martedì 7 giugno 2011

AIDA


Di Silvia Cosentino - Caporedattore di FULL™

Al Maggio Musicale Fiorentino l'AIDA di Zubin Mehta, Ferzan Ozpetek e Dante Ferretti

Il 74esimo Festival del Maggio Musicale Fiorentino è stato aperto da uno spendido, nuovo allestimento di Aida al Teatro Comunale: sotto la sapiente direzione del Maestro Zubin Mehta, grande esperto del capolavoro verdiano, questa formula vincente porta i nomi di Ferzan Ozpetek, al debutto nella regia lirica, il Premio Oscar Dante Ferretti alle firma delle scene e Francesco Ventriglia alle coreografie. Senza dimenticare un cast che, nel modo più appropriato, esalta tutta la bellezza formale dell'opera.

L'azione si svolge a Menfi e Tebe, al tempo dei faraoni: la schiava etiope Aida è lacerata tra l'amore, ricambiato, per il capitano delle guardie egizie Radamès e la fedeltà al padre, il Re di Etiopia Amonastro. Tra scene maestose dominate dalla forte classe sacerdotale e altre più intime, in cui emerge il conflitto con Amneris, la figlia del Faraone (anch'essa innamorata del giovane guerriero), la vicenda si conclude con la tragica morte dei due innamorati, sepolti vivi all'interno del tempio di Vulcano. Questa, in poche parole, la trama di una delle opere liriche in assoluto più rappresentate al mondo: pagine indissolubili con cui Giuseppe Verdi (1813-1901) traccia, così come Gioachino Rossini diversi anni prima, il destino del melodramma. Dopo aver rifiutato di scrivere un inno per l'inaugurazione del Canale di Suez nel 1869, il compositore accetta di pensare a un'opera per l'apertura del nuovo teatro a Il Cairo; gli viene proposto un soggetto inedito, non derivato da fonti precedenti, ma redatto per l'occasione dall'egittologo francese Auguste Mariette. Scegliendo come librettista Antonio Ghislanzoni, che già lo aveva aiutato per le importanti modifiche apportate a La forza del destino, e senza mai aver visitato (né mai lo farà) quei luoghi, Verdi dà vita a qualcosa di straordinario: la Prima va in scena a Il Cairo il 24 dicembre 1871, mentre il debutto italiano avviene alla Scala l'8 febbraio 1872.

Il 17 agosto 1870 aveva scritto a Ghislanzoni: So bene ch'ella mi dirà: E il verso, la rima la strofa? No so che dire; ma io quando l'azione lo comanda, abbandonerei subito ritmo, rima e strofa; farei dei versi sciolti per poter dire chiaro e netto tutto quello che l'azione esige. Pur troppo per il teatro è necessario qualche volta che poeti e compositori abbiano il talento di non fare né poesia né musica. In queste parole si condensa ciò che a Verdi, uomo di teatro, sta più a cuore: che tutto si svolga, senza incongruenze o forzature, in nome di un'azione, di un soggetto letti con un'adeguata chiave musicale. Si compie un'operazione fondamentale (già avviata precedentemente con La forza del destino e Don Carlo), destinata a imprimersi indelebilmente nella mente compositiva di Giacomo Puccini negli anni a venire: portare in primo piano l'orchestra per una messinscena che sia a servizio del dramma musicale. Verdi abbandona quasi totalmente i cosiddetti "numeri chiusi", gli ormai precostituiti schemi compositivi ottocenteschi, a favore di scene sempre più ampie e complesse; siamo vicino al concetto wagneriamo di melodia infinita che caratterizza gran parte delle sue opere.

Aida è un'opera grandiosa, solenne, un kolossal, se volessimo attribuirle un aggettivo cinematografico: le faraoniche ambientazioni, il potere della casta sacerdotale, il trionfo dei guerrieri sono tutti espressi nella solenne Marcia del secondo atto, patrimonio musicale involontario anche per i non appassionati. Tuttavia, tale cifra di grandiosità non deve distogliere dal fatto che Aida è innanzitutto centrata su quattro personaggi e sulle loro complesse emozioni, seppur inserite in un crudo contesto di assolutismo e di guerra; siamo fondamentalmente nel mondo delle pulsioni non dominate, dello scontro fra personalità, del destino ineluttabile che conduce a una tragica fine. Aida, Radamès e Amonastro muoiono, mentre Amneris è condannata a vivere con il peso delle colpe che la sua folle gelosia porta con sé. Il genio di Verdi consiste, appunto, nel fondere magistralmente la spettacolarità con l'intimismo, verso un risultato di perfezione formale senza uguali.
Non avrebbe potuto esserci rientro migliore dopo gli importanti risultati della tournée in Asia per la compagine del Maggio, né incipit più maestoso per la 74esima edizione del Festival. Il prestigioso allestimento è caratterizzato da austera eleganza, da un'essenzialità che lascia giustamente spazio all'esecuzione dell'orchestra e alla performance dei cantanti, inserendo il deserto come grande protagonista, su indicazione di Zubi Mehta. Ecco quindi enormi teste emergere dalla sabbia come sulla montagna di Nemrut in Turchia (occasione di omaggio alla propria terra per il regista Ozpetek), enormi pilastri decorati, granitiche pareti; ameni fondali in cui una luce soffusa fa immaginare un deserto sterminato, dai mille colori con lo scorrere del giorno. Presenza costante fino all'epilogo, una cascata di sabbia va a soffocare i due innamorati nel finale. Elegantissimo lo scuro sipario a scorrimento orizzontale, su cui campeggia un'imponente maschera egizia dallo sguardo vuoto, impreziosita da motivi dorati. Pochi gli orpelli ricchi e regali per Dante Ferretti, che invece predilige dare spazio al colore, facendo ampio uso di tutti quei toni chiari che richiamano il deserto; allo stesso modo, i costumi di Alessandro Lai ben si accordano con l'ambientazione, riservando invece tinte diverse per le due donne: colpiscono il blu di Aida e il nero di Amneris, presagio di morte.
Di particolare impatto sono i momenti di affidamento agli dei, in cui una luce soffusa e misteriosa accompagna le preghiere che, se da un lato hanno un richiamo fortemente esotico (queste melodie furono composte originalmente da Verdi senza alcun recupero di musiche preesistenti), dall'altro ricordano fortemente la nostra tradizione salmodica. Coinvolgenti le coreografie realizzate dal giovane Direttore di MaggioDanza Francesco Ventriglia, dalle sacerdotesse velate di bianco che intaccano il candore delle loro vesti con il sangue di una bestia sacrificale, alle schiave di Amneris che esaltano la sua vanità con un intrigante gioco di specchi. Lo scontro tra egiziani ed etiopi, tipico terreno fertile per l'espressione del cliché della civiltà evoluta contrapposta al selvaggio, è qui risolto in modo più attenuato: sebbene i prigionieri siano riconoscibili dagli abiti sgargianti e dalle capigliature stravaganti, entrambe le fazioni si muovono in modo concitato e (volutamente) goffo, a sottolineare come l'assurdità di tanta ferocia e crudezza sia indipendente dallo schieramento; spietatezza di cui i protagonisti sono in vari modi vittime e che li porterà alla tragedia finale. Come già accennato, la regia di Ozpetek esalta cantanti e musica, ecco quindi brillare la bravura delle due protagoniste: il soprano cinese Hui He, sempre potente e sicura nell'emissione vocale, struggente nella resa del dramma interiore di Aida, a cui fa da contraltare la ieratica Luciana D'Intino, straordinario mezzosoprano che ben restituisce la fierezza della parte musicale riservata ad Amneris. Il tenore Marco Berti veste i panni di Radamès, personaggio meno tormentato e più puro, in quanto fondamentalmente libero da intrighi: anch'egli, come gran parte degli interpreti che si accostano a questo ruolo, si deve scontrare con le difficoltà del quasi impossibile inizio, acquistando maggior sicurezza e spessore vocale man mano che la recita procede. Completa il quartetto di protagonisti l'Amonastro di Ambrogio Maestri, ben calato nella figura paterna ingombrante tipica della produzione verdiana. Il Maestro Mehta dirige con quella padronanza che mai lo abbandona, come se le note volassero sotto la sua bacchetta: in linea con la chiave interpretativa principale, ogni melodia acquista il proprio valore, sia essa solenne e corale sia straziante momento intimo, in una splendida unità che fa scorrere il pur lungo tempo con sorprendente rapidità anche nelle fasi più difficili dell'opera.

Ecco quindi un altro spettacolo destinato a restare nella storia del Maggio Musicale Fiorentino, di una realtà che non si arrende alle difficoltà del momento, rispondendo invece con proposte di qualità che mantengono vivi e pulsanti i nomi dei grandi compositori e delle loro opere.


AIDA
di Giuseppe Verdi
Opera in quattro atti di Antonio Ghislanzoni

Direttore Zubin Mehta Regia Ferzan Ozpetek Scene Dante Ferretti
Costumi Alessandro Lai Luci Maurizio Calvesi Coreografia Francesco Ventriglia
Maestro del Coro Piero Monti Direttore dell'allestimento Italo Grassi


Il Re Roberto Tagliavini Amneris Luciana D'Intino / Mariana Pentcheva
Aida Hui He / Maria José Siri Radamès Marco Berti / Walter Fraccaro
Ramfis Giacomo Prestia / Enrico Iori
Amonastro Ambrogio Maestri / Anooshah Golesorkhi
Messaggero Saverio Fiore Sacerdotessa Caterina Di Tonno

Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino

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