domenica 20 marzo 2011

VINTAGE (2/2)


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Di Costanza Spinetti
Modella: Emilia Spinetti
Servizio fotografico: Francesco Zavattari
Abiti e location: Gloria Petrocchi

In tempi di crisi e di austerity (ma direi anche di massificazione delle mode) il vintage può diventare un caro amico. Punto primo: anche se non firmato, ha nella maggioranza dei casi una qualità più alta di tanti altri prodotti che si trovano in commercio oggi. Punto secondo: è eco friendly, nulla rispetta di più l’ambiente di un capo “usato” poiché è già stato realizzato. Punto terzo: è diverso, caratteristica da non sottovalutare vista la mancanza di creatività e personalità stilistica che sembra dilagare tra i giovani oggi. Consiglio vivamente di ricercare capi vintage nei tanti negozi specializzati che si trovano sparsi un po’ ovunque e, ancor più semplice, in casa vostra: ho spulciato per anni negli armadi di mia mamma e vi assicuro che ho avuto solo belle sorprese. Primo fra tutti un maglione over size dorato al quale sono affezionatissima. Anche gli abiti del nostro servizio, non ci crederete, arrivano direttamente da una casa privata e per di più da una cantina. Sì, certo, una cantina très chic, ma pur sempre una cantina. Chissà che anche voi non possiate trovare delle simili gemme tra gli scatoloni e gli oggetti impolverati riposti volutamente nel dimenticatoio.
Ma entriamo più nello specifico; questi non sono certo abiti che si vedono tutti i giorni. Credo non si potesse chiudere in altro modo il nostro doppio servizio sul vintage se non con dei veri capolavori d'alta sartoria che tanto mi hanno fatto pensare alla Holly Golightly di “Colazione da Tiffany”. Entrambi lunghi, importanti e da occasioni da favola, i nostri due abiti racchiudono però in sé due anime diverse che definirei lo yin e lo yang dell'alta moda. Non solo per i colori contrapposti, bianco ghiaccio uno, nero l’altro, ma anche per le proporzioni, i tagli e le decorazioni che abbracciano due versioni opposte del concetto di seducente eleganza.
L’abito chiaro risale agli inizi degli anni ’70 e la linea dritta senza tagli ne è certamente un indizio. Le spalline sottili e l’ampia scollatura sulla schiena mettono in grande risalto la parte superiore della silhouette; il resto è solo accennato dalla sapiente caduta dell’abito che fascia all’altezza del seno e cade morbido sui fianchi. Alla semplicità della linea si contrappone però la ricchezza del tessuto e la complessità delle decorazioni: la seta bianca lavorata con filo d’argento è, infatti, impreziosita da cristalli, perline e paillettes tubolari disposti in modo da creare eleganti motivi geometrici che danno l’illusione di movimento. Questo scintillante abito ha però una particolarità, che mi ha fatto sorridere parecchio, che non può (ahimè) essere resa fotograficamente: il suo peso. Ciò è da attribuirsi ai vari strati di tessuto, alla fodera e a tutti i lustrini che l’hanno reso tutt’altro che leggero (approssimativamente su i tre chili). Quel che si dice un abito difficile da indossare, e non solo metaforicamente!
L’altro vestito, datato 1965, è realizzato in velluto nero e ornato da cascate di frange in seta dello stesso colore, poste a fasce orizzontali, che sprigionano dinamismo a ogni movimento. Una rivisitazione più tarda dei costumi delle flapper girls del primo dopo guerra. Sebbene appaia, in un primo momento, meno lavorato rispetto all’altro, quest’abito nasconde in realtà una sapiente cultura sartoriale. Il velluto viene infatti adoperato solo all’altezza della vita così da snellirla e accentuarla allo stesso tempo e crea anche un ritmo intrinseco al vestito alternandosi alle svolazzanti frange che sono poste immediatamente al di sopra e al di sotto. Tutti aspetti che sono rimasti oggi solo nelle grandi creazioni di haute couture. Il vintage, infatti, sotto il suo aspetto “polveroso” cela spesso tutti i segreti del fare abbigliamento e anche quell’aura un po’ esclusiva che si è persa nel sistema moda attuale. E in fondo l’eleganza non consiste nell’indossare un vestito nuovo. Coco Chanel docet.

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