mercoledì 28 settembre 2011

SANDRO LOMBARDI


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PIU' LUNA CHE SOLE

di Silvia Cosentino


foto repertorio, Marcello Norberth © Sandro Lombardi
foto in loco, Francesco Zavattari

Con immensa emozione abbiamo incontrato Sandro Lombardi nella sua casa di Firenze: immersi tra libri, cimeli e fotografie dal fascino remoto, abbiamo avuto il grande privilegio di ascoltare il racconto della sua esperienza artistica. Lasciamo subito spazio alla interessante intervista, fermamente convinti che le riflessioni di questo grande attore, condotte con quella stessa imperscrutabile eleganza che lo contraddistingue sul palco, riusciranno a risultarvi molto più significative di qualsiasi nostro commento o introduzione.
Ecco, quindi, Sandro Lombardi: maschera lunare, melanconico Pierrot del palcoscenico.

Hai vinto quattro volte il Premio Ubu come miglior attore: senza falsa modestia, che cosa ti rende uno dei principali protagonisti della scena italiana?
Non lo so, credo l'umiltà, il fatto di non aver mai preteso di considerarmi più bravo degli altri, di aver avuto la grande fortuna di incontrare Federico Tiezzi che mi ha spinto, aiutato e fatto comprendere il senso e il mistero del mestiere dell'attore, il fatto di aver incontrato tanti uomini straordinari come Jerzy Grotowski, Peter Stein, Mario Luzi, Edoardo Sanguineti, compositori come Giacomo Manzoni e tanti altri... Soprattutto il fatto di non essermi mai chiuso nella sensazione di aver già ottenuto un risultato definitivo: per questo mi sento sempre in cammino, in cerca, sento sempre di aver qualcosa da imparare anche se, nel frattempo, mi è piaciuto rendermi conto di avere anche molto da insegnare. Il lavoro dell'attore mi attrae molto, non lo considero mai una routine, c'è un tentativo - e il merito di questo va in gran parte a Tiezzi - di creare compagnie solidali, dove regni armonia. Non sono solo attore, ma anche capocomico “all'antica”, e quindi mi faccio carico, durante le prove e le tournées, di una funzione di mediazione tra Federico e gli attori. Sono complice di Federico nell'impresa, collega, sono suo socio, ma sono anche complice degli attori in quanto io stesso attore insieme a loro sul palcoscenico. Durante la tournée devo mantenere l'armonia e non è sempre semplice.

LE PAROLE DI SANDRO

La compagnia è composta da attori storici come Marion D'Amburgo, ma anche da nuovi elementi: un po' come accade al capocomico de I promessi sposi alla prova, qual è il modo più giusto per far lavorare attori dall'esprerienza pluriennale con altri che solo da pochi anni si sono affacciati al mondo del teatro?
In gran parte è compito del regista che amalgama modi di recitare diversi tra loro, che non obbliga gli attori a recitare tutti nello stesso modo, non pretende di imporre l'intonazione di una battuta, ma lascia che gli attori diano quello che hanno per poi lavorare su quello che danno. A me e a Federico piace molto che le singole individualità stilistiche emergano in quanto tali, ovviamente nella misura in cui queste individualità possano e debbano essere riunite e amalgamate in un'unica cifra stilistica che è quella dello spettacolo. Questa è la fase che compete soprattutto alla regia mentre ciò che compete a me viene dopo: quando lo spettacolo è iniziato ho il compito di mantenerlo nel disegno di regia che è stato consegnato, ma senza rigidità o in maniera schematica. Osservo cosa succede agli attori. Ci sono alcuni che risolvono il ruolo molto presto in prova e poi non si muovono più, non crescono. Altri invece conquistano la compiutezza del proprio ruolo con maggiore lentezza, ma poi, durante la tournée, non smettono i interrogarsi e quindi crescono. Questa crescita è per me molto eccitante, molto bella da seguire (anche perché io stesso sono un attore che continua fino all'ultima replica a porsi domande e a cercare risposte); la devo però controllare, perché può trasformarsi non solo in un arricchimento dello spettacolo, ma anche in un travisamento del disegno di regia. Io faccio parte di quella categoria di attori che risolvono molto, molto presto il ruolo. Nelle prove con Arturo Cirillo (La morsa, andata in scena tra maggio e giugno scorsi al Museo del Bargello di Firenze, N.d.R.) credo di aver avuto in mano la chiave di Andrea Fabbri già nel secondo pomeriggio di prova. Però non mi fermo, proseguo, vado avanti, quindi devo controllare sera dopo sera anche la mia trasformazione progressiva oltre a quella degli altri. Altro compito del capocomico è quello di individuare e possibilmente sciogliere i conflitti tra gli attori della compagnia. Finché è possibile, naturalmente. Non sempre lo è.

La collaborazione con Federico Tiezzi è davvero di lunga data: quali sono le caratteristiche che rendono vincente il vostro teatro?
Praticamente dura da sempre. C'è grande stima reciproca, grande affetto nelle libertà che ci diamo; siamo capaci di volerci molto bene, ma anche di confliggere e di accettare, accogliere difetti e pregi l'uno dell'altro.

Quali sono i ruoli con i quali senti di esprimerti al meglio, la tipologia di personaggio che più ti si confà?
Ce ne sono tanti, dato che ho attraversato fasi molto diverse. Il primo autore che ho amato alla follia, nel quale mi sono identificato con trasporto, gioia e anche risultato - perché mi valse il mio primo Premio Ubu come miglior attore dell'anno - è stato Samuel Beckett; in seguito c'è stata la scoperta di Bertolt Brecht che mi ha valso il secondo Premio Ubu per l'interpretazione di Nella giungla delle città, riconoscimento che però cumulava questa interpretazione e quella di Edipus, il mio primo Testori. Giovanni Testori è sicuramente l'autore più importante per me. Fin da subito sentii di aver trovato il "mio" autore. I suoi drammi riuscivano a stanare di me tutto quello che ancora era rimasto nascosto, o perlomeno quasi tutto. Quindi da Edipus, Cleopatràs, Due Lai, L'Ambleto, Erodiàs e I Promessi Sposi alla prova c'è stato un percorso continuo di conoscenza e progressiva apertura. Testori vuole tutto dall'attore: sangue, viscere, passione, cuore, intelligenza; è molto bello per un attore dare tutto questo e tirarlo fuori da se stesso, sentire che c'è una pagina che ti scortica la pelle, ti apre le viscere, il cuore. Studiando Edipus per sei mesi prima dell'inizio delle prove, mi scoprivo a costruire giorno per giorno: lavorando con le emozioni e la tecnica, l'attore necessario a interpretare quel ruolo. Era quel testo che mi spingeva a ciò, per esempio a trovare dentro di me registri vocali di cui prima non ero consapevole, capacità gestuali che non mi conoscevo... Lavoro doloroso, faticoso, ma anche molto gratificante. Pirandello, invece, l'ho scoperto tardi, e ne ho fatti tre, I Giganti della Montagna con Tiezzi, spettacolo che ricordo con amore infinito, L'uomo dal fiore in bocca con Latini e La morsa, quest'anno, con Arturo Cirillo.

Come è stato lavorare con Arturo Cirillo?
Mi sono trovato molto bene, come del resto mi ero trovato bene con Roberto Latini. Pur essendo abituato a lavorare quasi esclusivamente con Federico Tiezzi, avevo già fatto uno spettacolo su testi di Beckett diretto da Carlo Quartucci e poi L'Illusion Comique di Corneille diretto da Giancarlo Cobelli, due esperienze molto interessanti, ma non cruciali. Questi due registi sono straordinari, geniali, ma non lasciano nessuna libertà all'attore. Secondo me l'interpretazione che puoi dare a un ruolo deve nascere da un incontro dialettico tra quello che il regista desidera da te e quello che tu puoi dare sia al regista che al carattere. Ho sempre questo scambio con Federico e l'ho avuto sia con Latini sia con Cirillo.

Qual è, secondo te, la missione principale del teatro?
Mantenere in vita una delle poche attività in cui le persone si incontrano senza mediazioni virtuali e tecniche. Come sostiene Walter Benjamin nel saggio L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica, il teatro non è riproducibile: oggi, purtroppo, nelle accademie e nelle scuole si mostrano le riprese video degli spettacoli che in realtà non corrispondono agli spettacoli stessi. Lo spettacolo avviene qui e ora, io davanti a voi.

I tuoi personaggi sono molto spesso avvolti da eleganti tratti poetici, da una grazia recitativa che conferisce agli spettacoli un'aura imperscrutabile e surreale. Quanto questo è voluto e quanto, invece, è parte del tuo naturale codice espressivo?
È soprattutto naturale, insito nel talento che il Signore mi ha dato e che ho dovuto coltivare, guidato da Federico che ha sempre detto “tu sei più luna che sole”. La prima volta, in realtà, me lo disse Alighiero Boetti regalandomi un suo arazzo in cui c'era scritto “Sandro più luna che sole”. Quindi ho seguito questa strada che credo davvero essere la mia.

Ti riesce sempre seguire questa strada?
Non sempre, ci sono spettacoli in cui mi sento più realizzato, altri meno. Credo sia una cosa del tutto naturale e che accada a qualsiasi teatrante. L'allestimento di uno spettacolo è un'operazione talmente complessa, che a volte sfugge di mano... Veri e propri fallimenti, tuttavia, non ne ricordo, fortunatamente. Ricordo un paio di esperienze infelici, non tanto dal punto di vista artistico (erano due bei lavori), ma da quello delle relazioni tra gli attori: io ero ancora relativamente giovane e soffrii molto le tensioni provocate da attori privi di qualsiasi senso di responsabilità e solidarietà. Naturalmente, si dice il peccato e non il peccatore...

Quanto è difficile fare teatro, nel 2011?
È terribile, è atrocemente difficile: più in generale, oggi è difficile fa re cultura in qualsiasi campo, è difficile, direi, pensare liberamente...

A proposito di pubblicazioni, nel 2009 è uscito il tuo racconto lungo Le mani sull'amore: hai in mente altro a breve?
Ho iniziato scrivendo di teatro sui programmi di sala, testi per riviste specializzate, interviste. Nel 1995 mi telefonò Elena De Angeli, grandissimo editor che avevo conosciuto tramite Franco Quadri, per propormi di raccontare la mia esperienza di attore. Ci ho messo nove anni e il risultato è stato un volume di più di 300 pagine che io considero un romanzo di formazione (Gli anni felici. Realtà e memoria nel lavoro dell'attore, edito da Garzanti nel 2004. N.d.R.). Le mani sull'amore è invece un racconto lungo con una cornice autobiografica, all'interno della quale sono inseriti elementi di finzione. Ora ho due libri in cantiere: uno, in corso di pubblicazione, è una raccolta di poesie dal titolo Soltanto a notte, come un gufo, vedo; l'altro è di nuovo una sorta di romanzo di formazione che parte dall'infanzia e arriva fino a oggi: la storia molto romanzata della mia amicizia con Mario Luzi.

Che caratteristiche ha il teatro dei tuoi sogni?
È un teatro che si può fare in libertà, che non ha vincoli imposti dai produttori, un teatro che nasce dal cuore, dai desideri più intimi, che non ha limiti di nessun tipo. È esattamente il contrario di quello che si può fare oggi.

Sei una figura estremamente carismatica. Quanto questo carisma è stato alimentato dal teatro e quanto, invece, ha alimentato il teatro stesso?
Credo che si siano arricchiti a vicenda. Quando ho iniziato ero una persona molto diversa da adesso: il teatro è una scuola di vita, ma affinché ti arricchisca devi aprire il cuore e la mente, avere l'umiltà di accettare per quelli che sono i talenti che il Signore ti ha dato e coltivarli pazientemente e con determinazione.