mercoledì 28 settembre 2011

NELLE MAGIE DEL PRADO



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di Silvia Cosentino

Il massiccio edificio che ospita il Museo del Prado si staglia elegante sotto il sole: simbolo della Spagna, simbolo di Madrid, tappa fondamentale per tutti i cultori dell'arte e non solo. All'imponenza dell'esterno corrisponde senza dubbio quella dei corridoi e delle sale, attraverso i quali i più grandi nomi della storia dell'arte si susseguono con colori e tratti inconfondibili. Se è vero che ai luoghi famosi è spesso abbinata un'immagine che più li caratterizza, e in questo caso le delicate fattezze di Margherita D'Asburgo in Las Meninas di Diego Velázquez non fanno eccezione, è altrettanto vero che questo museo colpisce e stordisce in quanto a varietà, caratura e numero delle opere esposte. Non solo, quindi, il già citato spagnolo, il più rappresentativo della corte di Filippo IV, ma molti altri nomi attraverso i quali divorare secoli di pittura e stili che, sebbene diversi tra loro, condividono il marchio dell'assoluto capolavoro, di quell'immortalità che lascia ubriachi e senza parole. Sono necessari calma e impegno per non lasciarsi risucchiare, restare lucidi e discernere ciò che si sta vedendo: dato che l'impresa risulta quasi impossibile, non resta altro, come in molti luoghi, che selezionare, decidere su cosa concentrare occhio e spirito. Impossibile evitare i padri italiani: Mantegna, Beato Angelico, Botticelli, Raffaello, Tiziano, Veronese e Tintoretto sono solo alcuni tra coloro che hanno posto le basi di correnti e stili poi propagatisi in tutta Europa.
Immersi nella pittura spagnola, fiamminga, olandese, inglese, nei surreali paesaggi di Poussin e Lorraine, si pensa di aver esaurito le energie, quando, quasi ottenebrati, si giunge in un luogo magico, lo spazio fisico e mentale di Francisco Goya. In un percorso che dal ritratto più o meno canonico procede verso le cosiddette pitture nere, lo spagnolo sconvolge con il vigore delle sue pennellate, con i suoi toni da incubo: qui si ha la convinzione di aver cambiato museo, città, luogo del Mondo, anzi, di essere in un non-luogo astratto dal tempo e dallo spazio, in cui tutti i sensi sono invasi nella scoperta di qualcosa che nessun libro di storia dell'arte potrà mai replicare. Un po' come nel caso dell'Impressionismo, si ha la sensazione di capire a pieno (ma cosa, davvero, abbiamo capito??) solo adesso che le opere, tela e colore, si mostrano concretamente davanti ai nostri occhi in tutta la loro potenza. Restano davvero poche energie per la sezioni dedicate alla scultura, alle arti decorative e alle esposizioni temporanee, almeno che per queste non si sia appositamente giunti. Il desiderio è inevitabilmente quello di ritornare per vedere ciò che, molto probabilmente, abbiamo perso o ciò che, già visto, è destinato a restare per sempre nella nostra memoria e di cui, come sempre accade per quanto vi è di bello, non ci sazieremo mai.

LAS MAGIAS DEL PRADO

traducción Diego Símini

El edificio en que se halla el Museo del Prado toma un aspecto elegante bajo el sol: algo así como el símbolo de España, el símbolo de Madrid, impescindible para todos los amantes del arte y no solo para ellos. El exterior imponente tiene su par en los pasillos majestuosos y en las salas, maravillosas, donde los más grandes nombres de la historia del arte se suceden con sus colores y sus trazos inconfundibles. A los lugares famosos se les asocia a menudo una imagen que los caracteriza; en este caso, los rasgos delicados de Margarita de Austria en Las Meninas de Diego Velázquez son la confirmación de esta regla no escrita. Hay que añadir que este museo impacta y hasta desorienta por la extraordinaria variedad, calidad y cantidad de obras expuestas. Además del citado Velázquez, el más emblemático de los pintores de la corte de Felipe IV, muchos otros autores, que permiten devorar siglos enteros de pintura y estilos, que, aunque muy distintos, comparten la categoría de obras maestras, rezuman inmortalidad, lo cual deja como atónito y sin palabras. Hace falta disponer de calma y dedicación para no dejarse aplastar, hay que mantener la lucidez y discernir lo que se está viendo: ya que esto es difícil, no hay otra sino seleccionar, decidir de antemano en qué concentrar el ojo y la atención. Imposible evitar los clásicos italianos: Mantegna, Beato Angélico, Botticelli, Raffaello, Tiziano, Veronese y Tintoretto son solamente algunos de los que sentaron las bases de corrientes artísticas y estilos que luego se difundieron en toda Europa.
Rodeado por la pintura española, flamenca, holandesa, inglesa, subyugado por los paisajes imaginíficos de Poussin y Lorraine, el visitante piensa que ya no puede más, cuando, ya casi obnubilado, alcanza un territorio mágico, el espacio físico y mental de Francisco de Goya. Sus obras están organizadas según un recorrido que va desde los retratos más o menos canónicos hasta las llamadas pinturas negras. El gran pintor español impacta con el vigor de sus pinceladas, con sus tonos de pesadilla: llegados a esta sala, se tiene la sensación de que estamos en otro museo, en otra ciudad, en otro lugar del mundo; es más, parece haber llegado a un no-lugar, alejado del tiempo y del espacio, en que todos los sentidos están ocupados por la exploración de algo que ningún libro de historia del arte puede reproducir. Como con el Impresionismo, que comprendemos plenamente (¿qué hemos comprendido, realmente?) solo una vez que las obras, en su materialidad de tela y pigmentos, se hallan de verdad ante nuestros ojos con toda su carga expresiva.
Con las escasas energías residuas, queda la posibilidad de visitar las secciones de escultura, de artes decorativas y, desde luego, las exposiciones temporáneas, siempre que no sean la meta del desplazamiento. Permanece el deseo de volver para ver lo que probablemente se ha dejado de lado, o lo que, ya visto, permanecerá indeblemente en la memoria y que, como todo lo bello, nunca podrá saciarnos.