisogno di slegarmi da quella realtà e d’iniziare un percorso autonomo come curatrice indipendente. Così ho iniziato a instaurare vari tipi di collaborazioni con musei, gallerie, biennali e fiere sia in Cina che in Europa.
Recentemente ho fondato lab-Yit, una piattaforma per l’arte contemporanea italiana in Cina. È un progetto molto grande e importante che intende essere un punto di riferimento sia per gli italiani sia intendono lavorare in questo campo in Cina, sia per la realtà locale: la prerogativa è di far conoscere e dare visibilità all’arte contemporanea italiana qui sul posto.
Lavorare adesso in Cina con l’arte contemporanea è una bella sfida, perché’ tutto è nuovo e in evoluzione. Inserirsi in un contesto cinese significa cambiare molti parametri e modificare il proprio knowledge riaggiustando le varie nozioni precedentemente acquisite sul funzionamento e il senso dell’arte contemporanea stessa. E’ una sfida che porta a ridefinire e correggere vari punti di vista, ad esempio, il ruolo che può avere una galleria o un museo, oppure i parametri di giudizio inerenti a una buona mostra o ancora, cosa significhi operare nell’arte oggi, piuttosto che quesiti inerenti il ruolo del mercato e la libertà espressiva. Tutte domande che mi derivano dalla specifica situazione cinese che si dimostra, a tutti gli effetti, un territorio perfetto per nuove sperimentazioni.
Ci sono senz’altro anche molte difficoltà nel lavorare in un contesto cinese, ma sul piatto della bilancia a controbilanciare ci sono, oltre allo spudorato ottimismo ci sono anche un maggior rispetto e professionalità. La scena artistica cinese è ancora decisamente immatura e impreparata, ma quello che ho potuto constatare in questi ultimi anni è efficienza, serietà e alto livello organizzativo, dovuti alla forte impronta gerarchica della società, che pone le sue basi millenarie sul concetto di armonia, come sublimazione fra bene e male, ovvero il rispetto indiscutibile nei confronti dell’altro e dello stato. I cinesi hanno un fortissimo senso patriottico, una passione che è l’immensa ricchezza spirituale del Paese nonché la sua forza e che noi dovremmo riscoprire...

In che modo l'arte viene vissuta diversamente dall'Italia che, per antonomasia, è considerata la culla della cultura?
L’Italia ha purtroppo svenduto e perso tutte quelle peculiarità che l’hanno storicamente resa una realtà ambita e riconosciuta a livello internazionale...
dalla pizza alla cultura. Limitandoci al raffronto Italia-Cina, se questa, al momento per vari motivi, è un germogliare di situazioni dinamiche e interessanti, la nostra bella Italia è un fiore avvizzito che si ripiega in se stesso. Dico questo con sincero rammarico e rabbia pur sapendo che su questo stelo esistono ancora delle zone verdi e promettenti. Ma, di fatto, al momento abbiamo un contesto socio politico imbarazzante e avverso. L’Italia non è mai stata capace di promuoversi e proporsi, ora ancor più l’attenzione alla cultura e le proposte che diamo sono davvero misere. Certamente il retaggio culturale è un onore quanto un onere enorme che grava sulle nostre spalle. La cultura, o meglio l’arte, è sempre andata a braccetto con l’economia: va da sé che, se non ci sono finanziamenti né mecenatismi, le possibilità per gli artisti risultano estremamente limitate. In Cina ci sono soldi, ma non solo: c’è soprattutto una vitalità inimmaginabile da noi, c’è apertura, curiosità ed entusiasmo: questa è la differenza più lampante e fondamentale. Oltre alla deleteria situazione economica, le due pecche principali dell’Italia sono di guardare troppo all’estero senza coltivare abbastanza la propria scena e quella di non incoraggiare l’innovazione e la sperimentazione, scopo raggiungibile solo dando più spazio e occasioni concrete ai giovani artisti, in modo che abbiano modo di affermare la propria creatività all’estero. Bisogna salvare il Made in Italy dall’essere recluso ai margini dello scenario artistico internazionale.
Quello che noto rientrando un paio di volte l’anno, è, purtroppo, una situazione stagnante e deprimente, una vergogna che non limito al solo campo artistico…

Quali sono le realtà italiane e quindi le ragioni artistiche che ti convincono, periodicamente, a tornare in ‘patria’ per proporre i tuoi progetti?
Son sempre meno convinta di tornare in Italia, per questo ho fondato lab-Yit: per portarmi l’Italia qui! Per cercare di fare qualcosa di utile e concreto qui sul posto, in Cina, dove direi che ci sono, al momento, maggiori possibilità e sicuramente maggiore attenzione.
In Italia apprezzo e ammiro varie realtà che purtroppo rimangono dietro ai riflettori commerciali. In generale rispetto e collaboro volentieri con persone che portano avanti questo lavoro con serietà e passione...

In che direzione, secondo te, si sta muovendo l'arte internazionale? Quanto essa riesce a correre più veloce rispetto alla capacità dell'osservatore di fruirne?
Generalizzando, noto una vena sempre più intimista ed evanescente. Un’arte più smaterializzata, direi anche più fresca, immediata e partecipativa che mette in relazione il pubblico smovendolo su questioni sociali. O forse è solo quello che voglio vedere. Di fatto, in questo perdurare di crisi economica ma anche d’incertezza personale e sociale, il fatto di percepire chiaramente il peso di una società fatta di grandi sistemi gestiti da pochi interessi personali porta inevitabilmente a pensare a un ripiegamento su se stessi e a una ricerca di collaborazione e dis-consenso con l’altro.
L’arte deve essere contemporanea al suo tempo e usufruire delle dinamiche e strumenti propri del suo momento quindi sicuramente c’è una progressiva affermazione di contesti immateriali: azioni performative, video-sound art, lavori che nascano e si evolvono in virtù di una stretta correlazione con i continui avanzamenti e progressi legati alla tecnologia, al computer...

Quali sono le tematiche artistiche che ti interessano maggiormente, sulle quali dedichi la maggior parte dei tuoi studi?
Mi interessa approfondire questioni legate all’uomo, come essere in relazione con se stesso, con gli altri e il contesto in cui viviamo.

Su quale campo non ancora da te esplorato vorresti prima o poi lavorare?
Oh! Ce ne sono tanti! E tanti progetti in cantiere!

In che modo Europa e Cina possono dialogare attraverso l'arte? 
Chiaramente col mutuo rispetto e ascolto; reciprocamente pronti ad accogliere gli inpunt e le suggestioni che arrivano da entrambe le parti, soffermandosi maggiormente per lo meno a capire a grandi linee chi è il pubblico e l’interesse della controparte.
In Cina c’è una vitalità inimmaginabile da noi, c’è molta apertura, curiosità ed entusiasmo che troppo spesso non è contraccambiata. Quello con la Cina è incontro culturale frainteso e ancora solo accennato, dove l’identità della cultura lontana e diversa è interpretata più che altro alla luce di diffidenze, pregiudizi reciproci e da un’informazione troppo superficiale. Questo è un forte limite nella fruizione della reciproca produzione artistica. Sarebbe necessario fare chiarezza e fornire una visione più completa sulla realtà cinese. Quando si parla di Cina, come per altre realtà asiatiche, bisogna innanzitutto capire che ci si misura con un universo di parametri totalmente diversi rispetto ai nostri. Disattenzione, ignoranza e accanimento mediatico hanno creato in tempi record tutta una serie di falsi miti e pregiudizi basati su un background occidentale che l’Asia non ha mai conosciuto e per lo più lo ignora tuttora.
Col mio lavoro cerco di creare un flusso continuo di scambio tra le diverse realtà. Cercando per quanto possibile di esportare le persone non solo le loro opere, in modo tale che l’artista possa confrontarsi direttamente con la realtà locale. Ci sono varie realtà internazionali che portano avanti un progetto analogo che credo sia un buon punto di partenza per creare un buon dialogo.

Che cosa, nel tuo lavoro talvolta ti scoraggia?
Questo settore credo sia uno dei pochi che ti permette di lavorare, creare immaginare e realizzare senza troppi vincoli e muri o spesso proprio questi in realtà si trasformano in nuovi importantissimi input. L’arte mette a disposizione una fonte inesauribile di materiale e possibilità... certo bisogna poi confrontarsi col lato economico... ma a scoraggiarmi maggiormente è un contesto più ampio: è quando vedo ad esempio una popolazione inerme, che arrendevolmente si affida e piega il capo a tutta quella volgarità che ci viene propinata dall’alto.