mercoledì 28 settembre 2011

ROMANI D'EUROPA



Sfoglia il servizio a pagina 42 e 43

di Alessia Piccioni
dall'ufficio stampa In Media Res

A Roma ‘integrazione’ si pronuncia ‘lavoro’
L’integrazione sociale degli immigrati dai paesi neocomunitari passa attraverso il valore condiviso del lavoro

Conclusa in questi giorni una serie di conferenze e mostre fotografiche promossa da In Media Res nel contesto della Capitale per far luce su questo fenomeno

L’Italia è da anni meta di numerosi flussi migratori e, da quanto emerge dalle statistiche, si tratta di un fenomeno che sembra destinato a registrare ulteriori incrementi nei prossimi anni. Ciò che spinge gli immigrati nel nostro Paese è la speranza di trovare un lavoro e quella stabilità economica che non riescono a trovare in patria. Il lavoro, quindi, rappresenta la chiave d’accesso al nostro Paese, al suo sistema legislativo, culturale e linguistico. Ed è proprio il lavoro, inteso come valore condiviso per raggiungere una reale integrazione sociale, il tema del progetto ‘Romani d’Europa’, un’iniziativa culturale promossa da In Media Res Comunicazione e dall’Associazione culturale MakeNoise, in collaborazione con Cantiere Europa, Fonditalia ed Atac per Roma Capitale, Assessorato alle Politiche Sociali e Ufficio Europa. Il Progetto è stato presentato il 22 settembre in Campidoglio, presso la Sala Protomoteca. Si propone di raccontare, attraverso l’uso del video documentario, della rappresentazione fotografica e giornalistica e di una mostra fotografica, esperienze significative di lavoro di cittadini provenienti dai paesi cosiddetti “neocomunitari”. Si tratta di storie di vita quotidiana, ma, soprattutto, di volti, di persone, che attraverso il proprio lavoro a Roma si sono integrati e sono diventati i cosiddetti “nuovi romani”, contribuendo concretamente alla crescita ed allo sviluppo della città sul piano economico, ma anche culturale.
Il progetto ‘Romani d’Europa’ si prefigge, inoltre, di migliorare la percezione che gli italiani hanno nei confronti degli immigrati provenienti da quei paesi definiti “neocomunitari”, ossia provenienti dagli ultimi Paesi entrati a far parte dell’Unione Europea (Bulgaria e Romania nel 2007 e Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Malta, Lituania, Estonia e Lettonia nel 2004), attraverso la conoscenza delle numerose storie di lavoro presenti in Italia. Il progetto intende far conoscere le loro storie individuali e, attraverso queste, le loro storie collettive utilizzando il “lavoro”, il “mestiere” come valore condiviso, come base per costruire una solidarietà effettiva e non retorica, come collante per una Europa intesa come comune destino e comune identità plurale ed anche per prevenire i comportamenti anti-sociali, promuovendo la reciproca conoscenza tra migranti e le loro associazioni e contribuire quindi alla costituzione di una “rete” di collaborazione. In merito all’iniziativa, l’On. Federico Rocca, delegato del Sindaco di Roma ai Rapporti con l’Unione Europea, ha dichiarato: “L’Ufficio Europa, istituito dal Sindaco Giovanni Alemanno per la gestione dei rapporti con l’Unione Europea e con i “nuovi europei”, con entusiasmo sviluppa e sostiene il Progetto la cui finalità é la valorizzazione di questi nuovi cittadini di Roma attraverso le immagini e i racconti di alcuni di loro, la comunità dei “Romani d’Europa” esce finalmente dall’anonimato dei sondaggi e delle statistiche regalandoci una nuova prospettiva di una realtà romana spesso poco conosciuta, proprio perché, tranne alcune eccezioni, non ha mai rappresentato una “emergenza” per la città di Roma, quanto piuttosto un proficuo e spesso silenzioso processo d’integrazione con la nostra società e cultura”. Sebestyén Terdik, ungherese, nel 1991 dopo il crollo del regime comunista arriva a Roma. Dopo mille difficoltà frequenta l’Università e, poi quando nel 2000 in vista del Giubileo viene bandito un concorso per guida turistica, decide di partecipare, si getta a capofitto nello studio e riesce nell’impresa: “Roma è la mia seconda patria, ma non mi sono mai definito un italiano, forse perché non ho mai dovuto fare una scelta e perchè l’Italia non ti obbliga all’assimilazione. Ti permette di restare quel che sei o che vuoi essere. E in fondo è la cosa migliore”. Marin Spinu, faceva il volontario della Croce Rossa in Romania, poi ha deciso di venire in Italia per stare vicino ai figli. Una volta nel nostro Paese ha chiesto di poter continuare. Ora lavora al pronto soccorso del Sant’Eugenio un paio di volte a settimana, soprattutto la notte. Se arriva qualche paziente in gravi condizioni al pronto soccorso, lo porta dentro con la barella oppure prepara la sala operatoria, ma se la situazione è delicata, capita anche che esca fuori a parlare coi parenti per tranquillizzarli.
“Tutti mi si mettono intorno, fanno domande e il fatto che sono romeno non conta più. La gente si fida ciecamente e io mi sento utile a poter rassicurare qualcuno che è in pensiero per una persona cara”. Molti immigrati provenienti da paesi entrati negli ultimi anni nell’Unione Europea, sono tra quelli che offrono al nostro Paese un contributo maggiore in termini di sistema produttivo e sociale, in particolare nei settori dell’edilizia e dell’industria pesante per gli uomini e nei servizi domestici per le donne. E sono anche quelli che per tradizioni, cultura, religione, sono più vicini a noi, al nostro modo di vivere, alla nostra visione del mondo.
Gli ultimi entrati a far parte dell’Unione Europea, ovvero i rumeni (2007), rappresentano per vicinanza linguistica e culturale, la prima comunità straniera nel nostro paese (circa 850mila stimati da Caritas, di cui il 53% sono donne). Secondo la Caritas inoltre il 9% dei rumeni che vivono in Italia è proprietario di una casa, il 90% ha un reddito medio mensile di 1.030 euro e la loro presenza contribuisce per 2,3 miliardi di euro al Pil nazionale.

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