'Le Stanze Verticali' di Bruno Biondi

All'esordio la personale 'Aniconico' di Chiara Bevilacqua

mercoledì 28 settembre 2011

Ludmilla Radchenko


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È bello avere l’opportunità di incontrare persone che sovvertano i luoghi comuni, che, con intelligenza e personalità, ci mostrino cosa può esserci al di là dell’apparenza. A Milano vive una splendida, giovane donna, giunta dalla Siberia per trovare la propria identità. Una bellezza pura e delicata, accompagnata da un’indole affabile e determinata, di poche parole se non quelle essenziali: si chiama Ludmilla Radchenko.
Il copione è quello classico: la bella ragazza straniera che, dopo aver intrapreso una carriera nel mondo della televisione, decide di fare il (presunto) salto di qualità, di elevarsi passando all’arte. Visto da lontano, il percorso di Ludmilla sembra proprio paragonabile a quello di molte altre ragazze più o meno famose: c’è, però, ben altro, e la nostra amica ce lo dimostra parole e fatti. Fatti di tela e colore. Ci invita nel suo atélier, il Pop Art Studio, un mondo pieno di sgargianti colori attraverso il quale entriamo in contatto con il ben più intimo universo di questo personaggio. Restiamo affascinanti di fronte alla sua serietà e consapevolezza: dotata di valori davvero difficili da trovare al giorno d’oggi, Ludmilla è ben cosciente dell’importanza del suo passato (che certo non rinnega), trampolino di lancio per iniziare un percorso di realizzazione professionale e personale. Ecco, quindi, l’arte, da intendersi come iniziale formazione scolastica, a cui segue il più approfondito studio di adesso. Ecco il “suo” Pop Realism. Curiosando nello studio, Ludmilla ci mostra una delle sue ultime opere dedicata a Jay Kay, carismatico leader di Jamiroquai, da lui autografata durante un bell’incontro in occasione di un concerto a Monza (il cantante ha poi portato via con sé l'altra opera appositamente per lui realizzata!). Con altrettanto orgoglio, ci parla dei lavori di Woman Been, interessantissimo progetto attualmente in divenire dedicato alla donna a 360 gradi, a una Venere moderna che, tuttavia, non dimentica le sue origini: in questo racconto emerge la Ludmilla-donna che, esattamente come la Ludmilla-artista, è ancora lontana dal sentirsi “arrivata”. Una personalità con i piedi per terra, ben conscia di cosa vuole e non vuole, tuttavia ancora in cammino, alla ricerca sia di ciò che maggiormente le si addice come persona sia di una corretta evoluzione professionale. Insomma, la nostra protagonista ha ancora tanto da imparare, ma riteniamo che abbia tutte le carte giuste per farlo.

LE PAROLE DI LUDMILLA

Credo di essere al prossimo step: non è stato semplice passare dall’immagine di showgirl a quella più seria di una persona impegnata in un percorso artistico non casuale (ho alle spalle studi di questo tipo - sono laureata in Design e ho fatto due scuole d’arte - anche se non tutti lo sanno). All’inizio la gente era molto scettica nel vedermi convertita nel ruolo di pittrice: quello dell’arte è un settore duro e occorre non tanto basarsi sulla notorietà, quanto dimostrare con i fatti di appartenere a questo mondo, di conoscerne le regole principali. Ovviamente non mi è stato possibile essere subito inserita nel contesto delle mostre importanti o delle gallerie; quelle sono arrivate molto dopo, quando, grazie ai miei eventi, alla frequentazione dei luoghi giusti e a un pubblico mirato, sono riuscita a mostrare la serietà del mio lavoro. Ho certamente utilizzato la mia forza mediatica per concedere interviste, per far conoscere la mia nuova attività: la televisione e i miei canali sono stati un importante mezzo di comunicazione per annunciare questo mio inizio di percorso. Adesso cerco di evitare il mondo del gossip, voglio andare più a fondo e far capire il mio interesse verso il mondo dell’arte: frequento le mostre, ho a che fare con galleristi e critici, il mio curatore Fortunato D’Amico mi segue e continua a formarmi dal punto di vista artistico. Se all’inizio conoscevo poco l’arte contemporanea, adesso posso permettermi di discutere tranquillamente di diversi concetti, movimenti artistici.
La mia corrente ha trovato la giusta definizione di Pop Realism: una Pop Art calata in questo momento storico in cui c’è bisogno di verità per migliorare il mondo. In questo senso, sento la responsabilità di rappresentare la mia generazione, di dare il mio contributo; gli spunti del Pop Realism partono appunto dalla realtà, da ciò che ci circonda, ma di cui spesso non ci accorgiamo. Le immagini Pop non sono solo soggetti del quadro, ma diventano spunti per un racconto personalissimo che, in ogni opera, individua una mia particolare idea e, più in generale, la mia visione del mondo. Ho sempre avuto come obiettivo l’indipendenza e la ricerca del mio posto nel mondo, che non è quello della ex showgirl: vorrei conquistare con volontà, forza e spirito il mio ruolo nella società. Purtroppo, tra le donne di oggi sono rimasti pochi valori. È bello quando una ragazza, al di là dei suoi attributi fisici, dimostra un valore interiore per portare un messaggio al suo pubblico: una donna che sia indipendente, intraprendente, in qualche modo un esempio per la propria generazione. A vent’anni le priorità sono diverse, non sarei stata pronta per il percorso di adesso perché contava soprattutto guadagnarmi da vivere ed essere indipendente; il mio lavoro era perfettamente adatto a quel periodo, anzi, incredibile per una ragazza straniera. Per ogni cosa c’è il suo tempo. Adesso sento il bisogno di cambiare l’impostazione della mia vita sotto tutti i punti di vista, in modo autonomo, senza che gli altri mi identifichino con il mondo dello show business. Non rinnego nulla, perché ho ricevuto tantissimi benefici dal mio passato, ma l’evoluzione sta nel capire cosa si può fare di più. Non mi interessano più i casting, i provini, adesso voglio fare quello per cui veramente sono portata. Nella mia famiglia la donna ha sempre dovuto avere un’immagine molto dignitosa e questo mi ha di certo condizionato: anche nel mondo dello spettacolo sono sicura che non ci sia bisogno di raccomandazioni, devi andare avanti con le tue forze e lavorare con qualità, serietà e tanto impegno.
Cos’è la donna nella società di oggi?
Nella collezione Woman Been voglio parlare di questo, prendendo spunto dalle foto femminili di Andrea Mete, giovane fotografo romano conosciuto a New York. Mi sono concentrata sia sull’immagine sociale che, soprattutto, su quella personale della donna. Rispetto agli uomini abbiamo un lasso di tempo molto più breve per impostare il nostro ruolo nel mondo, siamo più condizionate. La donna deve riunire in sé valori importanti, portare il suo fondamentale contribuito.
Già con l’opera God save my shoes (realizzata per una mostra dedicata allo stivale d’Italia. N.d.R.), ho parlato della donna attraverso una Venere con tanto di All Stars ‘italianizzate’ ai piedi: sullo sfondo c’è il mio permesso di soggiorno, come promemoria di tutte le difficoltà che ho incontrato, e ancora in parte sto incontrando, per stare in Italia. C’è anche Better world con Pippi Calzelunghe, il mio mito da quando ero piccola: da bambina ero soprannominata così, perché, come lei, volevo dimostrare al mondo di essere forte, di poter fare qualsiasi cosa. Sulla tela c’è scritto I wanna be free I need your help for save the planet: Pippi è forte, è icona di pulizia e indipendenza, ma si scontra con la dura società di oggi, con la pedofilia che spesso arriva proprio dalla religione cattolica, con la prostituzione di qualsiasi genere, con lo svendersi nella società. È però anche raffigurato il sole, energia positiva di cambiamento. C’è poi Amy Winehouse in Exagerated Amy, ritratta (ancora prima della sua scomparsa. N.d.R.) in tutto il suo dramma, stremata dall’eterno conflitto con lo ‘showbiz’: troppo giovane, troppo famosa.
Su tutto questo spicca il progetto Woman Been, nato soprattutto dall’idea di mostrare che tipo di donna sono stata e che donna vorrei essere. Il messaggio è rivolto a tutte le donne: pensate a come vorreste essere e a come, invece, non vorreste vedervi.

LA SERIE WOMAN BEEN

Siberia. Good morning world è dedicato al mondo in cui sono nata: una colonna vertebrale rappresenta una betulla, il classico albero siberiano: è il tronco da cui tutto ha inizio.
Childhood parla dell’infanzia, del passato, di quella perenne gioventù che ogni donna dovrebbe conservare per non dimenticare mai l’ingenuità della bambina.
I'm addicted: sono io stessa raffigurata come artista dipendente dalla Pop Art e dalla società dei consumi. C’è scritto A hero is someone who understands the responsability that comes with his freedom.
The project è tutto ciò in cui ogni donna dovrebbe credere nella vita, che sia fare un figlio, costruire una famiglia, intraprendere un qualsiasi tipo di percorso.
The Game è il gioco della vita, del bene e del male insiti in ognuno di noi. La vita è come una partita di scacchi e, anche in quel caso, occorre “giocare pulito”.
Fly è l’immagine della donna che desidera volare, essere indipendente, guardare dall’alto tutte le cose.

FULL of EVENTS


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di Viviana Di Meglio

PISA
Ho voluto essere pittore e sono diventato Picasso

200 opere di Picasso in Italia, 200 opere di Picasso a Pisa: uno di quegli eventi imperdibili per gli amanti dell’arte e non solo. Dal 15 ottobre al 29 gennaio le sale dello storico Palazzo Blu sul Lungarno pisano ospiteranno dipinti, ceramiche, disegni, opere su carta, serie di litografie e acqueforti del celebre genio catalano. Fulcro dell'intera esposizione sarà la straordinaria e unica collezione di 59 linogravure, appartenenti al Museo Picasso di Barcellona, intorno alla quale si articolerà il percorso della mostra con opere datate dal 1901 al 1970.
PISA, PALAZZO BLU - 15 ottobre 2011 / 29 gennaio 2012 Ho voluto essere pittore e sono diventato Picasso www.paalazzoblu.org



FIRENZE
Negramaro live

Dopo il rinvio del tour per i problemi di salute del cantante Giuliano Sangiorgi, tornano a infiammare i palcoscenici di tutta Italia i Negramaro. La tappa toscana prevista per lo scorso aprile verrà recuperata il 30 e il 31 ottobre, tra le ormai famose mura del Mandela Forum di Firenze, dove migliaia di fan sono pronti a scatenarsi sulle note del Casa 69 tour.

FIRENZE, MANDELA FORUM - 30 / 31 ottobre 2011 www.negramaro.com


MILANO
MADE EXPO
Milano Architettura Design Edilizia

Unire tutti i personaggi che animano il movimentato mondo dell’edilizia, da chi progetta a chi utilizza il prodotto finale, passando per chi lo realizza: questo è lo scopo di MADE Expo, la fiera dell’edilizia, dell’architettura e del design. Tappa ormai imprescindibile per gli “addetti ai lavori”, MADE Expo si presenta come la piattaforma ideale su cui fare incontrare tecnologie estremamente avanzate, soluzioni ecologiche all’avanguardia, glamour e innovazione, grazie all’ampia area espositiva della filiera dell’edilizia e al ricco programma di convegni e iniziative proposto.
RHO, FIERA MILANO - 5 / 8 ottobre 2011 MADE expo (Milano Architettura Design Edilizia) www.madeexpo.it

LUCCA RITMI VISIVI Luigi Veronesi nell astrattismo europeo

Uno dei maggiori esponenti dell’astrattismo italiano sarà protagonista di una grande mostra organizzata dalla Fondazione Ragghianti di Lucca, che si terrà dal 9 ottobre all’8 gennaio 2012 presso il Complesso monumentale di San Micheletto. L’esposizione dei lavori del famoso pittore, fotografo, autore cinematografico e teorico è concepita come confronto fra gli autori che segnarono la sua formazione e la definizione del suo linguaggio, nomi del calibro di Kandinskji, Albers e Munari.
Fondazione Centro Studi sull'Arte Licia e Carlo Ludovico Ragghianti - LUCCA Complesso Monumentale di San Micheletto 9 ottobre 2011 / 8 gennaio 2012
www.fondazioneragghianti.it

LUCCA
Lucca Comics and Games 2011 Il ritorno della grande avventura

Le strade e le piazze racchiuse dalle famose mura lucchesi faranno da scenario anche quest’anno a Lucca Comincs&Games , il Festival internazionale del Fumetto, del cinema d’animazione, dell’illustrazione e del gioco. La manifestazione che si svolgerà dal 28 ottobre al 1 novembre sarà dedicata a Emilio Salgari, il padre di Sandokan, del Corsaro Nero e di tanti altri indimenticabili personaggi. I principali esponenti del mondo del fumetto e del gioco prenderanno parte alla centinaia di eventi previsti, agli incontri e ai concorsi che si svolgeranno “sotto il segno della grande avventura”, che attirano ogni anno migliaia di appassionati da tutto il mondo.

LUCCA - 28 ottobre / 1 novembre 2011 Lucca Comics & Games 2011 Immagine tratta dal sito ufficiale lucca2011.luccacomicsandgames.com


ROMA
CINECITTA' SI MOSTRA

Cinecittà festeggia il suo 74° compleanno aprendo per la prima volta le porta al grande pubblico. La mostra, che resterà aperta fino al 30 novembre, nasce come omaggio a tutte le persone che hanno reso grande Cinecittà, a tutti coloro che lavorano “dietro le quinte” e che con il loro talento contribuiscono alla creazione di un film. Un percorso spettacolare negli storici studi cinematografici di Via Tuscolana per scoprire i segreti del cinema, un’occasione unica per vivere da vicino il cinema e i suoi mestieri.

ROMA, CINECITTA’ - Fino al 30 novembre 2011 Cinecittà si Mostra
www.cinecittasimostra.it

VERONA - MILANO
THE MYSTICAL SELF

di Silvia Cosentino Cecilia Freschini, giovane curatrice residente a Beijing (Pechino - Cina), esperta di video arte, presenta in Italia il progetto The Mystical Self, nato in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura di Verona. Dopo un periodo di allestimento nella città veneta, ad ArtVerona e presso la Biblioteca Civica, la mostra sarà ospitata allo spazio [.BOX] Videoart Project Space di Milano. Punto di partenza è l’idea che anche il fare arte non sia più tanto una questione di significato quanto di essere: la rassegna intende coinvolgere e indagare la sfera trascendentale, che inevitabilmente tocca, in quanto persona, l’artista stesso. La religiosità ci pone a confronto con il nostro essere e con il mondo circostante: questo congenito interrogarsi sul loro significato, sulla loro estraneità o finitezza non sono certamente una questione relativa a un specifico background o a una cultura... In fondo, tutti ci stiamo ponendo, invano, le medesime domande. La storia dell'arte occidentale è il risultato di un'eredità giudaico-cristiana, che per secoli ha visto e sviluppato un rapporto viscerale tra arte e religione. È solo in tempi abbastanza recenti, dall'inizio del modernismo e dall'avvento dell’arte contemporanea, che le due sfere sono valutate separatamente. The Mystical Self prende forma propria da queste considerazioni e dalla volontà di riaprire un dialogo tra la religione, o meglio la spiritualità, e l’arte contemporanea. Attraverso la selezione di opere video di quattordici artisti provenienti da tutto il mondo, il progetto vuole far riflettere e dare delle prospettive rispetto a queste "semplici" domande: Che cosa stiamo cercando? È possibile tentare di esprimere una coscienza religiosa, senza gli orpelli di dogmi tradizionali? Senza dei/divinità, chiese, o alcuna semplice e rassicurante connessione con la morale? È ipotizzabile un mondo non consolato da un immaginario religioso a noi familiare? O ancora, in che modo l'arte contemporanea affronta l'idea di spiritualità? E come gli artisti lavorano sui comuni concetti di fede, meditazione e simbologia religiosa? Anche non volendolo palesare, la spiritualità è parte vitale e integrante della nostra vita; è un luogo da cui non riusciamo a fuggire, che ci incoraggia a esplorare l'ignoto, come una porta che attende di essere aperta...

The Mystical Self a cura di Cecilia Freschini
- ArtVerona - Padiglione 9, Veronafiere 6 - 10 ottobre 2011 - Biblioteca Civica - Sala Nervi / Via Cappello 43, Verona (Archivio Regionale di Videoarte) 7 ottobre - 6 novembre 2011 - [.BOX] Videoart Project Space / Via Confalonieri 11, Milano 15-29 novembre Per info: www.artverona.it www.ceciliafreschini.com www.visualcontainer.org

CENTRO MATTEUCCI PER L ARTE MODERNA




UN NUOVO SPAZIO ESPOSITIVO NELLA CITTA’ DI VIAREGGIO

di Gaia Querci

All’interno di un elegante villino Liberty, a due passi dai viali a mare, si trova il Centro Matteucci per l’Arte Moderna. Nato nel 2009 per volere di Giuliano Matteucci, lo spazio, inseritosi nella rete museale cittadina, rappresenta una nuova esperienza di cultura e di ricerca per l’arte nel territorio versiliese.
Al primo sguardo, si rimane affascinati dall’incantevole sede del Centro, un edificio di gusto Modernista tipico dell’edilizia residenziale Viareggina del primo trentennio del Novecento.
Il Villino, costruito nel 1915 e impreziosito nella parte superiore della facciata, da un importante fregio ceramico di Galileo Chini, è stato recentemente sottoposto ad un efficace intervento di restauro conservativo, condotto nel pieno rispetto del progetto di Serafino Ramacciotti, puntando al ripristino e alla valorizzazione degli elementi strutturali originari con l’eliminazione delle aggiunte successive.
Entrando nello stabile ci si rende conto che, nel rispetto della costruzione iniziale, è stato necessario adattare l’ambiente, con l’introduzione di modernissimi impianti per il trattamento climatico e per il controllo della luminosità, alle principali normative di sicurezza pensate per musei nazionali e internazionali, in materia di salvaguardia e conservazione delle opere d’arte.
Il Centro Matteucci si pone quindi come promotore di mostre ed eventi dedicati all’arte moderna, affiancati da cicli di conferenze, convegni e seminari. Questa nuova realtà, costituita da uno staff di comprovata competenza e da un prestigioso comitato scientifico composto da importanti nomi della storia dell’arte italiana come Antonio Paolucci Direttore dei Musei Vaticani, Cristina Acidini Soprintendente al Polo Museale fiorentino, Carlo Sisi e Alfredo Mazzocca, si avvale dell’esperienza dell’Istituto Matteucci.
Una struttura quest’ultima, attiva fino dagli anni Settanta e costantemente al centro del dibattito critico sull’arte italiana dell’Otto e Novecento, punto di riferimento imprescindibile per studiosi, Enti pubblici e privati, Musei, Università, Sovrintendenze, che offre, da oltre quaranta anni, la propria preziosa collaborazione ad importanti iniziative culturali di ambito italiano e non solo.
Inaugurato nel 2010 con la mostra Da Fattori a Casorati. Capolavori della collezione Ojetti, realizzata in coproduzione con la Fondazione Cassa di Risparmio di Tortona e in collaborazione con il Comune di Viareggio, il Centro Matteucci dà il via al suo progetto culturale di indagine, documentazione e presentazione dell’arte moderna, interessandosi in particolare al periodo che va dall’Unità d’Italia agli inizi del nuovo secolo, valorizzando il collezionismo d’epoca.
In linea con questa mission anche l’ultimo appuntamento proposto. Inaugurata il 1 luglio scorso la mostra Genio dei Macchiaioli. Mario Borgiotti: occhio conoscitore, anima di collezionista a cura di Elisabetta Palminteri Matteucci è visitabile fino al 13 novembre 2011.
Obiettivo dell’esposizione, ritessere le fila del gusto collezionistico di uno dei più grandi marchand – amateur italiani, Mario Borgiotti. Nato a Livorno, ma fiorentino d'adozione, Borgiotti è stato, per oltre quarant'anni, il vero punto di riferimento per la conoscenza e la valorizzazione della pittura toscana di area macchiaiola. La sua azione si è sviluppata soprattutto nell'ambito delle personalità che hanno aggiornato il linguaggio di questa scuola.
L'opera di Lega, Fattori, Signorini, Abbati, Borrani, Cabianca, D'Ancona e di altri protagonisti del gruppo appare oggi più definita nella sua totalità grazie al recupero di dipinti inediti o erroneamente attribuiti.
Personalità complessa e attraente, Borgiotti era dotato in modo eccezionale, della capacità di percepire i valori pittorici nella loro essenza, sapendo distinguere con un solo sguardo un capolavoro da un’opera comune. Del suo finissimo gusto e del suo temutissimo "occhio", sono testimonianza le opere raccolte in questa mirabile esposizione, sessanta di dipinti, ciascuno indispensabile per capire il gusto di un uomo senza il quale oggi, probabilmente, i Macchiaioli non godrebbero del prestigio e della fama di cui invece meritatamente godono.
In mostra si possono apprezzare capolavori della pittura macchiaiola, reperiti da Borgiotti nell'arco di una vita ed oggi confluiti nelle più famose raccolte italiane.
Nel percorso, idealmente scandito dalle pubblicazioni di Borgiotti, spicca un’accurata selezione di dipinti. Il visitatore ha la sensazione di entrare fra le pagine del libro, ammirando opere come La scolarina, Maremma, La libecciata a Castiglioncello di Fattori; Tra i fiori del giardino e L'adolescente di Lega; Il Ponte Vecchio a Firenze, e Marina a Viareggio di Signorini; Lido con buoi al pascolo, Mura di San Gimignano di Abbati; Le ricamatrici e Il solletico di Cecioni.

CENTRO MATTEUCCI PARA EL ARTE MODERNO
UN NUEVO ESPACIO EXPOSITIVO EN LA CIUDAD DE VIAREGGIO

traduzione Claudia Buccheri

El Centro Matteucci para el Arte Moderno se encuentra en un elegante chalet Art Nouveau muy cerca del Paseo Marítimo de Viareggio. Fundado en 2009 por decisión de Giuliano Matteucci, el espacio, integrado en la red de museos de la ciudad, representa una nueva experiencia de cultura y de investigación artística en la zona de Versilia.
Inaugurado en 2010 con la muestra De Fattori a Casorati. Obras de Arte de la colección Ojetti, el Centro Matteucci da vida a un proyecto cultural de estudio, documentación y presentación del arte moderno; sobre todo en lo relacionado con la época desde la Unitad de Italia hasta el principio del siglo XX, valorizando la colección de la época.
En línea con este cometido se halla también la última iniciativa del Centro. Inaugurada el 1 de julio pasado, la muestra Genio de los Macchiaioli. Mario Borgiotti: ojo conocedor, alma de coleccionista coordinada por Elisabetta Palminteri Matteucci, seguirá abierta al público hasta el 13 de noviembre de 2011. El objetivo de la exposición es tejer de nuevo la red del gusto por las colecciones de uno de los más grandes marchands amateurs italianos, Mario Borgiotti. Nacido en Livorno, pero crecido en Florencia, Borgiotti fue, durante más de 40 años, un auténtico punto de referencia para el conocimiento y la valorización de la pintura toscana de “las manchas”. La obra de Lega, Fattori, Signorini, Abbati, Borrani, Cabianca, D'Ancona y otros protagonistas del grupo goza hoy en día de un conocimiento de conjunto más preciso, gracias a la recuperación de las pinturas ineditas o atribuidas erróneamente, realizada por Borgiotti.
En la muestra es posible admirar obras de la pintura de “las manchas”, recogidas por Biagiotti en el transcurso de su vida y hoy conservadas en las más célebres colecciones italianas.
El Centro Matteucci para el Arte Moderno es, pues, una visita imprescindible en Versilia.

CARTIERE DEL POLESINE e SADAS


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Quello della SADAS inizia a essere un marchio conosciuto per i nostri lettori. Impegnata nell’automazione industriale, l’azienda è stata spesso ospite di questa rubrica dedicata all’innovazione. Ha seguito la nostra crescita così come noi abbiamo documentato il suo sviluppo quale player sempre più rilevante nel settore. Lunedì 12 settembre 2011 la SADAS ha terminato l’ultimo importante intervento. Siamo stati invitati a dare un’occhiata e ci siamo trovati di fronte a qualcosa di davvero eccezionale. Ma andiamo per ordine, iniziando con orgoglio questo viaggio nelle CARTIERE DEL POLESINE.

INTRODUZIONE
di Viviana Di Meglio - Vice Caporedattore di FULL

Nella provincia di Rovigo, in una lingua di terra racchiusa tra il mar Adriatico, il Po e l’Adige, sorge Loreo, un tranquillo paese conosciuto in tempi antichi come capitale del Delta e in tempi più recenti per le frequenti inondazioni. Qui, negli anni ’50 del Novecento, nasce l’unica industria cartaria di una zona quasi esclusivamente dedita all’agricoltura: la Cartiere del Polesine S.p.A., le cui origini affondano in un’azienda che produceva carta paglia, usata da droghieri e fruttivendoli per confezionare la propria merce. Da oltre sessanta anni l’azienda dà nuova vita alla carta da macero. Operando nel rispetto dell’ambiente, il processo produttivo è caratterizzato dalla costante innovazione tecnologica e dalla continua ricerca di ottimizzazione energetica. Membro del Consorzio Nazionale Recupero e Riciclo degli Imballaggi a Base Cellulosica (Comieco), garante nazionale della raccolta differenziata e dell’avvio al riciclo della carta, attivo nella promozione della corretta gestione e separazione dei rifiuti, già dai primi anni ’80 la Cartiere del Polesine S.p.A. utilizza esclusivamente materie prime secondarie, vale a dire carta da macero proveniente dalla raccolta differenziata, dal recupero di imballaggi e da sfridi di lavorazione. Le carte così prodotte sono destinate alla realizzazione di packaging in cartone ondulato le quali, una volta esaurita questa funzione, se destinate al riciclo, possono essere nuovamente utilizzate come materia prima. Il prodotto finale della filiera, dunque, la scatola di cartone, diventa l’imballaggio più naturale, riciclabile e rinnovabile che esista, grazie ad un ciclo virtuoso e inesauribile.

Quando nel 1986 i fratelli Scantamburlo, provenienti da una tradizione decennale nel settore della carta da macero, rilevano lo stabilimento di Loreo, fanno di tradizione e innovazione le parole chiave principali della loro gestione. Anzitutto, danno nuovo vigore agli impianti esistenti rinnovando le due macchine continue e introducendo la lavorazione a ciclo continuo; ampliano, poi, le proprie strutture avviando nel 1999 una terza macchina continua nell’Area Industriale Attrezzata del vicino comune di Adria. Nel 2004 l’azienda avvia una quarta linea, che oggi le permette di essere presente sul mercato con una vasta gamma di prodotti di elevata qualità, grazie al notevole potenziamento delle proprie capacità produttive.
L’avvio dello stabilimento di Cavanella Po, alle porte di Adria, appunto, ha coinciso con un nuovo approccio imprenditoriale, attento non solo allo sviluppo dell’attività produttiva ma anche al rispetto dell’ambiente circostante, in un’ottica di sviluppo sostenibile. Lo stabilimento, infatti, è stato costruito tenendo ben presente le esigenze dell’ambiente, con i più sicuri accorgimenti antinquinamento nonché di tutela della sicurezza e della salute degli addetti ai lavori. Coerentemente con questa politica ambientale, la Cartiere del Polesine S.p.A. pone la massima attenzione anche agli aspetti energetici: entrambe le strutture sono dotate di impianti di cogenerazione ad alta efficienza, che ne soddisfano totalmente il fabbisogno energetico, dato che l’energia necessaria al funzionamento delle linee di produzione è prodotta grazie a turbine alimentate a gas naturale.

Un nuovo impianto di trattamento delle acque reflue istallato nel 2003 e caratterizzato da un processo biologico ad alta efficienza, garantisce il corretto scarico degli effluenti provenienti dai due stabilimenti, e nel 2006 è valso alla sede di Adria il certificato di conformità alla norma ISO 14001.

BACK to BLACK


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servizio e testi di Costanza Spinetti, Responsabile Moda FULL Magazine
hair and make up artist Veronica Balzaretti
photographer Filippo Malizia - Milano
modella Cecilie Johansen @ G Models - Milano
advisor Valentina Vespasiani for G Models - Milano

Con l’arrivo della stagione fredda torna in auge il colore simbolo dell’inverno, ma questa volta non è il solito “all black”. E’ un nero lucido come quello della pelle o trasparente come la trama di un seducente pizzo. E’, insomma, un nero diverso, inspirato al mood gotico; un nero fatto di luci ed ombre.

SANDRO LOMBARDI


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PIU' LUNA CHE SOLE

di Silvia Cosentino


foto repertorio, Marcello Norberth © Sandro Lombardi
foto in loco, Francesco Zavattari

Con immensa emozione abbiamo incontrato Sandro Lombardi nella sua casa di Firenze: immersi tra libri, cimeli e fotografie dal fascino remoto, abbiamo avuto il grande privilegio di ascoltare il racconto della sua esperienza artistica. Lasciamo subito spazio alla interessante intervista, fermamente convinti che le riflessioni di questo grande attore, condotte con quella stessa imperscrutabile eleganza che lo contraddistingue sul palco, riusciranno a risultarvi molto più significative di qualsiasi nostro commento o introduzione.
Ecco, quindi, Sandro Lombardi: maschera lunare, melanconico Pierrot del palcoscenico.

Hai vinto quattro volte il Premio Ubu come miglior attore: senza falsa modestia, che cosa ti rende uno dei principali protagonisti della scena italiana?
Non lo so, credo l'umiltà, il fatto di non aver mai preteso di considerarmi più bravo degli altri, di aver avuto la grande fortuna di incontrare Federico Tiezzi che mi ha spinto, aiutato e fatto comprendere il senso e il mistero del mestiere dell'attore, il fatto di aver incontrato tanti uomini straordinari come Jerzy Grotowski, Peter Stein, Mario Luzi, Edoardo Sanguineti, compositori come Giacomo Manzoni e tanti altri... Soprattutto il fatto di non essermi mai chiuso nella sensazione di aver già ottenuto un risultato definitivo: per questo mi sento sempre in cammino, in cerca, sento sempre di aver qualcosa da imparare anche se, nel frattempo, mi è piaciuto rendermi conto di avere anche molto da insegnare. Il lavoro dell'attore mi attrae molto, non lo considero mai una routine, c'è un tentativo - e il merito di questo va in gran parte a Tiezzi - di creare compagnie solidali, dove regni armonia. Non sono solo attore, ma anche capocomico “all'antica”, e quindi mi faccio carico, durante le prove e le tournées, di una funzione di mediazione tra Federico e gli attori. Sono complice di Federico nell'impresa, collega, sono suo socio, ma sono anche complice degli attori in quanto io stesso attore insieme a loro sul palcoscenico. Durante la tournée devo mantenere l'armonia e non è sempre semplice.

LE PAROLE DI SANDRO

La compagnia è composta da attori storici come Marion D'Amburgo, ma anche da nuovi elementi: un po' come accade al capocomico de I promessi sposi alla prova, qual è il modo più giusto per far lavorare attori dall'esprerienza pluriennale con altri che solo da pochi anni si sono affacciati al mondo del teatro?
In gran parte è compito del regista che amalgama modi di recitare diversi tra loro, che non obbliga gli attori a recitare tutti nello stesso modo, non pretende di imporre l'intonazione di una battuta, ma lascia che gli attori diano quello che hanno per poi lavorare su quello che danno. A me e a Federico piace molto che le singole individualità stilistiche emergano in quanto tali, ovviamente nella misura in cui queste individualità possano e debbano essere riunite e amalgamate in un'unica cifra stilistica che è quella dello spettacolo. Questa è la fase che compete soprattutto alla regia mentre ciò che compete a me viene dopo: quando lo spettacolo è iniziato ho il compito di mantenerlo nel disegno di regia che è stato consegnato, ma senza rigidità o in maniera schematica. Osservo cosa succede agli attori. Ci sono alcuni che risolvono il ruolo molto presto in prova e poi non si muovono più, non crescono. Altri invece conquistano la compiutezza del proprio ruolo con maggiore lentezza, ma poi, durante la tournée, non smettono i interrogarsi e quindi crescono. Questa crescita è per me molto eccitante, molto bella da seguire (anche perché io stesso sono un attore che continua fino all'ultima replica a porsi domande e a cercare risposte); la devo però controllare, perché può trasformarsi non solo in un arricchimento dello spettacolo, ma anche in un travisamento del disegno di regia. Io faccio parte di quella categoria di attori che risolvono molto, molto presto il ruolo. Nelle prove con Arturo Cirillo (La morsa, andata in scena tra maggio e giugno scorsi al Museo del Bargello di Firenze, N.d.R.) credo di aver avuto in mano la chiave di Andrea Fabbri già nel secondo pomeriggio di prova. Però non mi fermo, proseguo, vado avanti, quindi devo controllare sera dopo sera anche la mia trasformazione progressiva oltre a quella degli altri. Altro compito del capocomico è quello di individuare e possibilmente sciogliere i conflitti tra gli attori della compagnia. Finché è possibile, naturalmente. Non sempre lo è.

La collaborazione con Federico Tiezzi è davvero di lunga data: quali sono le caratteristiche che rendono vincente il vostro teatro?
Praticamente dura da sempre. C'è grande stima reciproca, grande affetto nelle libertà che ci diamo; siamo capaci di volerci molto bene, ma anche di confliggere e di accettare, accogliere difetti e pregi l'uno dell'altro.

Quali sono i ruoli con i quali senti di esprimerti al meglio, la tipologia di personaggio che più ti si confà?
Ce ne sono tanti, dato che ho attraversato fasi molto diverse. Il primo autore che ho amato alla follia, nel quale mi sono identificato con trasporto, gioia e anche risultato - perché mi valse il mio primo Premio Ubu come miglior attore dell'anno - è stato Samuel Beckett; in seguito c'è stata la scoperta di Bertolt Brecht che mi ha valso il secondo Premio Ubu per l'interpretazione di Nella giungla delle città, riconoscimento che però cumulava questa interpretazione e quella di Edipus, il mio primo Testori. Giovanni Testori è sicuramente l'autore più importante per me. Fin da subito sentii di aver trovato il "mio" autore. I suoi drammi riuscivano a stanare di me tutto quello che ancora era rimasto nascosto, o perlomeno quasi tutto. Quindi da Edipus, Cleopatràs, Due Lai, L'Ambleto, Erodiàs e I Promessi Sposi alla prova c'è stato un percorso continuo di conoscenza e progressiva apertura. Testori vuole tutto dall'attore: sangue, viscere, passione, cuore, intelligenza; è molto bello per un attore dare tutto questo e tirarlo fuori da se stesso, sentire che c'è una pagina che ti scortica la pelle, ti apre le viscere, il cuore. Studiando Edipus per sei mesi prima dell'inizio delle prove, mi scoprivo a costruire giorno per giorno: lavorando con le emozioni e la tecnica, l'attore necessario a interpretare quel ruolo. Era quel testo che mi spingeva a ciò, per esempio a trovare dentro di me registri vocali di cui prima non ero consapevole, capacità gestuali che non mi conoscevo... Lavoro doloroso, faticoso, ma anche molto gratificante. Pirandello, invece, l'ho scoperto tardi, e ne ho fatti tre, I Giganti della Montagna con Tiezzi, spettacolo che ricordo con amore infinito, L'uomo dal fiore in bocca con Latini e La morsa, quest'anno, con Arturo Cirillo.

Come è stato lavorare con Arturo Cirillo?
Mi sono trovato molto bene, come del resto mi ero trovato bene con Roberto Latini. Pur essendo abituato a lavorare quasi esclusivamente con Federico Tiezzi, avevo già fatto uno spettacolo su testi di Beckett diretto da Carlo Quartucci e poi L'Illusion Comique di Corneille diretto da Giancarlo Cobelli, due esperienze molto interessanti, ma non cruciali. Questi due registi sono straordinari, geniali, ma non lasciano nessuna libertà all'attore. Secondo me l'interpretazione che puoi dare a un ruolo deve nascere da un incontro dialettico tra quello che il regista desidera da te e quello che tu puoi dare sia al regista che al carattere. Ho sempre questo scambio con Federico e l'ho avuto sia con Latini sia con Cirillo.

Qual è, secondo te, la missione principale del teatro?
Mantenere in vita una delle poche attività in cui le persone si incontrano senza mediazioni virtuali e tecniche. Come sostiene Walter Benjamin nel saggio L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica, il teatro non è riproducibile: oggi, purtroppo, nelle accademie e nelle scuole si mostrano le riprese video degli spettacoli che in realtà non corrispondono agli spettacoli stessi. Lo spettacolo avviene qui e ora, io davanti a voi.

I tuoi personaggi sono molto spesso avvolti da eleganti tratti poetici, da una grazia recitativa che conferisce agli spettacoli un'aura imperscrutabile e surreale. Quanto questo è voluto e quanto, invece, è parte del tuo naturale codice espressivo?
È soprattutto naturale, insito nel talento che il Signore mi ha dato e che ho dovuto coltivare, guidato da Federico che ha sempre detto “tu sei più luna che sole”. La prima volta, in realtà, me lo disse Alighiero Boetti regalandomi un suo arazzo in cui c'era scritto “Sandro più luna che sole”. Quindi ho seguito questa strada che credo davvero essere la mia.

Ti riesce sempre seguire questa strada?
Non sempre, ci sono spettacoli in cui mi sento più realizzato, altri meno. Credo sia una cosa del tutto naturale e che accada a qualsiasi teatrante. L'allestimento di uno spettacolo è un'operazione talmente complessa, che a volte sfugge di mano... Veri e propri fallimenti, tuttavia, non ne ricordo, fortunatamente. Ricordo un paio di esperienze infelici, non tanto dal punto di vista artistico (erano due bei lavori), ma da quello delle relazioni tra gli attori: io ero ancora relativamente giovane e soffrii molto le tensioni provocate da attori privi di qualsiasi senso di responsabilità e solidarietà. Naturalmente, si dice il peccato e non il peccatore...

Quanto è difficile fare teatro, nel 2011?
È terribile, è atrocemente difficile: più in generale, oggi è difficile fa re cultura in qualsiasi campo, è difficile, direi, pensare liberamente...

A proposito di pubblicazioni, nel 2009 è uscito il tuo racconto lungo Le mani sull'amore: hai in mente altro a breve?
Ho iniziato scrivendo di teatro sui programmi di sala, testi per riviste specializzate, interviste. Nel 1995 mi telefonò Elena De Angeli, grandissimo editor che avevo conosciuto tramite Franco Quadri, per propormi di raccontare la mia esperienza di attore. Ci ho messo nove anni e il risultato è stato un volume di più di 300 pagine che io considero un romanzo di formazione (Gli anni felici. Realtà e memoria nel lavoro dell'attore, edito da Garzanti nel 2004. N.d.R.). Le mani sull'amore è invece un racconto lungo con una cornice autobiografica, all'interno della quale sono inseriti elementi di finzione. Ora ho due libri in cantiere: uno, in corso di pubblicazione, è una raccolta di poesie dal titolo Soltanto a notte, come un gufo, vedo; l'altro è di nuovo una sorta di romanzo di formazione che parte dall'infanzia e arriva fino a oggi: la storia molto romanzata della mia amicizia con Mario Luzi.

Che caratteristiche ha il teatro dei tuoi sogni?
È un teatro che si può fare in libertà, che non ha vincoli imposti dai produttori, un teatro che nasce dal cuore, dai desideri più intimi, che non ha limiti di nessun tipo. È esattamente il contrario di quello che si può fare oggi.

Sei una figura estremamente carismatica. Quanto questo carisma è stato alimentato dal teatro e quanto, invece, ha alimentato il teatro stesso?
Credo che si siano arricchiti a vicenda. Quando ho iniziato ero una persona molto diversa da adesso: il teatro è una scuola di vita, ma affinché ti arricchisca devi aprire il cuore e la mente, avere l'umiltà di accettare per quelli che sono i talenti che il Signore ti ha dato e coltivarli pazientemente e con determinazione.

Tictalo: the Advertising


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Ecco il backstage della prima campagna promozionale

E’ nata da pochissimi giorni la nuova piattaforma web internazionale Tictalo! di cui FULL Magazine è media partner ufficiale italiano. Andiamo a scoprire la linea pubblicitaria scelta per il lancio e per la fase iniziale di promozione, basata semplicemente su una serie di foto che vedono ritratti due modelli in varie pose e cambi d’abito. Sfondi chiari e un concetto stilistico fresco e diretto sono alla base di questa campagna che vede come modella la nostra Costanza Spinetti, Responsabile Moda di FULL Magazine, passata per l’occasione di fronte all’obbiettivo con egregi risultati.
Come modello, Tictalo! ha scelto invece Gabriele Pellegrini. Testimonial italiani quindi, come italiana è la produzione di questo nuovo social network.

Questi che presentiamo sono solo alcuni dei tanti scatti ripresi. A presentarceli, spiegandone la scelta stilistica, è la stessa Costanza.

ABOUT TICTALO

Inserisci linkdi Viviana Di Meglio

2a e 4a di coperina, logo in prima pagina, quattro pagine di servizio interne... Questo numero di FULL propone continui richiami a questo nuovo marchio, ma, in fin dei conti, cos’è Tictalo?

Freschezza, immediatezza, totale rispetto della privacy e un nome già pronto a passare di bocca in bocca, anzi, di tastiera in tastiera: Tictalo, la nuova piattaforma internazionale pronta a buttarsi nella mischia del web. Un progetto tutto italiano, che parla già 11 lingue ed è pronto a girare 35 paesi del mondo, Tictalo è il luogo ideale in cui scambiarsi idee e pensieri di ogni tipo, grazie all’immediatezza di utilizzo: appena si accede alla pagina principale, si può subito scrivere quello che si desidera, inserendo i propri TIC (i post su Tictalo. N.d.R.), scegliendo se aprire una propria discussione o se partecipare a una già esistente. Ma a differenza di ogni altro social network, non è richiesta alcuna iscrizione, nel totale rispetto della privacy; ogni conversazione è comunque sensibile di eventuale segnalazione al fine di evitare ogni abuso. “Tictalo non si propone come competitor di Facebook ma anzi, prevede una totale interazione tendenzialmente propedeutica all'attività di entrambi i servizi. Nel momento in cui si attiva una nuova discussione o si partecipa a una già in corso, un piccolo pulsante darà la possibilità di segnalare l'argomento sulla propria bacheca di Facebook, invitando i propri amici, attraverso un link diretto, a partecipare alla discussione su Tictalo”. Ogni TIC e ogni conversazione, inoltre, restano in rete per un tempo limitato, allo scadere del quale semplicemente scompaiono:
“I post inseriti su Tictalo, una volta scaduta la discussione, scompaiono totalmente dalla rete, poiché non verranno inseriti in alcun database, un po’ come se ci si vedesse al bar per scambiare due chiacchiere. Abbiamo sviluppato Tictalo cercando di strutturarlo secondo la forma basilare di interazione umana: notizie, informazioni e commenti scambiati in tempo reale, in un determinato contesto”,
A ciascuno il compito di trovare la maniera più congeniale per sfruttare questo nuovo mezzo di comunicazione. Il modo migliore? PROVARE!

www.tictalo.com

PITTI IMMAGINE



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La nostra Responsabile Moda, Costanza Spinetti, ha fatto 'una passeggiata' fra i tanti stand di PITTI IMMAGINE, cercando di segnalarci alcune fra le griffes più interessanti

LEDAOTTO


Non innamorarsi a prima vista della collezione di Ledaotto mi sembra quasi impossibile. Sarà il mio gusto, tutt’altro che minimalista, in fatto di gioielli; sarà il suo appeal “futuristico-primitivo” a richiamare in noi l’arcaico bisogno di pietre che ci facciano risplendere. Ciò che è sicuro è che le creazioni del duo aretino, Simona Cassai e Marta Saletti, in arte Ledaotto (dal nome dei rispettivi nonni…), non possono sicuramente passare inosservate. Belli e originali, i loro gioielli prendono vita da una passione manifesta per lo storico e il culturale. E’ infatti l’ottone, povero ma carico di storia, il principale materiale utilizzato, che, placcato con oro 24kt, rodio e rutenio, è alternato a pietre dure colorate e geometriche. Il richiamo all’antico è forse ancor più evidente nelle forme dei vari orecchini, bracciali e collane: quelle che sembrano forme astratte sono in realtà le piante architettoniche di alcuni tra i più famosi edifici storici e religiosi, come il Pentagono, San Pietro o il teatro antico di Taormina. Un amore per il passato che si sposa genialmente con il presente…

Ledaotto nasce come marchio nel Gennaio 2010 dopo diverse esperienze nel campo della moda e del design del gioiello da parte delle due creatrici, Simona Cassai e Marta Saletti. In poco più di un anno le creazioni Ledaotto sono apparse in moltissime riviste, tra cui Vogue Japan, Velvet, Maxim Italia, e dallo scorso luglio sono disponibili su Yoox.com, principale sito italiano di vendita moda on-line.
www.ledaotto.com

CARTA E COSTURA

Nonostante quasi una vita passata dietro le quinte dei teatri, Alessandra Carta e Stefano Fornari sono da considerarsi (ironicamente) i “nuovi volti” della moda italiana. Nel 2007 il loro brand, Carta e Costura, è stato premiato al prestigioso concorso “Who is on Next?”, promosso da Franca Sozzani, che è valso loro più di un editoriale sulle pagine di Vogue Italia e Vogue.it. L’imprinting teatrale del duo milanese è evidente in ogni loro creazione, in cui i drappeggi e la tendenza sartoriale fanno da padroni, ma che non toglie nulla alla pulizia e alla semplicità delle linee. E anche l’innovazione è alla base del marchio, dove la ricerca di nuovi tessuti eco-sostenibili e tagli originali si strizzano l’occhio contribuendo a creare uno stile unico, sofisticato e deliziosamente couture. Il nero è sempre stato il comune denominatore di ogni collezione (definite da loro stessi “post-atomiche”) e quindi stupisce non poco aver visto presentati a Pitti quasi esclusivamente capi dai colori fluo. Io gli ho adorati dal primo all’ultimo ma… che cosa ne avrà pensato la Sozzani?

Alessandra Carta e Stefano Fornari sono il duo stilistico di Carta e Costura. Alessandra ha studiato scenografia all'Accademia di Belle Arti, laureandosi con la tesi "Arte, moda e costume dal 1900 al 1940, le avanguardie" e ha lavorato per un decennio come costumista per cinema, pubblicità e teatro, prima di fondare il marchio nel 2006. Con lei, dal 2008, disegna Stefano Fornari, stilista e tecnico modellista, già attore e costumista con la compagnia teatrale Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa.
www.cartaecostura.com


CHIC APPEAL BY DE PIO

Calze, collant, gambaletti, calzini… C’è chi li trova accessori femminili utili e pratici soprattutto d’inverno e chi invece (e mi riferisco agli uomini…) preferirebbe non averci proprio a che fare. Chic Appeal by De Pio è a tutti gli effetti una linea di calze, ma le sue creazioni sono talmente eleganti e particolari che non farebbero storcere il naso nemmeno al tanto esigente sesso forte. E in tutta onestà, se si considera quanta attenzione viene rivolta alla qualità dei filati e dei dettagli e allo studio del design, mi sembra quasi dispregiativo definirle soltanto “calze”. Non capita spesso, infatti, di poter partire da un accessorio come questo per realizzare un look diverso e decisamente alla moda; il più delle volte preferiremmo semplicemente uscire di casa senza collant incuranti del fatto che fuori ci sono appena pochi gradi piuttosto che fasciarci in orribili modelli in microfibra. Chic Appeal realizza così il sogno di tante donne: fare delle calze un elemento che da forza alla nostra sensibilità per la moda e non oggetti in cima alla lista “mai e poi mai”.

Chic Appeal è la collezione donna del calzificio bresciano De Pio, fondato nel 1949. La linea è interamente prodotta in Italia per preservare tradizione e artigianalità, da sempre concetti fondamentali del marchio. Chic Appeal è presente alle fiere italiane e internazionali più autorevoli del settore (Premiere Classe a Parigi, A&D a New York, White a Milano) e nei migliori negozi e boutique di tutto il mondo.
www.depio.it

MIA BAG

Un’esplosione di tinte shock e di borchie dalle forme più disparate sembra essere la ricetta per la collezione Primavera/Estate 2012 di Mia Bag. Le linee sono quelle delle borse più classiche che tutte le donne hanno o vorrebbero nel proprio guardaroba, ma i colori e le decorazioni sono tutt’altro che tradizionali. Teschi, croci, cuori metallici arricchiscono la pelle tinta in tonalità arcobaleniche dando a ciascun modello un tocco più giovanile e decisamente modaiolo. Non c’è spazio per la noia o la negatività, solo tanto colore che mette subito di buon umore e che vi fa catapultare immediatamente nella tanto attesa stagione calda. Allo stesso modo la collezione invernale (nelle foto) non ci fa rimpiangere spiaggia e ombrellone ma ci invoglia anzi a qualche grado in meno. Sono modelli soffici in nylon imbottito e trapuntato che portano stampati teschi, pois o romantiche trame di pizzo; insomma niente di meglio per ripartire con allegria la nuova stagione. Una pillola di felicità con due manici.

Mia Bag è un brand di borse e accessori milanese tutto nuovo ma che è stato presente a Pitti già nelle sue due ultime edizioni. Le borse sono il punto di forza delle collezioni che presentano però anche qualche elemento diverso coordinato: per l’inverno 2011/2012 deliziosi i K-way con stampa en pendant.
www.miabag.com


ANNA SAMMARONE

Osare non sempre significa dover esagerare. A volte è il coraggio di fare cose che altri non fanno; come creare una collezione romantica e minimalista in tempi in cui l’ostentazione del corpo spesso si traduce solo in abiti sexy e appariscenti. Anna Sammarone pensa fuori dagli schemi realizzando capi semplici nella loro struttura che non sono però mai scontati e che sorprendono senza effetti speciali. Come ad esempio gli interni colorati in pregiate sete o le rifiniture in paillettes che non ti aspetti in soprabiti dal taglio severo. Tutto si fonda su un bilanciato gioco di contrasti di cui è ben chiaro l’equilibrio. Equilibrio tra libertà e leggerezza: libertà dal rigore, dalle forme banali ma leggerezza di tessuti e di pesi. Sono creazioni senza tempo quelle di Anna Sammarone che non ama realizzare abiti “alla moda” ma che non rinuncia però a dire la sua in fatto di stile.

Anna Sammarone è nata in un piccolo paese del Molise nel quale è tornata per creare la sua linea appena terminati gli studi in giurisprudenza. Forti sono i legami con la sua terra che ricorre spesso nei colori e nelle stoffe scelte per le collezioni. I suoi abiti sono apparsi su Elle, Glamour e Grazia Italia.
www.annasammarone.it


TACCETTI

Chi ama le tinte accese può dormire sonni tranquilli; anche il prossimo anno avremo un’estate in Technicolor. E le nostre tanto amate calzature non saranno da meno: che si tratti di zeppe, stringate o peep-toe vertiginose la musica sarà la stessa. Colore, colore, colore!!! Taccetti non si è lasciato sfuggire l’occasione di dimostrare ancora una volta la sua attenzione per le tendenze della moda e ha creato per la Primavera/Estate 2012 una collezione vibrante, leggera e iper-femminile. E variopinta, naturalmente. I modelli sono essenziali, per far risaltare qualsiasi tipo di donna, mentre la scelta dei materiali, dei colori e degli abbinamenti sono innovativi e particolari per accogliere i gusti più differenti. Tra le scarpe più interessanti vanno senza dubbio segnalati i modelli in denim, gros-grain e vernici fluo (come le spuntate della foto) che rappresentano la parte più humour ed eye-catching della collezione. Jeans da calzare??? Sì, ma purché dipinto…

Taccetti è un calzaturificio toscano fondato nel 1954 che produce linee femminili di alto livello. Nel 1995 il marchio si è trasferito a Montelupo Fiorentino, dove tuttora risiede. Il marchio Taccetti viene distribuito in tutta Italia in negozi estremamente selezionati e ha conquistato negli ultimi anni anche una grossa parte del mercato russo e delle altre ex repubbliche.
www.taccetti.it

Corral de la Moreria - Madrid - Spagna


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di Silvia Cosentino foto Francesco Zavattari

Nella splendida Madrid, esperienza straordinaria è quella al Corral de la Moreria, il più famoso tablao flamenco del mondo.
Seguendo le tradizioni più fedeli e antiche, questo suggestivo locale propone ai clienti un connubio a cui è difficile resistere: gustare un'ottima cena e assistere a numeri di flamenco destinati a restare per sempre nella memoria.

Lasciamo descrivere Corral de la Moreria a Juan Manuel del Rey, dinamico e affascinante proprietario di questo magico luogo.
INTERVISTA A JUAN MANUEL DEL REY

Questo edificio ha centocinquant'anni: come in molte altre case a Madrid e in Spagna, al suo interno si trova un cortile dove, secoli fa, si organizzavano spettacoli il cui pubblico era composto dalle persone affacciate ai balconi. Da qui il termine "corral". Moreria è invece il nome del quartiere, fondato appunto dagli Arabi (i girardini del Palazzo Reale hanno il nome di "Campo del Moro" per la stessa ragione).
Fondato nel 1956, Corral de la Moreria è il più vecchio tablao flamenco del mondo: nel tempo, ci sono stati ovviamente altri caffè concerto o tablao flamenco, ma nessuno di questi è ancora attivo oggi. E, soprattutto, nessuno di questi aveva un vero e proprio ristorante, si trattava piuttosto di taverne. Dato che quella dei ristoranti è una tradizione di famiglia, mio padre, appassionato di flamenco, ebbe l'idea di aprire un tablao caratterizzato da un ristorante di alto livello. Arrivò poi al suo orecchio la notizia che si era trasferita a Madrid colei che, già dall'età di sedici anni, era la migliore ballerina di flamenco di Cordoba: aveva iniziato quasi per caso, per poi diventare una vera e propri artista premiata a livello nazionale, una delle migliori in Spagna. Mio padre la scritturò per esibirsi qui e, dopo tre anni, si sposarono. Quella ballerina era mia madre.
Fin dall'inizio, la filosofia di questo posto è stata quella di offrire sempre il meglio: un'esperienza a tutto tondo con i migliori artisti, le migliori coreografie, la miglior qualità di cibo, il miglior servizio.
Al Corral la musica esce naturalmente senza amplificazione, dato che l'acustica è molto buona. Le voci e le chitarre non sono manipolate e il palco diviene vero e proprio strumento di percussione grazie ai passi dei ballerini. È sempre stato e sempre sarà così perché vogliamo mantenere l'autenticità. Se la musica non è dal vivo non si può parlare di flamenco, in particolare perché questa è l'unica danza in cui i ballerini non seguono la musica, ma sono i musicisti a seguire i ballerini. Il ballerino è come il direttore d'orchestra: tutti gli altri si devono adattare al suo ritmo. Il flamenco non è un genere folcloristico perché non consiste nella ripetizione, da generazioni e generazioni, della stessa coreografia e della stessa musica: è creazione e improvvisazione. È più facile trovare una coreografia prestabilita quando ci sono molti ballerini coinvolti, ma quando le esibizioni sono singole non si può sapere cosa accadrà. Il flamenco è fatto da ritmi differenti che cambiano a seconda degli artisti che si esibiscono; ci sono comunque ritmi diversi anche all'interno di uno stesso numero. A ogni ritmo corrisponde un'emozione, un sentimento, proprio come per i padri di questa danza che, nel sud della Spagna, legavano le vicende personali a ritmi ogni volta differenti. Qui accade qualcosa di sempre nuovo e diverso ogni sera, per questo i musicisti devono stare molto concentrati per creare quell'energia giusta in grado di arrivare al pubblico, spesso ignaro dell'improvvisazione, visto che, sul palco, tutto si svolge perfettamente. Quando gli artisti iniziano a esibirsi cambiano totalmente personalità, come se avvenisse qualcosa di magico.
Facciamo anche tournée in giro per il mondo con i nostri ballerini, ma in teatro è tutto molto diverso: si tratta di un'evoluzione moderna concepita per i grandi palchi, dove il supporto della scenografia, delle luci, degli effetti sonori può valorizzare anche gli artisti di livello medio. Qui al Corral non ci sono effetti, sei solo tu, sta a te riuscire a entrare in contatto con il pubblico. Per questo i nostri artisti devono essere i migliori. Qui il ristretto pubblico è vicino al palco e si crea un rapporto esclusivo che in teatro, con la divisione palco-platea, non è possibile ottenere.
Come ristorante, Corral de la Moreria è l'unico in Spagna a essere segnalato sulla guida Michelin: i nostri clienti chiedono e ottengono da noi il meglio sotto tutti gli aspetti. Consigliamo sempre di venire alle 20 per cenare in tutta calma e poi godersi lo show delle 22: in questo modo, cerchiamo di separare il cibo dallo spettacolo, affinché non ci siano distrazioni ed entrambi i momenti possano essere gustati al meglio. Durante lo show il silenzio non è imposto, ma è la ovvia conseguenza dell'attenzione che il pubblico riserva alle performance.
Dal profilo medio-alto o alto, i nostri clienti arrivano da tutto il mondo, un po' come accade al Museo del Prado. Abbiamo molti spagnoli, in particolare dall'Andalusia, la patria del flamenco. Dato che i migliori artisti vengono comunque qui, essendo Madrid la vetrina più importante, tutti sanno che al Corral si può godere delle migliori esibizioni.
Avere molti clienti abituali ci impone di variare spesso sia gli artisti che il menu, un menu che sia comunque sempre interessante per chiunque, che presenti in chiave moderna le nostre pietanze tradizionali. Non abbiamo una specialità, dato che i clienti si aspettano il meglio di tutto: il meglio della carne, del pesce, del vino, dei cocktail. Proveniente da varie zone della Spagna, il personale della cucina è guidato da un grande chef che lavora in esclusiva per noi: ogni mercoledì organizziamo un pranzo tra noi per provare nuovi piatti, assaggiare nuovi vini. Ho davvero un grande staff che mi consente di non dover essere sempre qui ogni sera: so che, quando il locale apre, tutto è a posto al cento per cento; il grande lavoro avviene prima, "dietro le quinte".

LA NOSTRA CONCLUSIONE

Quella del Corral de la Moreria è un’esperienza in cui tutti i sensi sono coinvolti: quando le persone escono dal locale, devono avere la certezza di aver appena vissuto una delle migliori esperienze della loro esistenza!
Tutto ciò che Juan Manuel racconta avviene realmente. L'elegante ristorante propone un menu variegato grazie al quale, qualunque sia la scelta, si possono gustare squisite pietanze presentate in modi che accarezzano la vista, oltre al palato. Poi, a un certo punto, calano le luci e accade qualcosa: il piccolo palco si popola di musicisti e cantanti in nero che, con chitarre e voci, esprimono con tutta l'energia di cui sono capaci, le emozioni (ora positive ora negative) a cui i ballerini danno il via con i loro passi. Passi lenti e cadenzati, passi talmente rapidi da non essere più visivamente percepibili. Flamenco: un estenuante esercizio fisico, danza delle passioni travolgenti o appena accennate. I costumi tradizionali e il trucco esaltano la bellezza degli interpreti: bellezza fisica e interiore, a cui si aggiunge una travolgente sensualità direttamente legata alla potenza del ritmo e dei sentimenti espressi. In un mondo che ormai usa la nudità come veicolo principale per la seduzione e la provocazione, ci stupiamo piacevolmente di quanto corpi così "tanto vestiti" (gli splendidi abiti lasciano davvero poco spazio alla pelle) possano risultare così eccitanti e intriganti. Il pubblico quasi abbandona ciò che ha nel piatto e sembra respirare a tempo con gli artisti, seguendo un ritmo di cuore, polmoni e passi; si resta con il fiato sospeso durante lo svolgimento dei numeri, per poi incanalare tutta l'emozione in fragorosi e lunghi applausi, davvero meritatissimi. Si esce davvero convinti che questa intensa esperienza ci abbia cambiato in qualche modo, in attesa di poterne fruire ancora, ancora e ancora...


Il voto di FULL Magazine
Cura dei locali: 9
Qualità del cibo: 9,5
Competenza e cortesia del personale: 9,5
Livello della cantina: 9

Voto medio: 9,2 / 10


DEJARSE LLEVAR POR EL CORRAL DE LA MORERIA

traducción Diego Símini
En el magnífico Madrid, una experiencia extraordinaria es conocer el Corral de la Moreria, el tablao flamenco más célebre del mundo. Siguiendo fielmente las tradiciones, este local fascinante propone a sus clientes una combinación a la que no es fácil resistir: una cena exquisita y espectáculos de flamenco destinados a grabarse en la memoria de cada cual.

El dueño del Corral es el dinámico Juan Manuel del Rey. En el Corral pasan cosas maravillosas. El restaurante, muy elegante, propone un menú variado. El visitante puede saborear platos riquísimos, presentados de manera que, además del paladar, disfrute la vista. Luego, llega un momento en que las luces reducen su intendidad y ocurre algo: en el pequeño escenario aparecen músicos y cantaores vestidos de negro. Con sus guitarras y sus voces expresan con toda su energía las emociones (positivas o negativas) que los bailaores describen con sus pasos.
Pasos lentos y ritmados, pasos tan veloces que no hay forma de distinguirlos. El Flamenco: un ejercicio físico agotador, una danza de pasiones devoradoras o tenuemente aludidas.
Los trajes tradicionales y el maquillaje subrayan la belleza de los intérpretes: belleza física e interior, a la que se añade una sensualidad arrolladora directamente relacionada con la potencia del ritmo y de los sentimientos expresados. En un mundo que usa el desnudo como vehículo principal de seducción y provocación, es sorprendente ver lo excitantes e intrigantes que pueden resultar esos cuerpos tan “vestidos” (los magníficos trajes dejan poca piel descubierta).
El público casi se olvida de lo que tiene en el plato y parece respirar al compás con los artistas, siguiendo un ritmo hecho de corazón, pulmón y pasos. El espectáculo deja casi sin aliento, y toda la emoción se vuelca al final en aplausos entusiastas, muy merecidos desde luego. Es una experiencia que cambia algo en cada cual, de alguna manera, a la espera de poder volver una y otra vez…

Bienvenido a la REINA SOFIA


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MUSEO NAZIONALE - CENTRO D'ARTE REINA SOFIA

Intervista esclusiva a Jesús Carrillo
Capo del Dipartimento dei Programmi Culturali

di Silvia Cosentino
foto Francesco Zavattari

Il Reina Sofía è un luogo magico in continuo movimento. Aperto nel 1986 come Centro d’Arte e nel 1992 come Museo Nazionale, è culla dell’arte contemporanea, perfetto proseguimento storico e concettuale del grande Museo del Prado: dalla struttura ariosa e sorprendente, ospita, a fianco di una consistente collezione permanente, un gran numero di esposizioni temporanee dalle tematiche di ampio respiro. Entrando tanto dall’Edificio Sabatini, sovrastato da imponenti ascensori esterni, quanto dal Nuovo Edificio, con ampie vetrate e un elegante, modernissimo cortile, si ha subito la sensazione di una visita tutt’altro che semplice. Collezioni e mostre non sono infatti dislocate secondo un andamento regolare; le indicazioni, pur ben visibili, non esplicitano il percorso da seguire per raggiungerle. Errore grossolano? Certamente no. Il Reina Sofía chiede al visitatore di partecipare attivamente, di selezionare con criterio le sale su cui soffermarsi: non è un lasciarsi condurre, quanto piuttosto creare il proprio itinerario artistico su misura e, perché no, decidere di avventurarsi anche verso nomi e titoli che, pur non avendo un richiamo diretto nella nostra memoria, possono riservarci molte sorprese.
Il Capo del Dipartimento dei Programmi Culturali, Jesús Carrillo, ci aiuta a comprendere meglio la filosofia del Centro e i suoi progetti principali.
LE PAROLE DI JESUS CARRILLO

Il Reina Sofia è molto giovane: nacque inizialmente come centro d’arte e solo in seguito è diventato museo nazionale. Laddove il Prado è simbolo del passato, dell’ ançien regime, il Reina Sofia è espressione di modernità, avanguardia, nuova democrazia. Nel tempo, ha ovviamente acquisito maggior visibilità con l’arrivo di Guernica, esposta per dieci anni al Museo del Prado. Il Centro è diventato un modello da seguire per gli altri musei d’arte contemporanea spagnoli, anche se, nel tempo, sono stati necessari molti aggiornamenti per stare al passo con le altre realtà espositive mondiali.
Il nuovo team è formato da persone che provengono da diversi campi: un tempo il Direttore era nominato dal Ministero della Cultura, ma questa volta è stato scelto a seguito di un concorso internazionale; il nostro Direttore attuale non dipende, quindi, direttamente dal Ministero, ma è più indipendente, autonomo. Ne consegue che il team non cambierà insieme al Governo, e questa è un’assoluta novità: il Reina Sofia è un museo nazionale, ma abbiamo comunque i nostri funzionari indipendenti. Siamo destinati a migliorare e modernizzare non solo le nostre esposizioni, ma anche per il modo in cui lavoriamo: adesso abbiamo la possibilità di concretizzare i nostri programmi ambiziosi.
Ai due dipartimenti già esistenti, quello che si occupa della collezione (anche la collezione permanente si sviluppa, è in movimento, non è fondamentalmente formata come quella del Prado) e quello per le esposizioni, abbiamo aggiunto quello che definiamo “dipartimento delle attività pubbliche”. Ha lo scopo di rendere il museo più aperto, disponibile al pubblico con programmi di educational rivolti non solo ai bambini (vogliamo far vivere loro il museo, regalare un’esperienza estetica che di sicuro può essere più intensa di quella degli adulti, farli rilassare ed esprimere liberamente), ma anche agli adulti. Nelle sale abbiamo ragazzi pronti a dare spiegazioni per permettere alla gente di orientarsi, a fare visite guidate non certo tradizionali, al fine di rendere l’esperienza del museo più legata al contatto umano.
Questa è per noi una sfida: il Direttore Artistico vuole rompere la canonica linea temporale della storia dell’arte, dando piuttosto linee narrative che invece di imporsi, invitano al dialogo. Le persone arrivano qui con aspettative precise, per vedere determinate opere, sanno già cosa vogliono; noi invece cerchiamo di fare uno sforzo in più, di invitare ad aprire la mente. Inizialmente il museo accorpava le opere sulla base degli autori, ma poi abbiamo pensato che non fosse il criterio giusto, che non bastasse spiegare la storia dell’arte attraverso la vita dei grandi personaggi. Occorre contestualizzarli nel tempo e nello spazio, usare questi geni per illuminare i diversi periodi, i diversi processi artistici. Vogliamo dare spazio a tutte le varie funzioni dell’arte, esaltandone le differenze e le affinità. Non applichiamo un unico criterio espositivo, ma cambiamo a seconda della necessità: i nostri visitatori devono imparare ad apprezzare la differenze, fare relazioni tra diversi oggetti, capire cosa si nasconde dietro un’opera d’arte. Questo luogo non deve essere chiuso, ma di viva riflessione. Abbiamo anche un team di ricerca, spesso legato all’ambiente universitario, attraverso il quale la nostra collezione si sviluppa con criteri adeguati, per far entrare il pubblico in contatto con gli artisti meno conosciuti.
Cerchiamo di riscrivere il modo di vedere l’arte, di offrire un luogo che non sia solo per gli addetti ai lavori, ma per tutti, dove si possa tornare più volte divertendosi. La crisi economica che affligge il nostro Paese è molto seria e anche noi ne stiamo risentendo, ma cerchiamo di risparmiare e lavorare duro: malgrado questa situazione di difficoltà, i visitatori aumentano, probabilmente perché, parallelamente alla crisi, aumenta la consapevolezza del valore aggiunto della cultura. Si preferisce rinunciare ad altro, ma non al museo.

MUSEO NACIONAL CENTRO DE ARTE REINA SOFiA

traducción Diego Símini

El Reina Sofía es un lugar mágico en constante movimiento. Fue inaugurado en 1986 como Centro de Arte y en 1992 adquirió la categoría de Museo Nacional. Es la cuna del arte contemporáneo, y es una perfecta prolongación histórica y conceptual del Museo del Prado: dotado de una estructura arquitectónica amplia y sorprendente, alberga, además de una considerable colección permanente, numerosas exposiciones temporáneas, con temas de gran interés. Entrando tanto por el Edificio Sabatini, con sus imponentes ascensores exteriores, como por el Nuevo Edificio, con amplios vitrales y un elegante y modernísimo patio, se percibe la sensación de que se perfila una visita nada sencilla.
Las colecciones y las exposiciones no están organizadas según un recorrido lineal; las indicaciones, aunque bien visibles, no explican el recorrido a seguir. ¿Un error llamativo? Por supuesto que no. El Reina Sofía sugiere al visitante que partecipe de manera activa, que seleccione con su propio criterio las salas en que concentrarse: no se trata de dejarse llevar, sino de crear su propio itinerario artístico a medida y, por qué no, decidir aventurarse siguiendo a artistas y títulos que, aunque no susciten elementos concretos en la memoria, pueden reservar sorpresas.
El Jefe del Departamento de Programas Culturales, Jesús Carrillo, nos ayuda a comprender mejor la filosofía del Centro y sus principales proyectos.

NELLE MAGIE DEL PRADO



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di Silvia Cosentino

Il massiccio edificio che ospita il Museo del Prado si staglia elegante sotto il sole: simbolo della Spagna, simbolo di Madrid, tappa fondamentale per tutti i cultori dell'arte e non solo. All'imponenza dell'esterno corrisponde senza dubbio quella dei corridoi e delle sale, attraverso i quali i più grandi nomi della storia dell'arte si susseguono con colori e tratti inconfondibili. Se è vero che ai luoghi famosi è spesso abbinata un'immagine che più li caratterizza, e in questo caso le delicate fattezze di Margherita D'Asburgo in Las Meninas di Diego Velázquez non fanno eccezione, è altrettanto vero che questo museo colpisce e stordisce in quanto a varietà, caratura e numero delle opere esposte. Non solo, quindi, il già citato spagnolo, il più rappresentativo della corte di Filippo IV, ma molti altri nomi attraverso i quali divorare secoli di pittura e stili che, sebbene diversi tra loro, condividono il marchio dell'assoluto capolavoro, di quell'immortalità che lascia ubriachi e senza parole. Sono necessari calma e impegno per non lasciarsi risucchiare, restare lucidi e discernere ciò che si sta vedendo: dato che l'impresa risulta quasi impossibile, non resta altro, come in molti luoghi, che selezionare, decidere su cosa concentrare occhio e spirito. Impossibile evitare i padri italiani: Mantegna, Beato Angelico, Botticelli, Raffaello, Tiziano, Veronese e Tintoretto sono solo alcuni tra coloro che hanno posto le basi di correnti e stili poi propagatisi in tutta Europa.
Immersi nella pittura spagnola, fiamminga, olandese, inglese, nei surreali paesaggi di Poussin e Lorraine, si pensa di aver esaurito le energie, quando, quasi ottenebrati, si giunge in un luogo magico, lo spazio fisico e mentale di Francisco Goya. In un percorso che dal ritratto più o meno canonico procede verso le cosiddette pitture nere, lo spagnolo sconvolge con il vigore delle sue pennellate, con i suoi toni da incubo: qui si ha la convinzione di aver cambiato museo, città, luogo del Mondo, anzi, di essere in un non-luogo astratto dal tempo e dallo spazio, in cui tutti i sensi sono invasi nella scoperta di qualcosa che nessun libro di storia dell'arte potrà mai replicare. Un po' come nel caso dell'Impressionismo, si ha la sensazione di capire a pieno (ma cosa, davvero, abbiamo capito??) solo adesso che le opere, tela e colore, si mostrano concretamente davanti ai nostri occhi in tutta la loro potenza. Restano davvero poche energie per la sezioni dedicate alla scultura, alle arti decorative e alle esposizioni temporanee, almeno che per queste non si sia appositamente giunti. Il desiderio è inevitabilmente quello di ritornare per vedere ciò che, molto probabilmente, abbiamo perso o ciò che, già visto, è destinato a restare per sempre nella nostra memoria e di cui, come sempre accade per quanto vi è di bello, non ci sazieremo mai.

LAS MAGIAS DEL PRADO

traducción Diego Símini

El edificio en que se halla el Museo del Prado toma un aspecto elegante bajo el sol: algo así como el símbolo de España, el símbolo de Madrid, impescindible para todos los amantes del arte y no solo para ellos. El exterior imponente tiene su par en los pasillos majestuosos y en las salas, maravillosas, donde los más grandes nombres de la historia del arte se suceden con sus colores y sus trazos inconfundibles. A los lugares famosos se les asocia a menudo una imagen que los caracteriza; en este caso, los rasgos delicados de Margarita de Austria en Las Meninas de Diego Velázquez son la confirmación de esta regla no escrita. Hay que añadir que este museo impacta y hasta desorienta por la extraordinaria variedad, calidad y cantidad de obras expuestas. Además del citado Velázquez, el más emblemático de los pintores de la corte de Felipe IV, muchos otros autores, que permiten devorar siglos enteros de pintura y estilos, que, aunque muy distintos, comparten la categoría de obras maestras, rezuman inmortalidad, lo cual deja como atónito y sin palabras. Hace falta disponer de calma y dedicación para no dejarse aplastar, hay que mantener la lucidez y discernir lo que se está viendo: ya que esto es difícil, no hay otra sino seleccionar, decidir de antemano en qué concentrar el ojo y la atención. Imposible evitar los clásicos italianos: Mantegna, Beato Angélico, Botticelli, Raffaello, Tiziano, Veronese y Tintoretto son solamente algunos de los que sentaron las bases de corrientes artísticas y estilos que luego se difundieron en toda Europa.
Rodeado por la pintura española, flamenca, holandesa, inglesa, subyugado por los paisajes imaginíficos de Poussin y Lorraine, el visitante piensa que ya no puede más, cuando, ya casi obnubilado, alcanza un territorio mágico, el espacio físico y mental de Francisco de Goya. Sus obras están organizadas según un recorrido que va desde los retratos más o menos canónicos hasta las llamadas pinturas negras. El gran pintor español impacta con el vigor de sus pinceladas, con sus tonos de pesadilla: llegados a esta sala, se tiene la sensación de que estamos en otro museo, en otra ciudad, en otro lugar del mundo; es más, parece haber llegado a un no-lugar, alejado del tiempo y del espacio, en que todos los sentidos están ocupados por la exploración de algo que ningún libro de historia del arte puede reproducir. Como con el Impresionismo, que comprendemos plenamente (¿qué hemos comprendido, realmente?) solo una vez que las obras, en su materialidad de tela y pigmentos, se hallan de verdad ante nuestros ojos con toda su carga expresiva.
Con las escasas energías residuas, queda la posibilidad de visitar las secciones de escultura, de artes decorativas y, desde luego, las exposiciones temporáneas, siempre que no sean la meta del desplazamiento. Permanece el deseo de volver para ver lo que probablemente se ha dejado de lado, o lo que, ya visto, permanecerá indeblemente en la memoria y que, como todo lo bello, nunca podrá saciarnos.

MADRID



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di Linda Lorenzetti
foto Linda Lorenzetti, Francesco Zavattari

Non avevo mai pensato di fare un viaggio a Madrid. Per qualche misterioso motivo, sono sempre stata attratta dal Nord del mondo: Nord America, Nord Europa, Unione Sovietica (così si chiamava quando ho iniziato a studiare russo). Eppure, dovevo superare i 40 anni per cominciare a guardare verso il Sud e sentirmi attratta dalla cultura latina. Sentirmene parte e pensare “come si fa a essere lontani da casa e sentirsi contemporaneamente a casa?”. Ecco, questo ho provato lo scorso 17 luglio, quando ho preso un volo Ryan Air - di quelli che in due ore ti sbattono in un’altra dimensione spazio-temporale - e ho passato la prima domenica madrilena della mia vita. Dopo 4 ore passate “dentro”... dentro l’aereo, dentro l’aereoporto, dentro la metropolitana…
Finalmente sono riemersa in superficie. Finalmente 'FUERA', in Piazza Callao, nel Barrio de los Austrias (quartiere degli Asburgo) alla ricerca del mio Hostal Josephina. La prima cosa che è ho pensato è stata il titolo di un film visto anni fa: “Tutto è illuminato”. Niente di meglio per descrivere un pomeriggio estivo a Madrid, dove tutto quanto brilla e il sole è più forte del nostro, è più deciso e determinato. Senza alcun dubbio è il Sol Leone.
Ho cercato intorno qualcosa di spagnolo, avevo in mente le solite cose: i ventagli, le corride, il flamenco. Invece, ho visto uno schermo cinematografico enorme che proiettava scene dei miei film americani preferiti, in bianco e nero. Mi sono fermata a sedere sulla valigia e ho aspettato che le immagini scorressero, per ritrovare in Spagna l’America che ho nel cuore. Così…per iniziare con qualcuno che ti porta per mano: Humphrey Bogart, James Stewart, Clark Gable. E ogni giorno successivo a quella domenica, ho passato un po’ di tempo a guardare quelle immagini, per riposarmi un po’ dal brulichio incessante della Gran Via. La strada senza tempo. La Fifth Avenue spagnola.
La domenica successiva (ahimé, l’ultima del mio breve viaggio), l’ho passata in cerca di scatti inaspettati. E ho scoperto los cierres de las tendas (saracinesche). Non avevo mai pensato che un negozio chiuso avesse tanto da mostrare… e queste che vedete sono le prime foto di una collezione che spero si arricchisca con i miei prossimi viaggi nel cuore caldo della Spagna.

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