domenica 3 aprile 2011

Intervista esclusiva a Cirillo


Questa intervista comparirà in versione cartacea sul numero di giugno 2011 di FULL Magazine.
Leggi l'intervista anche su 4rum.it

Autore: Silvia Cosentino

Con grande piacere incontriamo Arturo Cirillo: tra le figure più interessanti nell'attuale panorama teatrale italiano, il regista e attore riflette insieme a noi sull'ispirazione e la propedeutica che accompagnano le sue messe in scena. Dai luoghi della mente a quelli del corpo, ci parla della sua poetica e dei progetti futuri, che assolutamente vi consigliamo di seguire con attenzione.

1. Lei ha lavorato per molti anni al fianco di Carlo Cecchi: qual è la lezione più importante che le ha trasmesso? In che modo il metodo di lavoro appreso con lui si riflette sull’attività della sua compagnia?
Difficile dire dopo tanti anni cosa sia rimasto dell’esperienza fatta nella compagnia di Carlo Cecchi. Forse il senso del teatro come un gioco, un qualcosa di molto vitale, da fare con il pubblico, nel qui ed ora della rappresentazione. Anch’io cerco di non chiudere i miei spettacoli in una rigida formalizzazione, o in chiuse intonazioni, e sperimento ogni sera il rischio che questo comporta. Nel senso che essendo un gioco con variabili molto mosse possono accadere cose belle o anche il contrario.

2. Come vi accostate a un nuovo lavoro? Qual è per lei il punto di partenza fondamentale?
Sentire una reminiscenza, come se quel testo e quello spettacolo che mi appresto o penso di mettere in scena provenga da un tempo antico, sia del mio passato che di quello più generale del teatro. In fondo devo sentire che i morti, o meglio i fantasmi aleggiano intorno a noi. Ridare voce, ridare vita a un testo, che è stato già di molti e per molti, e forse è già stato anche in noi.

3. Sotto quale aspetto il suo gruppo deve ancora crescere?
Direi in profondità e in umanità, e mi ci metto anche io dentro. Nel senso che credo sia molto importante, direi necessario, per un attore conoscersi sempre di più e cercare di conoscere il prossimo e in questa empatia, o simpatia, trovare l’emozione e il personaggio. Riconosco in noi ancora delle difese e spesso un'eccessiva attenzione su noi stessi. Sarebbe bene se riuscissimo a sentire meglio l’altro e a fidarci di lui, anche per scoprire cose nuove.

4. In Otello la scenografia è essenziale, ridotta a pochi elementi che suggeriscono piuttosto che descrivere; tutto è lasciato al potere della parola e all’espressività corporea. Che tipo di percorso avete intrapreso per raggiungere questo risultato?
L’importanza della parola come elemento della fisicità, quindi come una conseguenza del corpo e delle sue tensioni ed emozioni, è sempre stato un aspetto fortissimo del mio recitare e del teatro che facciamo. Già se penso allo Scarpetta, che vari anni fa interpretammo, vi ritrovo una attenzione enorme al corpo dell’attore, in quello spettacolo poi maggiormente evidente, essendoci anche un rapporto con “le maschere” e la stilizzazione. Ma in fondo, anche se questo aspetto col tempo è divenuto meno estremo ed espressionista, non ha mai smesso di essere l’approccio che in prova metto in gioco per primo. In fondo noi non facciamo tavolino, anche perché la comprensione del piano sintattico per me passa attraverso il coinvolgimento del corpo. Piano piano si crea una psicologia del movimento, o della immobilità, il corpo subisce e rilancia l’emozione della parola e anche la sua messa in voce, verso l’altro e verso il pubblico.

5. Perché ha deciso di interpretare Iago e non Otello?
Neanche per un attimo ho pensato di interpretare Otello, anche se oggi dopo tante repliche dello spettacolo mi interesserebbe, per capire con il corpo, come spiegavo prima, l’agire e il pensare di quel personaggio. Io comprendo di più Iago, forse comprendo solo Iago, ma mi emozionano e mi struggono di più tutti gli altri personaggi. Iago come me, in quanto regista dello spettacolo, ha la condanna di dover essere sempre dentro e fuori, quindi di credere e non credere, il che a volte può essere anche un piacere. Iago è un regista con le idee confuse, che all’inizio parla molto e poi sempre meno, e osserva quello che accade. Come me.

6. Particolarmente interessante è stata l’esperienza di Fatto di cronaca di Raffaele Viviani a Scampia: che cosa ha tentato di insegnare ai ragazzi di Punta Corsara e cosa loro hanno insegnato a lei?
Ho provato a insegnare un rigore e una concentrazione. Ho cercato di immettere la possibilità che potrebbero anche non essere degli attori. Ho preteso un loro pensiero e una loro emozione in quel che facevano. Ho imparato la necessità e l’urgenza, e anche la bellezza di una grande tenacia. E poi ho visto, in alcuni momenti, come si dovrebbe fare Viviani, e non mi pare poco.

7. Che Avaro è quello di Arturo Cirillo? Qual è la principale chiave di lettura che la sua messinscena vuole evidenziare?
Quando immagino uno spettacolo e scelgo un testo non penso mai a quale sarà l’originalità delle mia messa in scena. Cerco di sentire se la cosa risuona in me, se la lingua e quello che si racconta mi fa intravedere quella che sarà l’azione scenica. Le chiavi di lettura vengono dopo e da sé, molto attraverso le crisi, i dubbi e le strade che si possono seguire. Per esempio ne L’avaro era importante scegliere se Arpagone era la causa o l’effetto, se gli altri erano vittime o carnefici. E’ un gioco di equilibri e di sottintesi, che vanno provati e dosati durante le prove e poi, durante gli spettacoli, proposti e tarati col pubblico.

8. Quali sono i teatri, gli spazi che più la mettono a suo agio, che più si confanno ai suoi spettacoli?
In generale direi quelli dove ci si è potuti ambientare, di cui gli attori hanno cominciato a sentire le vere dimensioni, quindi quei tipi di teatro dove durante una tournée non capiti quasi mai, o magari dopo le prime repliche di una tenitura non troppo breve. Poi, a parte questo, preferisco i teatri che hanno un palco non troppo alto e dove il rapporto con il pubblico è maggiormente diretto, quindi vicino, o a gradinata. Ma se per un po’ non ti capita di recitare in questi spazi e poi all’improvviso ci sei di nuovo dentro, all’inizio ti imbarazzano, in un certo senso devi ritrovare un altro tipo di energia e di espressività.

9. Molti sono i problemi concreti che oggi il teatro deve affrontare: a livello invece poetico, estetico, in che condizioni versa il teatro italiano?
La poetica del teatro credo sia la poetica dei singoli artisti, o gruppi, non saprei dire quindi in generale come se la passi. Mi parrebbe non troppo male, da questo punto di vista, nel senso che vi sono realtà molto varie, eterogenee, e in generale sempre meno accademismo. Ma penso anche che il futuro ci riservi un teatro, almeno nel suo aspetto più visibile, maggiormente convenzionale e “confezionato”. Sento il ritorno di una certa marginalità per molto teatro, che magari gioverà pure, allo spirito e all’ispirazione.

10. Chi stima maggiormente tra i suoi colleghi? C’è qualcuno con cui le piacerebbe collaborare, che vorrebbe dirigere o da cui vorrebbe essere diretto?
Mi accingo a iniziare una collaborazione con Sandro Lombardi su un atto unico di Pirandello, e la cosa mi piace e incuriosisce. Sono tanti gli artisti con cui mi potrei forse divertire a lavorare. Però la mia abitudine, e credo anche la mia forza, in questi anni è stata quella di avere un gruppo di attori molto costanti, con cui attraversare diverse drammaturgie e vari teatri. Credo molto anche nel caso, o nell’incidente, o forse nel destino, nel senso che se con qualche altro mio collega devo arrivare a una collaborazione, a una conoscenza, questo prima o poi avverrà. Come Amleto penso che vi sia un disegno e se non è oggi sarà domani, l’importante è essere pronti. In genere vedo che prima avvengono degli incontri casuali, un po’ a distanza, prima di cominciare a pensare a qualcuno. Credo che con Sandro sia stato, per esempio, così.

11. Il regista Mario Martone, con cui ha più volte lavorato, ha recentemente firmato un prestigioso allestimento di Pagliacci e Cavalleria Rusticana: le interesserebbe proseguire la sua esperienza nella regia lirica, già iniziata con L'Alidoro e Napoli Milionaria?
A me piace molto il teatro musicale, credo sia un’esperienza che prima o poi doveva avvenire. Vorrei continuare, anche perché sia la prima opera che la seconda mi hanno dato delle gioie. Certo per un attore-regista di prosa è molto differente il lavoro che si va a fare. Devi essere meno ingombrante, suggerire, costruire delle strade e poi sperare che i cantanti le seguano, anche appassionandoli. Mi piace la lirica anche per le sue ritualità e convenzioni, è come la musica: eterna, o forse fuori dal tempo, perché nel suo “tempo”.

Riferimenti fotografici:
Foto 1-6: Tommaso Le Pera
Foto 2-4: Luciano Romano
Foto 3: Luciano Saltarelli
Foto 5: Marco Ghidelli

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